La catastrofe afghana evidenzia i limiti a stelle e strisce

Gli eventi che hanno portato alla Caporetto americana sono molteplici. Trovo necessario partire da un racconto cronistico dei fatti per porre meglio la questione del fallimento a stelle e strisce nella questione afghana.

Partiamo dall’inizio della “forever war”. George W. Bush, appena una settimana dopo la distruzione delle Torri Gemelle, firmò una risoluzione congiunta per autorizzare “l’uso militare della forza” nei confronti dei responsabili dell’attacco. Tra questi rientravano anche i Talebani, che controllavano il Paese dal 1996 e avevano fornito – si presuppone – supporto ad Al Qaida.

Le operazioni armate proseguirono fino al 2003, anno di dispersione delle forze di Al Qaida tra l’Afghanistan e il Pakistan. Dopodiché Bush si impegnò a ricostruire il Paese tramite l’utilizzo di un fondo di 38 miliardi di dollari. Durante la prima quiete, in Afghanistan si contavano circa 8mila soldati americani e l’invasione del vicino Iraq era appena iniziata.

Oggi siamo chiamati a difendere la libertà contro nemici spietati. E, ancora una volta, abbiamo bisogno di fermezza, coraggio e speranza. La guerra contro il terrorismo sarà lunga.

George W. Bush, discorso del 17 aprile 2002

L’arrivo di Obama alla Casa Bianca coincide con il record di soldati presenti in terra afghana: si stima che nel 2010 le truppe USA constassero di oltre 100mila unità. Il 2 maggio 2011, quasi dieci anni dopo la distruzione delle Torri Gemelle, il “Team 6” dei Navy Seals scova e uccide il leader di Al Qaida Osama Bin Lâdin. L’evento viene celebrato con grande euforia e Obama decide di cominciare un graduale ritiro delle truppe. Secondo i piani stabiliti, il Paese doveva essere lasciato in mano alle forze locali entro il 2016.

Dobbiamo distruggere, smantellare e sconfiggere la rete di Al Qaida in Pakistan e in Afghanistan, e impedire un loro ritorno nel Paese in futuro.

Barack Obama, discorso del 27 marzo 2009

Oltre 90mila soldati vennero effettivamente evacuati, ma la restante parte rimase per addestrare i soldati afghani per combattere le rimanenze di Al Qaida. Anche questi 10mila soldati avrebbero dovuto lasciare l’Afghanistan entro il 2016, ma alla fine del secondo e ultimo mandato di Obama, nel 2017, erano ancora lì.

Con l’arrivo del Tycoon giunsero le prime, serie, mosse sullo scacchiere afghano. Inizialmente l’istinto era quello di ritirare le truppe, ma Trump aveva poi deciso di continuare il conflitto per evitare che si creasse “uno spazio per i terroristi” subito dopo la partenza delle truppe. Il 29 febbraio 2020 viene firmato l’accordo di Doha, il quale prevedeva il ritiro completo delle 12mila truppe americane presenti sul territorio afghano. I talebani avrebbero dovuto, in cambio, interrompere ogni rapporto con i gruppi terroristi.

Con l’arrivo di Biden e le conseguenti mosse alla Cadorna, il territorio afghano ha ricominciato a sentire il fischio dei proiettili e l’ululato delle bombe. La prima offensiva talebana ha avuto luogo nella provincia di Helmand, nel sud del Paese, il 4 maggio. Dopodiché i talebani hanno conquistato Kabul e costretto alla fuga il presidente Ashraf Ghani verso l’Uzbekistan. Una vera e propria fuga con la coda tra le gambe senza rispettare gli accordi di Doha e di conseguenza il piano dell’amministrazione Trump.

Con l’arrivo dei Talebani a Kabul subentrano anche le nuove leggi. I nuovi padroni del Paese hanno garantito di non voler irritare nessuno, poiché i loro nemici sono fuggiti a gambe levate facendo loro una grossa cortesia. I Pashtu si impegneranno a rispettare i diritti delle donne sotto il sistema della Sharia, non di certo in modo libertario. Inoltre guardando verso la regione del Panjshir – notoriamente in guerra contro il potere talebano – il ribelle Ahmad Massoud non sembra costituire una questione di grossa rilevanza.

I Talebani fatturano oltre 1,6 miliardi di dollari l’anno tramite numerose attività, dunque il movimento ribelle del Panjshir non potrà scalfirli. La potenza dei Pashtu deriva dall’estrazione mineraria, dal duo oppio-eroina, dalle esportazioni, dalle tasse e dal settore immobiliare. Sono numerosi i paesi stranieri che donano ai Talebani: Pakistan, Iran, Arabia Saudita, EAU e il Qatar. I loro maggiori clienti sono la Cina e gli Emirati Arabi Uniti.

A meno che non venga intrapresa un’azione globale, i Talebani rimarranno un’organizzazione estremamente ricca, con un flusso di finanziamenti autosufficiente e supporto esterno dai Paesi della Regione. Il ruolo di forza destabilizzante, non solo nell’Asia meridionale ma a livello globale, è stato rafforzato dal ritiro degli USA e dal previsto ritorno all’equazione del potere a Kabul.

