C’è un’Italia fiera, che resta in piedi. A testa alta.

C’è un’Italia che si inginocchia, decidendo di postrarsi dinnanzi alla dittatura del politicamente corretto a tutti i costi. E poi c’è un’altra Italia, che invece sceglie di restare in piedi. A testa alta. Finendo persino per beccarsi delle folli accuse di razzismo da parte degli accaniti sostenitori del regime del pensiero unico. 


Il riferimento è chiaro, ed è rivolto all’episodio accaduto la scorsa domenica durante l’incontro di calcio valevole per la fase a gironi di Euro 2020 che ha visto gli azzurri di Roberto Mancini opposti al Galles di Bale e Ramsey. Ebbene, dinnanzi alle pressanti richieste del mainstream che volevano gli azzurri postrati di fronte al conformismo ed ai piccoli dittatori del movimento Black Lives Matter, la metà dei calciatori della nazionale ha scelto di non inginocchiarsi. E la notizia è proprio questa, perché non era affatto scontato che dei giovani tra i venti e i trenta anni fossero in grado di mostrare cotanta fierezza di fronte al buonismo dilagante di chi gli consigliava di fare il contrario.

L’episodio andato in scena all’Olimpico di Roma è stata piuttosto piuttosto grottesco. Tutto pronto per il calcio d’inizio. L’Italia batte. Poi d’un tratto però l’arbitro interrompe il gioco, perché il Galles ha chiesto di compiere la sceneggiata conformista. A quel punto, alcuni giocatori italiani decidono di adeguarsi senza nemmeno pensarci troppo. Gli altri invece no. Restano in piedi. 


A non aver ceduto, è stato l’asse portante della nazionale italiana: Donnarumma, Bonucci, Jorginho e Verratti. Nessuno di loro si è inginocchiato. E poco importa se i soliti giornaloni, per tentare di dare uno schiaffo morale agli eroici anticonformisti azzurri, dichiarano che i migliori in campo sono stati i calciatori che hanno deciso di inginocchiarsi. 
A prescindere dal risultato finale e dai valori espressi in campo, domenica sera a vincere è stato l’orgoglio e la fierezza di chi ha deciso di restare in piedi. A testa alta

DI BARTOLO SALVATORE

Un film per raccontare la verità sull’aborto

Adesso è certo, Unplanned, il film che racconta la storia vera di Abby Johnson – dirigente in una clinica texana dell’organizzazione abortista Planned Parenthood, “convertitasi” alla causa pro life dopo avere assistito ad un aborto coadiuvando un medico per sopperire a un’improvvisa carenza di personale – arriverà nelle sale cinematografiche italiane a settembre 2021, mentre da luglio partiranno le anteprime in diverse città.

L’opera cinematografica – diretta da Cary Solomon e Chuck Konzelman e interpretata da Ashley Bratcher, Brooks Ryan e Robia Scott, con il doppiaggio italiano di Francesca Manicone, Emanuela Rossi e Luca Ward – sarebbe dovuta uscire in Italia nel 2020, ma l’emergenza sanitaria da covid-19 ha costretto a rinviare tutto di un anno.

Si tratta di una pellicola che, nonostante vari tentativi di boicottaggio e censura, negli Stati Uniti ha ottenuto un grande successo di pubblico in sala e venduto parecchio anche su dvd.

L’esperienza estera fa già presagire che il film potrà diventare anche nel nostro Paese un’importante occasione di riflessione su un tema tanto delicato quanto troppo spesso sottaciuto com’è quello dell’aborto.

Distributore in Italia sarà la casa di produzione e distribuzione filmica, nonché casa editrice e discografica, Dominus Production.

Abbiamo raggiunto telefonicamente Federica Picchi, fondatrice della Dominus Production, che ha fortemente voluto portare in Italia questo film, per raccogliere un suo commento e farci raccontare qualcosa in più su Unplanned. Ecco cosa c’ha detto.

