“Metamorfosi politica”: il libro del Prof. Salvatore Di Bartolo ci racconta le sfide della XVIII legislatura

Non è affatto un evento casuale la pubblicazione odierna dell’ultima opera letteraria del Prof. Salvatore Di Bartolo. “Metamorfosi politica” ci racconta le sfide della XVIII legislatura, tra gli innamorati di ferro della poltrona e e i Don Giovanni sparsi tra i partiti. Eppure la freccia di Cupido, simbolo ormai noto a tutti i festeggiati di questa giornata, ha centrato l’obbiettivo più importante: la rielezione di Mattarella. Il dardo ha colpito il cuore di tutti i presenti nella copertina del libro, ad esclusione di Giorgia Meloni. La leader di Fratelli d’Italia non ama le smancerie, né le tresche. Altrimenti non sarebbe una donna della Tradizione.

I temi principali sui quali ha dibattuto e scritto il Prof. Di Bartolo sono quattro: istruzione, fisco, lavoro giustizia. Su di essi vi è la spada di Damocle – o il tocco angelico, dipende dai punti di vista – dell’Unione Europea e del PNRR. Quest’ultimo rappresenta un argomento molto caro all’autore, visti i suoi studi, ma soprattutto, come scrive lui stesso: “per consegnare alle future generazioni un Paese più moderno e competitivo all’interno di una Europa più solida e solidale“. Altresì è sulla solidità che insiste Di Bartolo, la quale va a pari passo – come una coppia di amanti – con la certezza risolutiva nel compiere determinate azioni politiche.

Certamente essa è mancata, in particolar modo, in occasione delle “quirinalizie” e in materia di lotta alla pandemia. Alle analisi del professore troverete anche due scritti d’eccezione: la prefazione di Stefania Craxi e un intervento dell’Avv. Angelo Lucarella. “Metamorfosi politica” è la lettura che tutti gli amanti della politica stavano aspettando.

Quando Togliatti descrisse i profughi istriani come “briganti” e “profittatori”

Dalle colonne dell’Unità, organo del Pci, del 30 novembre 1946 riecheggiava questo messaggio di Togliatti:

“Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città, non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall’alito di libertà che precedeva o coincideva con l’avanzata degli eserciti liberatori. I gerarchi, i briganti neri, i profittatori che hanno trovato rifugio nelle città e vi sperperano le ricchezze rapinate e forniscono reclute alla delinquenza comune, non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio che sono già così scarsi.”

Di chi stava parlando? Di feroci criminali in fuga? O di terribili terroristi che avrebbero tentato di lì a poco di sovvertire l’Italia? Assolutamente no. Il suo disprezzo era diretto ai profughi istriani, dalmati, giuliani. Italiani a tutti gli effetti che scappavano impauriti, secondo i comunisti, “dall’alito di libertà che precedeva o coincideva con l’avanzata degli eserciti liberatori”.

Gli eserciti liberatori? Quali? Togliatti non si riferiva certamente agli americani – non di certo portatori di libertà – bensì ai comunisti di Tito, infoibatori per professione. L’orrore e la crudeltà che portarono alle Foibe hanno alla loro base una matrice d’odio tripartita: odio etnico, ideologico e di classe.

Ovviamente in questo martoriato Paese la giornata del Ricordo, indetta tramite la legge n.92 del 2004 si trova all’ultimo posto in quanto ad “oboli da tributare“. Si trova lì, definita dallo stesso Veneziani come “un’orfana spaesata nel calendario dell’oblio, destinata a sopravvivere in un’indecorosa semi-clandestinità che volge alla rimozione graduale, fino alla sua definitiva estinzione”.

Cosa si può pretendere dal mondo scolastico e accademico se certi dirigenti o rettori perpetrano il loro sovietico modo di fare invitando uomini di partito – e non storici – come Gobetti? D’altronde il silenzio sulle Foibe viene perpetrato sin dall’origine perché non si potevano certamente incrinare i rapporti col boia Tito.

Altresì è importante definire un concetto chiave: che nessuno si azzardi a dire che gli infoibatori erano comunisti, altrimenti bisognerà pagare cento oboli durante qualche altra commemorazione. In realtà lo erano eccome e vi era anche la complicità del Pci, il quale sosteneva che non si dovesse rinunciare a quella che veniva definita “la tattica delle foibe“.