Torniamo adesso all’origine di questo articolo, ovvero ai limiti evidenti dell’illusione liberale che prospetta il suo naufragio. Oltre alle ovvie colpe dell’amministrazione Biden, c’è chi a sinistra tira ancora in ballo Trump con ossessività. Il fallimento riguarda un intero modello politico. Fare ingegneria sociale in qualunque società, inclusa la propria, è un compito straordinariamente complicato.

L’idea del liberalismo progressista ha distrutto parecchi sogni a stelle e strisce. Negli USA vi è un ribollire di scontri fra minoranze e gruppi sociali. Il Me too, poi il BLM, poi le lotte Lgbt e l’assalto a Capitol Hill: la tendenza liberale a combattere le identità larghe rafforza quelle più ristrette e le infiamma. Allo stesso modo, il tentativo di sopprimere le nazioni per creare nuovi ordinamenti sovranazionali o inoculare un modello unico sviluppa reazioni tribali.

Se l’Afghanistan insegna qualcosa è che i popoli vogliono autodeterminarsi, e chi prova a impedirglielo viene combattuto. A costo di favorire l’ascesa di inquietanti barbuti che disprezzano persino la musica. Non sorprendiamoci se quel fantomatico esercito di 300mila afghani addestrati dalle forze Nato si è sfilacciato in poco e nulla.

I nostri soldati hanno fatto bene dal punto di vista tattico, ma corruzione, pensiero e clan non si possono addestrare. Questa operazione ha creato le condizioni per eliminare Bin Lâdin. Per tutto il resto è un mezzo fallimento. Abbiamo perso 53 persone, ricordiamocelo.

Gen. Giuseppe Morabito, “Il Giornale” – 18 agosto 2021

Il pericolo di un nuovo Bin Lâdin non è da escludere. La gestione di questa ritirata è da ritenersi catastrofica. La ricchezza in espansione dei Talebani e l’apertura del dialogo tra loro e la Cina rappresentano una pericolosissima minaccia per l’Occidente. Il fallimento testé citato del liberalismo progressista deve riportare in auge l’identitarismo per difendere il continente europeo da scelte operate da stati estranei.

Cronaca di un omicidio di Stato

Gli apparati giornalistici hanno liquidato l’affaire De Donno con una semplice quanto drammatica parola: “suicidio“. Non ragionerò oggi pomeriggio sulle varie ipotesi, bensì argomenterò la mia tesi sulla morte del padre della cura col plasma. È indubbio il fatto che in Italia si vive dentro una pericolosa cupola fatta di Tachipirina e vigile attesa. Ad essa, manovra non di profilassi ma politica, si sono contrapposti numerosi medici con delle terapie domiciliari efficaci e antigovernative.

Queste argomentazioni risulteranno sicuramente astruse e prive di logica per chi verrà dopo di noi e leggerà di quanto è avvenuto nel nostro Paese. Eliminata la profilassi atta a contrastare le polmoniti, si preferì curare i pazienti – forse per inurbanità – con un antipiretico che nascose lo stato reale dell’infiammazione. Dunque arrivò il turno dei pneumologi in reparto.

Il dottor De Donno, pneumologo dell’ospedale di Mantova, sperimentò per la prima volta al mondo durante la pandemia da Covid-19 la cura col plasma iperimmune. La profilassi ebbe subito un grande risalto tra i media, ma il risultato fu quello opposto rispetto ad un grido di gioia a lungo cercato durante i mesi più bui del 2020. De Donno venne dato in pasto agli avvoltoi del web – Lucarelli e Tosa in primis – e avvicinato alle politiche “fascioleghiste“, come affermano i seguaci di questi pericolosi pennivendoli del web.

La medicina declinata alla politica, sic et simpliciter. Nulla poteva contrastare la profilassi governativa, bisognava attendere a tutti i costi il vaccino cercando di limitare i danni. Ma non è andata esattamente così. De Donno si è scontrato con un potere molto più forte di lui ed è stato massacrato a livello mediatico.

Secondo uno studio realizzato da De Donno tra aprile e maggio 2020, su 46 pazienti gravi trattati con il plasma iperimmune ne erano morti solo 3, invece dei 6-7 previsti sulla base delle statistiche disponibili. Questi risultati iniziali avevano creato molte attese e raccolto notevole attenzione intorno alla figura di De Donno affinché l’Agenzia del Farmaco (Aifa) approvasse ufficialmente la cura a base di plasma.

La cura non è andata avanti per un semplice motivo. La difficoltà di valutare tali terapie è oggettiva. Il Covid-19 ha una mortalità relativamente bassa (circa l’1% dei contagiati) e richiede di osservare un campione di malati molto più ampio di qualche decina o centinaia per stabilire l’efficacia di un farmaco. Pochi decessi in più o in meno, infatti, potrebbero dipendere solo dalla casualità.

Ma raccogliere più pazienti in ambiente ospedaliero non è sempre possibile e necessita di tempi incompatibili con l’emergenza di una pandemia. Il trial «Solidarity» dell’Oms, progettato per trovare farmaci efficaci contro il Covid, ha coinvolto centinaia di Paesi e ospedali di tutto il mondo, un’impresa impensabile per un singolo governo. E in questa incertezza statistica possono celarsi sia le cure promettenti ma trascurate da una comunità scientifica disattenta o conservatrice che le terapie inefficaci promosse dagli scienziati-guru.