Federica Picchi

Unplanned è un film straordinario, bellissimo, che non è stato semplice portare in Italia, anzi abbiamo fatto parecchia fatica, con una serie di complessità tra cui l’ultima il covid, ma ora stiamo vedendo la luce in fondo al tunnel e abbiamo una data ufficiale di uscita nazionale che sarà il 28 e 29 settembre 2021 in tutte le sale cinematografiche italiane. Però prima abbiamo deciso di fare delle anteprime iniziando da Roma l’otto luglio alle ore 20:30 presso il cinema Adriano. Ovviamente come anteprima non ci sarà solo Roma, ma contiamo di organizzare dal 9 luglio al 27 settembre in molte altre città. Questo film tratta un tema molto importante per il nostro vivere quotidiano e quindi bisogna stracciare il primo tabù che è quello del silenzio perché la pratica dell’aborto e le pillole abortive, come la ru486, presentano molte criticità e questo è indubbio, è un dato di fatto, sia per chi crede che per chi non crede e indipendentemente da qualsiasi tipo di ideologia si abbia, dal modo di vivere e di pensare. Il fatto è che queste pratiche hanno degli impatti e il silenzio è il primo dramma che noi riscontriamo. Quindi speriamo con questo film di fare parlare del tema e fare cadere questo velo di falsità che avvolge il mondo dell’aborto”.

Luca Basilio Bucca

Trailer

L’irresistibile ascesa di Giorgia Meloni: il leader politico più amato dagli italiani

Ormai è chiaro a tutti: Giorgia Meloni è il leader politico più amato dagli italiani. Dal punto di vista squisitamente politico, bastano due fotografie per dare prova di quanto appena affermato. L’ultimo sondaggio Ipsos che ha certificato lo storico sorpasso di FdI sulla Lega: 20,5% a 20,1%. Pochi decimali ma simbolici: frutto, in primis, della coerenza dimostrata dalla stessa Meloni in questi mesi. E poi l’effetto calamita sui sui territori: con sindaci, consiglieri regionali, consiglieri comunali e chi più ne ha più ne metta, che ogni giorno transitano dalla Lega al partito meloniano. 

A tutto ciò, si aggiunge poi l’enorme successo di “Io sono Giorgia”, titolo dell’autobiografia che ha svelato alle masse il volto umano della grintosa militante di destra: la paura di annegare, il rischio che sua madre scegliesse di abortirla, il “pozzo nero” del padre che non l’ha amata, la lotta adolescenziale contro il sovrappeso, l’ansia da prestazione che rende la politica una sfida continua. Uscito l’11 maggio per Rizzoli, anticipato da una maxi-intervista di Aldo Cazzullo, il libro svetta al primo posto delle classifiche di saggistica da quattro settimane, fino a raggiungere l’ambito traguardo delle 100mila copie vendute alla decima edizione. 

E, dulcis in fondo, continua a crescere anche il gradimento personale del leader di Fratelli d’Italia fino a raggiungere il recente 37% contro il 31% di Matteo Salvini. 

DI BARTOLO SALVATORE

La storia si ripete: Ifigenia sacrificata sull’altare del dogma vaccinale

La propaganda del regime terapeutico ha mietuto le sue prime vittime. Saranno sicuramente balzate ai vostri occhi le tragiche notizie riguardanti Camilla, la diciottenne ligure vaccinatasi con Astrazeneca e sulla quale, nelle ultime ore, stanno uscendo numerosissime indiscrezioni dal sapore prettamente amaro. C’è chi nega qualsiasi correlazione, ormai divenuta la parola del momento, e chi si sofferma proprio sulla possibilità che l’inoculazione abbia stroncato la vita della giovane Camilla.

Il dibattito risulta sterile per una serie di motivi. Camilla rientrava in quella fascia d’età dove il rischio di sviluppare sintomi gravi dovuti al Covid-19 è praticamente nullo, ovvero pari allo 0. Altresì proprio nella suddetta fascia d’età, secondo le tabelle dell’EMA, il rischio di sviluppare gravi reazioni nel breve periodo derivante dalla vaccinazione si attesta su cifre differenti: 1.9 su 100.000.

L’altro motivo, di carattere differente dai meri numeri del nuovo modo biopolitico di governare le cose e le persone, riguarda la propaganda bellica ordita da questa classe politica. I giovani sono stati definiti come untori e pochi mesi dopo come eroi. Paladini della sanitocrazia premiati con una birra al modico costo di 50 cent. in cambio dell’inoculazione. Nemici, avversari, carogne quando si tratta di combattere il pensiero massificato.