Dunque arrivò la delegittimazione per la cura col plasma iperimmune, ma non solo. Ad essa si aggiunse anche un’indagine da parte dei Nas. In un’intervista a La Verità, l’ex primario disse che in ospedale addirittura arrivarono i Nas:

“Non so né per cercare cosa né chi li ha mandati. Non cerco polemiche, ma le cose non avvengono a caso. Qualcuno, alla fine, dovrà spiegare ai familiari degli ammalati e al Paese cosa sta succedendo”.

Giuseppe De Donno, La Verità, 2020

L’esperto ritenne “gravissimo” proibire l’uso del plasma: “La comunità scientifica dovrà rispondere ai cittadini di questo“. E poi sui social difese a spada tratta il suo operato: “Se qualcuno crede di scoraggiarmi, non ci riuscirà“.

Dichiarazioni riprese da Paolo Grimoldi, deputato della Lega, che sul proprio profilo Facebook ha rilanciato l’articolo dell’intervista. L’esponente del Carroccio ora pretende chiarezza e vuole i dettagli di quanto avvenuto in passato, alla luce di ciò che De Donno rivelò: “Chi nel governo Conte mandò i carabinieri a un medico che salvava vite? Perché? Ci sono di mezzo soldi? Voglio il nome, potrebbe essere responsabile della morte del dottore“.

La giornalista Maria Giovanna Maglie, ha puntato il dito contro i virologi e i colleghi scienziati che  hanno calunniato o offeso in televisione e sui social De Donno. “Troppe calunnie, insulti, irrisione dei colleghi da talk tv col sopracciò. Gli stessi che ci impongono il greenpass”, ha cinguettato. Tra i primi a commentare la vicenda anche Red Ronnie, lo storico conduttore di Roxy Bar che recentemente aveva intervistato il medico mantovano. “Lo hanno lasciato solo, e così lo hanno ucciso” è il duro sfogo di Gabriele Ansaloni che è andato in diretta su Facebook appena ha appreso la morte del medico. 

A proposito di questa macchina del fango, sarebbe cosa buona e giusta riprendere le parole del filosofo Guy Debord: “Lo spettacolo è l’ideologia per eccellenza, perché espone e manifesta nella sua pienezza l’essenza di ogni sistema ideologico: l’impoverimento, l’asservimento e la negazione della vita reale. Lo spettacolo è materialmente “l’espressione della separazione e dell’estraniarsi dell’uomo dall’uomo”.

“La nuova potenza del reciproco inganno che vi si è concentrata ha la sua base nella produzione precisa da cui “con la massa degli oggetti cresce… il regno degli enti estranei ai quali l’uomo è soggiogato”. È lo stadio supremo di un’espansione che ha ritorto il bisogno contro la vita. “Il bisogno di denaro è quindi il vero bisogno prodotto dall’economia politica, e il solo che essa produca. Lo spettacolo estende a tutta la vita sociale il principio che Hegel, nella Realphilosophie di Jena, concepisce come quello del denaro: “La vita di ciò che è morto, moventesi in se stesso”.

E ancora: “Lo spettacolo, che cancella i limiti dell’io e del mondo con l’annientamento dell’io, assediato dalla presenza-assenza del mondo, cancella ugualmente i limiti del vero e del falso con la rimozione di ogni verità vissuta sotto la presenza reale della falsità assicurata dall’organizzazione dell’apparenza. Chi subisce passivamente la propria sorte quotidianamente estranea è dunque spinto verso una follia che reagisce illusoriamente a questa sorte con il ricorso a tecniche magiche”.

“Il riconoscimento e il consumo delle merci sono al centro di questa pseudorisposta ad una comunicazione senza risposta. Il bisogno di imitazione che prova il consumatore è precisamente il bisogno infantile, condizionato da tutti gli aspetti del suo spossessamento fondamentale. Secondo i termini che Gabel applica ad un livello patologico diverso, “il bisogno anormale di rappresentazione compensa qui un sentimento torturante di essere ai margini dell’esistenza”.

Sulla distruzione della logica ne parlerò in un altro articolo. Ragioniamo su questo omicidio di stato e prepariamoci ad ulteriori peggioramenti. Urge un ritorno nelle piazze.

La ‘caccia al no-vax’ è partita, come la ‘caccia al politico’ nella stagione di Mani Pulite

Clima decisamente pesante quello che si respira in queste ultime ore in Italia. Un paese letteralmente spaccato in due, tra chi ritiene che il green pass rappresenti una necessità vitale per ritornare a vivere e scongiurare il rischio di nuove chiusure e chi invece sostiene l’idea secondo la quale il suddetto lasciapassare rappresenti un forte limite alle libertà costituzionali. Una divisione netta, amplificata ulteriormente da quelli che potremmo semplicisticamente definire ‘gli addetti ai lavori’, siano essi politici, giornalisti, opinionisti o virologi. Sì, perché spesso e volentieri sono proprio le uscite infelici ed i toni inadeguati di chi in realtà sarebbe a preposto a ‘mantenere l’ordine‘ ad acuire ulteriormente scontri e spaccature. E poco importa poi se quei soggetti che alimentano il caos sono gli stessi che passano le loro giornate ad appiccicare l’etichetta di ‘irresponsabile’ a chi sceglie liberamente di non conformarsi al pensiero unico dominante.