Secondo le dichiarazioni dei genitori di Camilla, la diciottenne era sana e si era vaccinata per partire in vacanza dopo il diploma. Dunque, seguendo il ragionamento, un farmaco permetterebbe all’individuo di acquisire nuovamente la libertà. Cosa c’è in questa frase che non va? Il verbo “permettere” oppure “acquisire nuovamente la libertà“. Carissimi lettori, la libertà è un diritto inalienabile, non qualcosa che va meritato o riacquisito tramite un farmaco del quale non si sa nulla sugli effetti a lungo termine e che viene imposto con una propaganda martellante senza – ovviamente – contraddittorio tramite il ricatto.

Non essendoci l’obbligo vaccinale, Camilla avrà sottoscritto un modulo in cui dichiarava di sapere a cosa andava incontro, scagionando con ciò le autorità preposte incluse quelle che hanno organizzato l'”Open Day“. Questa morte ce l’hanno sulla coscienza tutti quelli che hanno concorso a fare dell’informazione sulle vaccinazioni un circo ideologico, un’arena per compiacere il pubblico pagante dove gli “esperti” più spregiudicati e narcisi si sono succeduti a dire tutto e il contrario di tutto (vd. Crisanti).

Questo ciarpame televisivo rappresenta il fabbisogno giornaliero della maggioranza dei cittadini, dando fiducia a chiacchiere in libertà e affermazioni spericolate. Basti pensare alla serrata sequenza al Telegiornale del duo Speranza – Figliuolo. Il primo a discutere è il Ministro della Sanità, il quale spiega e ripete che “Noi crediamo nella scienza“.

Riprendendo le parole del filosofo Andrea Zhok: “Ecco, cortese Ministro, forse “credere in” dovrebbe essere riservato alla fede trascendente. La scienza (n.d.a. come ci insegna Popper), purtroppo o per fortuna, non ha necessità di essere “creduta” per poter funzionare. Se nella scienza si “crede” questo significa solo che si crede dogmaticamente a qualunque cosa dicano gli esperti di riferimento, il che per un Ministro della Salute è proprio insufficiente. Ma forse l’espressione usata voleva essere solo una approssimazione, una piccola sciatteria espressiva, capita. Forse quello che lei intendeva davvero è “Noi abbiamo fiducia nel metodo scientifico”. E ciò non farebbe una piega e riceverebbe un meritato plauso.Solo che mezzo minuto a seguire, dopo il gancio segue il montante. Ecco apparire il generale Figliuolo che, con la proverbiale fermezza che gli consente di conquistare ogni giorno avamposti No Vax riconducendoli sotto l’ala della civiltà, ci spiega che dopo l’interruzione della somministrazione del vaccino Astrazeneca nelle fasce più giovani, si procederà alla seconda dose con vaccinazione “eterologa”.Ed “eterologo” è effettivamente una bellissima parola di ben cinque sillabe, che conferisce subito un aspetto di scientificità a chi la pronuncia. Peccato che una volta tradotto in italiano povero questo significhi che dopo aver fatto la prima dose con un vaccino ad Adenovirus di scimpanzé, la seconda dose verrà fatta con un vaccino a Mrna, uno qualunque dei due disponibili. Fantastico. Suona un po’ come le pietanze che cuociono i bambini con le cucinette di plastica. Pieni di entusiasmo, dopo la zuppa di fango, si dicono che se i pop corn sono buoni e lo è anche il ketchup, chissà che buoni devono essere i pop corn col ketchup! Ecco, caro Ministro Speranza, caro Generale Figliuolo, siccome a quanto pare “abbiamo fiducia nel metodo scientifico”, a noi tutti, gregge comune che attende di essere condotto con mano sicura dal pastore, piacerebbe tanto sapere quali e quanti sono gli studi fatti per valutare gli effetti del mescolare due vaccini diversi, di cui uno completamente innovativo, che usano due veicoli diversi, inventati a tempo di record, per affrontare un virus prima ignoto.”

Perdonateci la nostra malfidenza. Sono viziacci che si assumono in democrazia.

Il comparto agroalimentare, alcune proposte per risollevarlo

La crisi economica legata alla pandemia da covid ha lacerato diversi settori, uno su tutti il comparto agroalimentare. Tante le proposte per uscire dallo stallo. La Lega per tramite dei suoi deputati siciliani, in collaborazione con il dipartimento regionale agricoltura, guidato in Sicilia Orientale da Cosimo Giannetto, ha presentato alla Camera dei Deputati alcuni emendamenti migliorativi.

Ecco nello specifico le proposte:
1) contributo a fondo perduto per agriturismi;
2) rifinanziamento cambiale agraria;
3) rifinanziamento fondo agrumicolo;
4) l’incrementare del fondo per lo sviluppo ed il sostegno delle filiere agricole, della pesca e dell’acquacoltura;
5) regolarità contributiva in caso di compensazione AGEA/INPS;
6) ricognizione dei territori comunali privi di concessione per ormeggi da pesca professionale;
7) revisione canoni demaniali, riducendo da un massimo di 2500,00€ ad un massimo di 700,00€il tetto del canone;
8) fondo emergenze fito sanitarie;
9) rifinanziamento fondo nazionale per la suinicoltura;
10) risarcimento danni settore apistico;
11) incremento fondo gelate.

“Se gli emendamenti su elencati passeranno, daremmo un supporto notevole a quei settori che a mio modesto parere rappresentano per noi il volano economico più importante” ha dichiarato Giannetto parlando delle proposte della Lega Sicilia.

Il tema centrale resta attuale poiché l’intera filiera ha subito ogni tipo di intralcio durante il 2020 visto anche il blocco di ristoranti e la chiusura di attività annesse all’utilizzo dei prodotti agricoli. Una spirale da cui non sarà facile uscire.

L’eterna crisi della Scuola italiana: quando l’assistenzialismo soppianta il merito

Anche questo tormentato anno scolastico sta per volgere al termine: nelle prossime ore, infatti, suonerà la campanella che decreterà il “rompete le righe” per milioni di studenti italiani. Ed al pari di quello precedente, anche quest’anno, si prospetta una maxi-sanatoria che porterà avanti di un altro anno la stragrande maggioranza dei nostri studenti, trascurando pericolosamente, una volta ancora, l’impegno ed il merito. 

Un “avanti tutti” che di certo non giova nè al sistema paese, che in futuro si ritroverà gente sempre meno preparata e meno dedita al sacrificio, nè agli studenti stessi, che si porteranno dietro un pesante fardello grande quanto la voragine venutasi a creare nel loro percorso di formazione a causa dell’emergenza sanitaria.

Termini come “impegno”, “sacrificio” e “meritocrazia” sembrano essere ormai definitivamente scomparsi dall’universo Scuola. Ed al contempo, bisogna amaramente constatare che, con questo modus operandi, stiamo inculcando nei nostri giovani una mentalità fortemente orientata ad un certo assistenzialismo di maniera che si rischia di pagare a caro prezzo negli anni a venire.

Se i presupposti per la tanto agognata ripartenza sono questi, c’è davvero ben poco da star tranquilli. Continuando imperterriti ad insistere su questa direzione, il futuro del Paese non può che apparire grigio.  

DI BARTOLO SALVATORE

I laureati italiani tra i meno pagati d’Europa: continua la fuga di cervelli

Oramai non è più una sorpresa, ma un dato di fatto universalmente riconosciuto ed accettato: i laureati italiani sono tra i meno pagati d’Europa insieme a spagnoli e polacchi. Un neolaureato in Italia guadagna infatti mediamente 28mila euro annui lordi, mentre un collega inglese ne guadagna 32mila, un francese 35mila, per non parlare poi di un tedesco che ne intasca circa 50mila e di uno svizzero che ne guadagna addirittura 79 mila. Questo è quanto emerso da uno studio condotto dalla società di consulenza Mercer. 


Nonostante le notevoli differenze di trattamento con gli altri paesi europei, tuttavia, l’ultimo rapporto della Corte dei Conti sul sistema d’istruzione italiano afferma che: “la laurea comporta un notevole vantaggio, in termini di livelli di retribuzione, nella maggior parte dei Paesi dell’Ocse. In Italia, nel 2016, i 25-64enni laureati con un reddito da lavoro a tempo pieno guadagnavano il 37% in più, rispetto ai lavoratori a tempo pieno con un’istruzione secondaria superiore”. La criticità che emerge scandagliando tale rapporto è che dunque il vantaggio dei laureati sui diplomati risulta inferiore rispetto a quello degli altri paesi Ocse dove in media un laureato guadagna il 54% in più rispetto a chi ha soltanto un diploma.