Un vero e proprio clima da ‘caccia alle streghe’ che sta portando le masse ad identificare in un nemico da abbattere chi, compiendo una scelta libera e personale, decide di non sottoporsi alla somministrazione del vaccino od anche chi, anche se già vaccinato, manifesta una qualche obiezione nei confronti della scelta del governo di introdurre il green pass. Una ricerca spasmodica del colpevole di turno su cui riversare le colpe di una situazione che tende sempre più a sfuggire di mano a chi governa, e destinata ad acuirsi ancor di più nelle prossime settimane, allorquando, con l’arrivo dell’autunno, si evidenzierà necessariamente un fisiologico aumento dei contagi ed un conseguente peggioramento del quadro epidemiologico. Peggioramento che, visti i presupposti, verrà di certo imputato ad una determinata categoria identificata con il ‘no-vax’, con tutte le conseguenze che da questo poi scaturiranno.

Una situazione esplosiva dunque, così come in Italia non se ne vedevano da tempo. Bisogna infatti tornare indietro ai primi anni novanta ed alla stagione passata poi alla storia come ‘Tangentopoli’ per ritrovare un tale livello di scontro e di esasperazione collettiva nel paese. In molti si chiederanno adesso, cosa c’entra adesso Tangentopoli con il green pass, qual’è il nesso logico che lega le due vicende apparentemente distanti anni luce. Il nesso esiste, eccome! Anche in quei giorni infatti, come oggi, la quasi totalità degli organi di stampa e del mondo intellettuale trovò improvvisamente una sorta di simbiosi ed un medesimo obiettivo: fare fronte comune contro chi, in quel momento, veniva considerato il nemico da abbattere a tutti i costi: la partitocrazia.

Si iniziò quindi a dipingere il politico come il ‘male assoluto’, il ‘ladro’, il ‘corrotto’. Ieri il politico, oggi il manifestante, dipinto ora come ‘no-vax’, ora come ‘irresponsabile‘, ora ‘estremista di destra. Gli attori sulla scena sono evidentemente diversi, ma il copione è spaventosamente simile. Si identifica un nemico od una categoria di nemici, gli si sguinzagliano contro i ‘giornalisti di regime’ che bombardano letteralmente le masse di informazioni tese a screditare il nemico di turno e miranti ad inculcare nell’uomo un’idea ben definita: ‘eccolo, è lui il male da estirpare a tutti i costi per tornare a vivere.’ Si crea così un clima artefatto di odio e di frustrazione collettiva, in cui il giustizialismo regna incontrastato. Odio che potrà essere placato soltanto attraverso il gesto estremo: ‘l’abbattimento del nemico pubblico’.

Allora fu la politica a soccombere, e con essa quel Bettino Craxi che in quel momento rappresentava ‘l’uomo forte’ , quindi quale miglior simbolo da sacrificare sull’altare della giustizia per estirpare il cancro della corruzione e ristabilire una situazione di legalità. Oggi, invece, il bersaglio è il manifestante o chiunque si opponga all’ideologia di stato, che con la sua irresponsabilità mette a rischio la vita e la salute altrui. Evidentemente manca ancora un personaggio da eleggere a simbolo e quindi a ‘male supremo’, a bestia feroce da sacrificare perché il popolo possa finalmente comprendere le reali conseguenze del non essersi conformati alla nuova ideologia dominante. Ma per quello c’è tempo. Nel frattempo la ‘caccia al no-vax’ è già partita!

DI BARTOLO SALVATORE

All’inferno si scende a piccoli passi

In 506 giorni abbiamo “accettato” praticamente tutto. Prima il coprifuoco, poi la proroga dello stato di emergenza al 31 dicembre, adesso ci dovremo piegare anche all’utilizzo di un pass per accedere in un ristorante o per allietarci con un film al cinema. Prima di discutere del degrado costituzionale che sta colpendo il nostro già martoriato Paese, è necessario capire da dove parte questo fenomeno illiberale.

Si sta costruendo, in maniera molto simile al modello cinese, un sistema di controllo sempre più pervasivo della vita dei cittadini. Lo stato, tramite dichiarazioni fuorvianti e pericolose, divide la massa e fomenta discordie per imporre nuovi modelli di vita. Ciò che mi sento di affermare è che non avremo mai più indietro quei lembi di libertà strappatici pian piano durante questo anno e mezzo.

Avendo accettato una quantità di misure straordinarie pressoché infinite, il callo si è ormai formato e sarà arduo rimuoverlo. La nuova composizione societaria in senso restrittivo e limitativo ha reso profetici gli scritti di Orwell e Huxley. L’obbligo del green pass per entrare in cinema, ristoranti e altri luoghi pubblici è solo l’ultima limitazione in ordine di tempo, ma prepariamoci al peggio nei prossimi mesi.

Se il numero dei contagi dovesse salire, la colpa andrà a coloro che hanno deciso – o sono costretti per motivi di salute – di non sottoporsi all’inoculazione, poiché la narrazione dominante ha stabilito ciò per non venir meno al tradizionale “divide et impera“. Il green pass, nato per gli spostamenti tra i paesi dell’UE, è uno strumento che lede la libertà e apre la porta ad ulteriori restrizioni lesive di altri diritti: uno su tutti quello del lavoro.

Dovrebbe fare orrore a tutti una distinzione in cittadini di serie A provvisti del pass e cittadini di serie B non forniti di esso. Invece, specialmente in Italia, non è così. Si leggono quotidianamente dichiarazioni di odio da parte di finti giornalisti, medici di laboratorio e generali. Ne citerò alcuni:

“Nelle piazze il virus del No-Pass” (La Stampa, 25/7/2021), “Confindustria, mossa anti no-vax: senza vaccino niente stipendio, la proposta” (QuiFinanza, 21/7/2021), “Covid, Bassetti: “Attacchi no-vax sono attacchi di organizzazioni criminali a Stato” (Adnkronos, 25/7/2021), “L’appello a non vaccinarsi è un appello a morire, dice Draghi” (La Repubblica, 23/7/2021), “Propongo una colletta per pagare ai nova gli abbonamenti Netflix per quando dal 5 agosto saranno agli arresti domiciliari chiusi in casa come dei sorci” (Roberto Burioni, profilo Twitter), “Selvaggia Lucarelli ed Heather Parisi, scintille social: “Vorrei un virus che mangia gli organi riducendoti a poltiglia”, la ballerina replica” (Libero, 27/2/2021), “Andrea Scanzi, il post virale condiviso: vedervi morire come mosche, uno spettacolo” (Corriere dell’Umbria, 28/10/2020), “Caccia ai non vaccinati, sono oltre 17 milioni” (La Repubblica, 19/7/2021), “Ilaria Capua e la provocazione: “No vax paghino costi ricoveri” (Adnkronos, 22/7/2021), “Emilia, assessore regionale propone carrozze treno per vaccinati e non” (TgCom24, 21/7/2021), “No vax, bamboccioni senza cervello” (La Stampa, 24/7/2021), “Vaccino covid, Crisanti: No vax si ammala? Paga le cure” (Adnkronos, 9/7/2021), “Variante Delta, Bassetti: Covid in autunno? In lockdown solo i non vaccinati” (Adnkronos, 2/7/2021), “Team della Difesa e medici di base. Partita la caccia ai No Vax over 60” (ilGiornale, 28/6/2021).

Il clima di vera e propria caccia alle streghe originatosi dalle follie di Speranza durante il governo Conte con la conseguente tirannia del pass creata dal vescovo di Goldman Sachs porterà all’esasperazione di un conflitto sociale già in atto. Fanno certamente dispiacere le parole di Liliana Segre: “chi non si vaccina stia isolato”, poiché questa dichiarazione la mette sullo stesso piano dei suoi carnefici.

Resta da chiedersi il perché di una discesa verso l’abisso così tremenda, ma non dovremmo sorprenderci troppo. La miseria della natura umana si è svelata per intero durante questo periodo e sicuramente si scenderà ancora più in basso. Ma in punta di piedi, senza far troppo rumore. Perché all’inferno si scende a piccoli passi.

La censura degli ‘eretici’: Instagram imbavaglia Porro e Capezzone

Nicola Porro e Daniele Capezzone due voci fuori dal coro, due professionisti che coraggiosamente hanno scelto di non allinearsi al pensiero unico dominante, due veri liberali! Mica come tutti coloro i quali in questi anni hanno ripetuto fino alla nausea di essere tali salvo poi eclissarsi nel momento in cui bisognava davvero darne prova. Due personaggi pubblici molto stimati ed apprezzati, con un seguito importante ed in costante crescita tra gli italiani, i cui punti di vista, spesso e volentieri in contrasto con quelli del mainstream, non passano di certo inosservati.

Alle ore 19 del 22 luglio, i due giornalisti fissano una diretta Instagram per commentare le decisioni assunte dal Consiglio dei Ministri in merito all’introduzione dell’obbligatorietà del green pass in Italia. Lo stesso giorno, alla stessa ora, è fissata la conferenza stampa del premier Mario Draghi per annunciare agli italiani le decisioni assunte dal Cdm.

Una diretta molto seguita quella di Porro e Capezzone, nella quale i due giornalisti “si permettono il lusso” di sollevare qualche (più che lecita) obiezione in merito alle misure introdotte dal nuovo decreto ed ai conseguenti risvolti sul piano del rispetto dei diritti e delle libertà costituzionali. È così, accade che Instagram decida inspiegabilmente di censurare i due opinionisti in quanto rei di aver violato “le policy dell’azienda”.

Violazione delle policy dell’azienda: una mannaia che si abbatte puntualmente su chi tende ad assumere posizioni in contrasto con l’ideologia dominante. Ma d’altronde si sa, Instagram è di proprietà di Facebook, altro social network che di censura qualcosa s’intende.

Ma da cosa deriva questa applicazione così allegra dello strumento della censura da parte dei social? Dando un’occhiata al pacchetto azionario di Facebook, non si fatica molto a comprendere chi siano i principali investitori istituzionali del noto social network. Gli stessi investitori che, casualmente, detengono cospicue partecipazioni in diverse Big Pharma impegnate nella produzione e nella commercializzazione dei vaccini anti Covid nel nostro paese.