Un altro dato che è possibile estrapolare dal suddetto rapporto è che vi sono ogni anno in Italia pochi laureati. Nel 2018, infatti, la percentuale di 30-34enni con un livello di istruzione terziaria era pari al 27,8%, di molto inferiore rispetto alla media Ue che si attesta intorno al 40,7%. Ed è proprio questo il paradosso: in Italia abbiamo pochi laureati, rappresentano quindi un bene scarso ma poco valorizzato in termini di retribuzione.

A tale paradosso tutto italiano si aggiunge poi anche la beffa: le ridotte prospettive occupazionali con adeguata retribuzione spingono sempre più neolaureati a lasciare il Paese. I “cervelli” che hanno lasciato il Paese sono cresciuti infatti del 41,8% rispetto al 2013. Su questo il giudizio della Corte dei conti risulta essere impietoso: “la fuga di cervelli non è compensata da un analogo afflusso di persone altamente qualificate dall’estero: il saldo netto è, dunque, negativo”. 

Tirando le dovute conclusioni, dunque, le università italiane sfornano laureati che contribuiscono poi ad accrescere il pil di altri paesi. Il tutto senza essere minimamente in grado di attirare cervelli dall’estero.

DI BARTOLO SALVATORE

Anniversario strage di Capaci: il monito di Suor Anna Monia Alfieri

Nel giorno del 29esimo anniversario della strage di Capaci e del ricordo del giudice Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca Morvillo e degli uomini della scorta che in quella strage persero la vita, arriva un forte monito per le giovani generazioni da parte di Suor Anna Monia Alfieri. 


La religiosa delle Marcelline, da sempre molto attenta all’universo giovanile, ha voluto infatti lanciare un bellissimo messaggio ai più giovani, invitandoli ad assumere sempre una posizione di netto contrasto alle mafie ed a schierarsi senza sè e senza ma dalla parte della legalità, lontano da ogni forma di connivenza con la criminalità: “Carissimi ragazzi, non c’è lo spazio per le zone grigie. Si sceglie di essere liberi o collusi e corrotti. Non ci sono le vie di mezzo. O si sta contro la mafia o si è complici, non ci sono alternative”.


Parole, quelle di Suor Anna, che giungono forti alle orecchie dei nostri giovani, imponendo loro più di una semplice riflessione oltre che una netta scelta di campo: essere delle donne e degli uomini liberi, che non cedono a compromessi e ricatti e non si piegano alla forza di intimidazione ed alla condizione di assoggettamento ed omertà tipici del metodo mafioso, seguendo sempre il fulgido esempio di Giovanni Falcone. 

DI BARTOLO SALVATORE

Ddl Zan: I dubbi dell’avv. Angelo Lucarella

Dopo il discusso intervento di  Fedez durante il concertone del primo maggio, è tornato prepotentemente in auge il dibattito intorno al Ddl Zan. Un tema davvero incandescente in queste ultime settimane, tanto da giungere letteralmente a monopolizzare l’attenzione mediatica e divenire motivo di scontro politico tra i vari partiti. 
Abbiamo voluto approfondire l’intricata vicenda legata al Ddl Zan con l’avvocato Angelo Lucarella. Costituzionalista e Vice Presidente della Commissione Giustizia del Ministero dello Sviluppo Economico, Lucarella è anche Direttore del dipartimento di Studi politici, costituzionali e tributari dell’Università Federiciana, Cultore di Diritto Costituzionale all’università di Bari, saggista e analista per riviste nazionali in ambito politico e costituzionale.

1. Nelle ultime settimane uno dei temi al centro del dibattito politico é senza dubbio il Ddl Zan. Secondo lei presenta dei profili di incostituzionalità? Indubbiamente siamo difronte ad un testo, quello ormai in esame al Senato, che necessita di un dibattito politico e, soprattutto, sociale-civile molto più ampio e trasparente. Le leggi approvate per acclamazione sappiamo a che situazioni storiche si collegano. Detto ciò, come ho avuto modo di scrivere in un’analisi recentemente pubblicata, ci sono almeno due questioni di fondo da non sottovalutare con molta (ribadisco molta) attenzione: 1) perché mai un legislatore ha necessità di definire ciò che una persona vuole essere (vedasi art. 1 del disegno di legge)? 2) perché il legislatore ha necessità di specificare di far salvo il diritto d’opinione e la condizione di libertà per legge ordinaria? Una persona nasce libera e la Costituzione italiana lo riconosce così come la CEDU (sul piano comunitario) e la Dichiarazione universale dei diritti umani (sul piano internazionale). Nessuno può definirci come essere umani. Altra cosa è sanzionare gli atti illeciti legati all’offesa personale altrui (e su questo fronte sarebbe d’accordo l’Italia intera).  


2. C’è chi sostiene che lasci troppa libertà applicativa ai giudici. Cosa pensa lei a riguardo? Il problema, a mio modo di vedere, è proprio l’opposto. Di regola un Procuratore dell’Ufficio del P.M. valuta gli elementi a favore ed a sfavore a carico di un soggetto indagato. L’indagine penale peraltro è finalizzata, sia ben chiaro, a perimetrare sia le chance di colpevolezza ipotetica che l’innocenza; quest’ultima certa, in un sistema giuridico come quello italiano, fino a sentenza passata in giudicato. Ciò che paradossalmente potrebbe accadere, con l’approvazione senza modifiche del DDL Zan, è che domani i Giudici inquirenti avranno le mani legate in termini di valutazione pre-richiesta di rinvio a giudizio: cosa, quest’ultima, che sarà l’effetto di un’unica causa a monte ovvero una legge che definisce a priori l’essere della persona (e che non è alla portata della maggior parte dei cittadini come può evincersi dal linguaggio utilizzato nell’articolo 1 della proposta di legge). Una legge deve essere ispirata a farsi capire dalla moltitudine, non da una fetta di cittadini.


3. Ritiene che, così com’è scritto, il Ddl Zan possa ledere altri diritti fondamentali, su tutti la libertà d’espressione e d’opinione? Se ha valore di principio per cui nessuno possa definirci (in quanto la persona umana nasce libera) perché mai dovrebbe farlo lo Stato? L’intento nobile di perseguire reati nei confronti di soggetti ritenuti più deboli è assolutamente condivisibile, ma si dovrebbe scegliere su un piano giuridico, ghiotto di logica, una delle due strade: istituire figure di reato apposite (cosa discutibile poiché il limite sottile tra opinione e offesa sarebbe da decifrare con ulteriore processo legislativo e si rischierebbe di cadere nel processo alle intenzioni), oppure rafforzare le aggravanti/reato rispetto a quanto il nostro sistema penale già configura come illecito nei confronti della persona umana. 


4. Se il Ddl Zan diventasse legge potrebbe avere delle pesanti ripercussioni in ambito scolastico. Quali sono secondo lei i maggiori rischi in tal senso? Ci sono tre elementi da valutare sul punto: quali competenze professionali offre il sistema scolastico italiano, complessivamente parlando, per far fronte a tutte le finalità di persuasione e sensibilizzazione che si prefigge il DDL Zan; quali strumenti pedagogici complementari ed essenziali abbia previsto il DDL Zan per unire il tratto normativo al processo educativo-sociale; quale ruolo spetta ai giovani in chiave generazionale. Istituire una giornata di celebrazione (vedasi articolo 7 del DDL), seppure avente una propria dignità ideale, è alquanto fumoso rispetto all’obiettivo concreto da raggiungere sul piano sociale e statistico-generazionale. Fare una legge non significa accettarla così com’è pur di privarla di dibattito migliorativo solo perché si rischierebbe un nulla di fatto. Fare una legge è una determinate sulla vita delle persone: siano esse vittime, rei, innocenti, ecc. Ora, posto per premesso ed assodato che tutti gli insegnanti e docenti impegnati nell’ambito sappiano trasmettere già a priori i valori di uguaglianza e libertà di opinione ai propri studenti, si rischia un cortocircuito nella misura in cui il disegno di legge non specifica l’approccio metodologico e pedagico-normativo su cui fonda il tutto (lasciando, quindi, totale arbitrio sul piatto della bilancia): un dato su tutti è non aver differenziato, ad esempio, il come si voglia agire per gradi di apprendimento ed età anagrafica stabilendo cosa si debba spiegare negli Istituti. In dieci articoli di proposta queste dinamiche non possono essere riversate tutte sul sistema scolastico perché significa non essere seri dinanzi al problema che, in altra veste, si dice di voler combattere. Risultato inevitabile sarà l’incertezza totale sul fronte educativo condita di una voragine-gap comunicativo-sociale a cui le Scuole potranno far diga quantomeno con tre strumenti: la sensibilità e la versatilità del corpo docente, la Costituzione italiana e l’educazione civica (cosa, quest’ultima, su cui si dovrebbe fare un altro tipo di analisi).