E allora il quadro inizia improvvisamente a delinearsi e ciò che poteva apparire almeno inizialmente inspiegabile adesso tende a palesarsi per ciò che in realtà è: una violazione dell’interesse economico e finanziario di chi detiene il controllo dell’informazione e dell’industria farmaceutica. E suvvia, non si può mica pretendere che questi interessi vengano posti in secondo piano per il rispetto di qualche principio costituzionale!

DI BARTOLO SALVATORE

Cari post-comunisti, da oggi i fascisti siete voi!

22 luglio 2021: una data probabilmente destinata a restare nella storia della nostra nazione. La data in cui il governo guidato da Mario Draghi approva il decreto che sancisce l’estensione del Green pass e con esso una miriade di limitazioni ai diritti costituzionalmente riconosciuti al cittadino.

Una decisione senza precedenti nella storia repubblicana che evoca spettri che credevamo sepolti da tempo. Per trovare una decisione di simile portata bisogna infatti andare a ritroso al 5 settembre 1938, giorno in cui il regime fascista approvò la leggi razziali.

Adesso, fermatevi per un attimo a riflettere e pensate cosa sarebbe successo in Italia se ad approvare un simile scempio costituzionale fosse stato un governo di centrodestra, magari guidato da Giorgia Meloni, o perlomeno con Fratelli d’Italia in maggioranza e le sinistre all’opposizione. Risposta scontata: tutti a gridare al fascismo, a parlare di deriva autoritaria, a chiedere la testa della Meloni o di qualche suo alleato esposta in pubblica piazza.

E invece no. Questa volta il partito della Meloni rappresenta l’ultimo vero baluardo di libertà. L’unico partito che, unitamente ad una ristretta schiera di coraggiosi giornalisti ed intellettuali, vedi Nicola Porro, Mario Giordano, Daniele Capezzone e Vittorio Sgarbi, sta cercando di portare avanti un’autentica battaglia di civiltà per mantenere viva in questo paese la fiammella della libertà.

Tutto il resto è noia“, come avrebbe detto in questi casi il maestro Franco Califano, uno che la libertà la cantava e la difendeva, mica un Fedez qualunque. Tutti “ginnasti dell’obbedienza” come li soleva definire De Andrè, un altro che di libertà s’intendeva. Tutti proni al nuovo regime terapeutico, con in testa ovviamente le sinistre, che il green pass lo hanno fortemente voluto e difeso a spada tratta dagli attacchi degli “irresponsabili“, dei “no-vax” e dei “fascisti“.

Ed è proprio questo il punto: a partire da oggi, quei moralisti casti e puri che da 75 anni a questa parte bollano come “fascista” tutto ciò sia contrario alla loro ideologia, abbiamo almeno la decenza di smettere di gridare al fascismo un giorno sì e l’altro pure. Siete voi ad aver tolto la libertà agli italiani. Siete voi ad aver imposto limitazioni a tutti i diritti riconosciuti dalla nostra carta costituzionale. Siete voi ad invocare la ghettizzazione fisica e culturale di chi non si conforma alle vostre scelte ideologiche. Siete sempre voi ad aver creato un clima infame e discriminatorio mettendo gli italiani “l’un contro laltro armati“. Cari post-comunisti, da oggi i fascisti siete voi. Fatevene una ragione!

DI BARTOLO SALVATORE

Un milione di euro: estorsione di Stato a Sallusti

L’Avvocatura generale dello Stato ha chiesto un milione di euro di risarcimento per i presunti “danni d’immagine” che il libro-intervista ‘Il Sistema’ di Alessandro Sallusti avrebbe procurato alla magistratura e più in generale al paese. Un azione senza precedenti quella avanzata nei confronti del direttore di ‘Libero’ e di Luca Palamara da parte degli avvocati dello Stato che in un colpo solo mette in discussione la libertà di espressione, quella di informazione e quella di stampa.

Ed è proprio qui che nasce il paradosso: lo Stato, anziché chiedere i danni ai magistrati, come avrebbe avuto senso fare alla luce del discredito che loro hanno gettato sull’Italia, chiede invece un risarcimento milionario all’autore del libro, cioè a chi, attraverso un lavoro serio e documentato, ha permesso agli italiani di conoscere i tanti misfatti del sistema giudiziario italiano.

Un vile tentativo di estorsione insomma, avanzato dallo Stato nei confronti di Sallusti e Palamara. Colpirne due per educarne cento, per scongiurare il rischio di altri ‘casi Palamara’. Questo l’intento, neanche troppo nascosto, di chi ha deciso di avanzare questa assurda richiesta. Tutto ciò, a dimostrazione del fatto che l’opera del direttore Sallusti abbia colto nel segno e di quanto il sistema sia ancora oggi radicato e potente, così come svelato proprio da Luca Palamara.

DI BARTOLO SALVATORE

In tempo di Covid c’è ancora chi muore di fame: le follie burocratiche del regime cubano

Da mesi il mondo è in ginocchio a causa del dilagare della pandemia da Coronavirus e delle sue varianti, ma in diverse parti del mondo non si muore di solo Covid, si muore soprattutto di fame. È il caso di Cuba, l’isola comunista che in queste ultime settimane sta affrontando la peggiore crisi alimentare degli ultimi trent’anni.