DI BARTOLO SALVATORE

Palestinesi sfrattati, palestinesi colpevoli

Se non state attenti, i media vi faranno odiare le persone che vengono oppresse e amare quelle che opprimono“. Questa frase ultimamente riecheggia nel panottico Facebook nel tentativo da parte degli utenti di risvegliare le coscienze della massa. Il suo autore? Uno dei più grandi leader di una minoranza ormai diluitasi nella variopinta società americana: Malcolm X.

Da qualche giorno tutti i media nazionali sono impegnati in un processo di totale genuflessione – non di certo il primo, soprattutto in questi ultimi due anni – nei confronti dello strapotere israeliano. La narrazione è simile a quella di un western pre 1968 in cui gli indiani amerindi venivano descritti come i peggiori criminali della storia. In realtà la situazione, com’è possibile vedere in “Corvo rosso non avrai il mio scalpo!” del 1972, non era esattamente quella descritta dalla cinematografia americana.

Un tempo l’aumento della tensione a Gerusalemme e a Gaza avrebbe causato una mobilitazione diplomatica atta a rilanciare il processo di pace israelo-palestinese. Stavolta non è successo. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha faticato il 10 maggio a rilasciare una dichiarazione comune, alla fine praticamente inutile come tante altre. A Gerusalemme gli scontri continuano e la violenza è arrivata fino all’interno della moschea Al Aqsa, la quale ha iniziato a bruciare e il rogo è stato accolto con canti e balli da parte degli ebrei israeliani.

Il mondo intero resta ad osservare i trattamenti criminali degli israeliani nei confronti di un popolo invaso e sfrattato dalle sue terre. Israele è forte, fortissimo. Gode di un potere ineguagliabile nei confronti del mondo. Tutte le potenze occidentali sono vicendevolmente colpevoli poiché alleate di un illegittimo stato criminale. I palestinesi sono deboli, troppo deboli. Sfrattati dalle loro case a Gerusalemme Est, poi bombardati da una delle aviazioni più potenti del mondo.

Imparate a fare il bene; cercate la giustizia, rialzate l’oppresso, fate ragione all’orfano, difendete la causa della vedova.

Isaia, capitolo 1, versetto 17

Cito questo passo biblico per dirigermi verso la conclusione di questa riflessione. Non vi è uno scontro effettivo poiché non vi è paragone tra le forze in campo. Si sta cancellando l’identità culturale palestinese con la compiacenza anche di quei paesi arabi come l’Egitto, la Giordania e l’Arabia Saudita.

Ebrei come Gideon Levy, Amira Hass e Avraham Burg raccontano da anni i crimini del cattivo e sadico Benjamin Netanyahu nei confronti dei palestinesi. I governi di USA e UE peccano di ipocrisia perché accettano il ricatto degli ebrei sulla Shoah. Tutti noi conosciamo cosa è stata la Shoah, dunque come si può difendere la politica israeliana nei confronti dei palestinesi? La Cina se ne lava le mani e la Siria, uno dei pochissimi nemici storici, sarà fuori gioco per 50 anni. L’Iran non può neanche alzare un dito che Israele gliela fa pagare ai palestinesi.

In “Temporary People“, l’autore Unnikrishnan Deepak affronta l’arduo tema dei diritti sociali dei lavoratori migranti negli Emirati Arabi. Indovinate cosa viene riconosciuto ad essi? Assolutamente nulla, praticamente al pari di quei 1.8 milioni di palestinesi che vivono nello stato di Israele. La politica di apartheid nei loro confronti non è troppo diversa da quella praticata in Sudafrica. Ma il criminale resta il palestinese.