In un paese che importa oltre il 70% del cibo destinato a soddisfare il fabbisogno alimentare dei propri cittadini, gli scaffali dei supermercati sono ormai vuoti da tempo, anche a causa dei prezzi a dir poco proibitivi per le tasche dei cubani. In tutto ciò, il governo cubano attribuisce la carenza di cibo principalmente alle sanzioni imposte dagli Stati Uniti che, lo scorso 24 giugno, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha deciso di condannare come succede ormai ogni anno dal lontano 1992.

Sanzioni Usa, aumento dei prezzi globali (+40%), crisi del comparto turistico che un tempo valeva il 10% di Pil cubano ma oggi si è ridotto drasaticamente passando dai 4 milioni di visitatori del 2019 a circa un milione del 2020, un mix esplosivo che sta trascinando i cubani nel baratro. Ma Cuba, si sa, è anche l’isola delle stranezze e delle follie di regime: emblematico in questo senso è il caso della macellazione dei bovini.

Il regime cubano aveva stabilito che se una mucca non avesse raggiunto un certo limite d’età non si sarebbe potuta macellare, adesso, a causa della crisi alimentare, gli allevatori hanno la possibilità di abbattere i bovini sia per la vendita delle carni che per per soddisfare il proprio fabbisogno alimentare. Purtuttavia, è necessario prima passare da una serie di follie burocratiche, ivi compresa la certificazione che la mucca abbia prodotto almeno 520 litri di latte all’anno. Inoltre, per evitare che le mandrie si riducano eccessivamente, è consentito macellare soltanto una mucca ogni tre vitelli. E poi sono richieste ancora tutta una serie di autorizzazioni per la macellazione dell’animale. Insomma, non proprio il massimo per un popolo che muore letteralmente di fame.

Ma ciò che riguarda il bestiame è solo l’ultima, in ordine cronologico, delle tante stranezze cubane. Il regime, ad esempio, impone agli agricoltori di vendere il loro intero raccolto allo Stato a prezzi non competitivi. Per far fronte a questa crisi alimentare, molti cubani residenti all’estero stanno cercando di aiutare i loro familiari a combattere la fame inviando dei pacchi. Ma anche in questo caso, le difficoltà sono notevoli: le merci provenienti dagli Stati Uniti, che un tempo richiedevano due settimane per essere consegnate, ora possono impiegare fino a quattro mesi per giungere a destinazione poiché la carenza di carburante e di mezzi a Cuba rende più difficile l’ultima tappa della consegna.

E la politica in tutto ciò sta dando le risposte dovute? Sì, ma solo per peggiorare ancor di più la situazione: la Banca Centrale ha infatti imposto ai cubani, a partire dal 21 giugno scorso, il divieto di depositare dollari sui propri conti correnti bancari. Ci si potrà limitare solamente a scambiarli con euro ed altre valute, ovviamente pagando delle laute commissioni. L’effetto immediato di tale provvedimento è stato una marea umana di cubani in fila agli sportelli per depositare dollari per poter comprare generi alimentari di prima necessità. Giusto per non farsi mancare nulla nell’isola delle follie da regime.

DI BARTOLO SALVATORE

Il trionfo della Ripartenza: il mondo liberale è ancora vivo

Avete mai partecipato ad una tavola con duemila commensali intenti a cibarsi di una deliziosa zuppa di Porro? Io sì e non di certo in un grande ristorante sfarzoso, ma al Petruzzelli, uno dei teatri più belli d’Europa. La Ripartenza sancisce l’apertura di una nuova via di consapevolezza rispetto al pensiero unico del virus. Il teatro barese ha visto sfilare sul suo palco una moltitudine di ospiti provenienti dai settori più disparati.

La sessione del sabato mattina ha visto il mattatore Nicola Porro conversare con lo shock jock Giuseppe Cruciani in una puntata speciale della Zuppa. Tantissimi gli argomenti discussi: dal tema vaccini al ddl Zan, passando per il caso Davigo. Grazie a questa prima sessione si è potuta metaforicamente assaporare la stupenda essenza del pluralismo. Porro da un lato, fortemente liberale e più vicino alle ragioni di Stato; Cruciani dall’altro, prepotentemente anarchico e lontano – al pari del collega – dalle logiche che intorpidiscono il popolo.

La seconda parte della sessione mattutina ha visto alcuni dei più importanti imprenditori italiani – e non solo – conversare con Porro sulla ripartenza del made in Italy. Da Guido Grimaldi, direttore commerciale di Grimaldi Lines, passando per Francesco Casillo, Sir Rocco Forte, Fabio Lazzerini e Marco Pozzo. Nel mezzo vi erano alcune delle realtà imprenditoriali più importanti d’Italia: quella del vetro e degli arredamenti, della produzione di pasta, pane e pizza, degli hotel e dei mezzi di trasporto.

Ad un certo punto, mentre che Bari veniva colpita dall’ennesimo acquazzone del fine settimana – Ripartenza bagnata, Ripartenza fortunata – ecco comparire all’interno del Petruzzelli l’Arte. Sì, l’Arte con la lettera maiuscola poiché, con tono trionfante, ecco apparire dal buio della sala Vittorio Sgarbi insieme al Caravaggio. I presenti tributano il giusto applauso al critico d’arte dopo aver degustato una splendida lecture dell’attore Stefano Accorsi (quello dei riff di Keith Richards e delle rovesciate di Bonimba, per intenderci).

Comincia l’orazione sgarbiana. Politicamente scorretta, precisa, preparata al minimo dettaglio. Sgarbi sembra essere l’unico contemporaneo in grado di potersi confrontare con Cicerone. La sua lezione sul Caravaggio e il sacrosanto parallelismo con Pasolini si conclude con un perentorio: “Andate a comprare il mio libro“. Detto fatto. Impossibile resistere. Sembra come trovarsi di fronte ad una tavola dove scorrono prelibatezze in modo continuo.

La sessione serale, dal tono più ministeriale, ha visto il ministro dello Sviluppo Economico Giorgetti confrontarsi con Sallusti, direttore di Libero, e Porro. Sulle sue dichiarazioni, onde evitare di annoiare qualcuno, vi allego il link per leggere una sintesi di quanto è stato detto durante la serata. (Clicca qui)

Le dichiarazioni di Giorgetti sono pure, non nascondono nulla. Ha chiaramente detto che ci sarà un prezzo da pagare per la transizione ecologica. Il costo dell’energia aumenterà del 17% e questo graverà terribilmente sulle tasche di noi italiani. Ma l’importante resta perpetrare questo piano ecologico che – per molti versi – sembra quasi un genocidio di massa dei lavoratori e delle famiglie meno abbienti.

Di questo argomento se n’è parlato anche alla tavola rotonda della domenica mattina. I commensali, provenienti anch’essi dai mercati più disparati, hanno ragionato e discusso sull’elettrico e sulla sostenibilità reale. Molto interessante l’intervento sul futuro dell’Automotive di Salvatore Internullo, direttore generale di Peugeot Italia. Al termine di essa è intervenuta il presidente del Senato Casellati. (Clicca qui per leggere le sue dichiarazioni)

La Ripartenza è stato un trionfo. Un festival leggero, pieno di grandi personalità e con numerosi argomenti da dover discutere per far sapere agli aedi del pensiero unico che anche noi ci siamo. Il festival organizzato da Nicola Porro, dotato di una disponibilità fuori dal comune per un giornalista come lui, è riuscito a creare una nuova consapevolezza all’interno dell’ambiente liberale italiano, ad oggi fin troppo vituperato.

Al prossimo anno, si spera. Nel frattempo continuiamo a lottare per propagare sempre più questa nuova contezza di stampo liberale.

I 100 anni di Donna Assunta Almirante, un emblema della destra italiana

Compie cent’anni donna Assunta Almirante, seconda moglie dell’indimenticato Giorgio, leader assoluto e fondatore del Movimento Sociale Italiano.

Nata a Catanzaro come Raffaella Stramandinoli, ma nota alle cronache politiche come donna Assunta Almirante, a 17 anni sposa il marchese Federico de Medici, di molto più grande di lei. Ben presto si trasforma in imprenditrice agricola occupandosi dei possedimenti del marito. Una vera e propria rarità per quei tempi.

Galeotto però risulto essere, nel 1951, un impegno di lavoro a Cirò Marina, nel crotonese. Raffaella, infatti, si reca presso un suo parente per vendere una grossa partita d’uva. Davanti alla donna compare allora un giovane Giorgio Almirante. Lui è già sposato ed ha una figlia, lei tre.

I due piacciono sin da subito, lei prende l’iniziativa e lo accompagna persino all’aeroporto. Poco tempo dopo, la stessa si reca a Roma per chiedere all’ormai amico Giorgio una raccomandazione per una cugina. I due diventano così amanti. Bisognerà tuttavia attendere solo il 1968 affinché i due si possano unire definitivamente ed alla luce del sole, allorquando Almirante sarà ormai separato e lei vedova. Raffaella diviene così Assunta, ed al contempo un autentico punto di riferimento per Giorgio, e tale resterà fino alla morte di quest’ultimo.

Carattere da vera first lady, mediatica e carismatica ma sempre un passo sempre dietro Giorgio, Assunta non ha mai smesso di essere imprenditrice: ha allargato i suoi possedimenti nel catanzarese ed in altre regioni d’Italia commerciando tabacco, vino, frutta e mucche. Con i guadagni derivanti dai suoi possedimenti Assunta arrivò persino a finanziare la politica del marito.

Da sempre vista come un’autentica icona di destra e depositaria della memoria del marito, fu lei a spingere per garantire la successione alla guida del Msi ad un giovane Gianfranco Fini. A quel tempo, infatti, Giorgio era ancora molto titubante, ed in casa missina, e non solo, si fece largo con insistenza persino la voce che donna Assunta fosse l’amante di Gianfranco.
 
 
Questo e molto altro ancora è stata ed è tuttora donna Assunta, una donna di grande carisma e dal carattere di ferro. Di lei, il giornalista Giuliano Ferrara arrivò a scrivere: “È il classico tipo del potere carismatico: fosse vivo Max Weber avrebbe studiato il suo caso”.

Auguri a Donna Assunta Almirante per i suoi 100 anni, compiuti ieri e vissuti sempre con eleganza e determinazione, attraversando e segnando la storia della destra italiana”, ha invece scritto sul suo account Twitter Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia ed erede di quella destra di cui proprio Giorgio Almirante fu precursore.
 

 DI BARTOLO SALVATORE