Lo stesso Togliatti si incontrava regolarmente con i capi delle operazioni atte al massacro sia a Mosca che a Bari. Perché qui non si usa quel termine, ovvero “collaborazionismo“, tanto sproloquiato dai sinistri? Soltanto grazie al coraggio istituzionale di Giovanni Leone si poté cominciare a parlare di Foibe.

Successivamente è sopraggiunta la comparazioneinutile e odiosa – tra la Shoah e le Foibe. L’olocausto – così definito impropriamente da tutti – riguarda più popoli e più paesi, mentre le Foibe dovrebbero rappresentare il capitolo nostrano del più terribile ciclo di vittime del comunismo nel mondo.

Notate bene: dovrebbero. Perché l’italiano in fin dei conti è così, è talmente sovraccarico di eventi e di storie che preferisce rimuoverle. Che c’importa del passato, lasciamo che siano i “potenti”, anche stavolta, a deciderlo per noi. Nel frattempo vi sono più di diecimila vittime (e il conto aumenta di anno in anno) che attendono il giusto riconoscimento. Ma figuriamoci se ciò potrà mai avvenire nel nostro disgraziato Paese.

Ai fiori sanremesi preferiamo i pensieri Veneziani

Cosa rimarrà di questa libertà dimezzata e sorvegliata che stiamo subendo ormai da tempo in regime di pandemia? Resterà “La cappa”. È il titolo dell’ultima fatica letteraria di Marcello Veneziani, grande pensatore conservatore e della Tradizione. Ieri ha presentato il suo libro in un’intervista a Quarta Repubblica. Uno dei tanti argomenti discussi con Nicola Porro è stato quello del fessi-val di Sanremo, il quale ha rappresentato perfettamente la vacuità del pensiero contemporaneo, ponendo in un ruolo di secondo piano la canzone italiana. Il pensiero di Marcello Veneziani sul fessi-val è facilmente riassumibile in una frase:

“Sanremo è il ‘minchiometro’ nazionale […] si misura il tasso di minchioneria circolante nel paese […] ci mancavano (ndr.) anche i nostalgici del pugno chiuso in versione antifa. Reperti archeologici da tutelare.”

Fuori uno.

Dopodiché la cappa si sposta, trasmigra verso i lidi del sol levante, si comincia a discutere di trans-comunismo. No, non abbiamo nulla da dichiarare nei confronti del mondo dagli acronimi strani, bensì ce ne sarebbero da dire sulla Cina. L’Europa non se ne rende conto perché vive in una cappa di conformismo e religione sanitaria, ma il colosso cinese sta per divorarci tutti. Il trans-comunismo è:

“Un comunismo dopo il comunismo. In Cina esiste e non è morto 100 anni fa come molti pensano. È un comunismo ibridato col mercato, con l’aggressività finanziaria, con la capacità di mettersi insieme al politicamente corretto. Si sono mescolati il nuovo comunismo cinese e la mentalità avvolgente, che dà le stesse sensazioni di una cappa e che rappresenta il carattere settario del vecchio comunismo”.

Fuori due.

Veneziani successivamente passa al fiore dell’ambientalismo, quello più vicino al PC:

“L’ambiente è il surrogato della natura. È la finzione della natura, è una natura modificata, addomesticata, che perde il suo carattere di natura. È una sofisticazione perché la natura umana viene cancellata. Ci preoccupiamo per il carciofo geneticamente modificato, ma non dell’uomo geneticamente modificato. Dentro di noi è nata questa ideologia dell’abolizione della realtà e della natura. Noi siamo ciò che vogliamo essere, è il nostro desiderio che vince sui limiti della natura, ciò configura una guerra mondiale contro la natura”.

Fuori tre.

Non le manda a dire neanche a proposito del Quirinale, sul quale evidenzia la coerenza della Meloni, virtù apprezzabile ma in certi casi fine a se stessa. In conclusione, anche se non si è seguito un preciso ordine cronologico, Veneziani strappa l’ultimo petalo e prova a liberare l’uomo moderno dalla cappa più orripilante: quella sanitaria. Il pensatore teme la “permanenza” dei dogmi sanitari:

“Il regime di sorveglianza globale controlla la vita tramite l’emergenza e la priorità assoluta della salute. Ma anche il passato sparisce, col gran reset della storia e i processi intentati al passato col metro del presente; tramonta ogni civiltà, a partire dalla civiltà cristiana per fari posto a un sistema globalitario; spariscono i luoghi, compresi i luoghi di lavoro, in una società delocalizzata, senza territorio. La schiavitù prosegue a domicilio, con l’home working. Perdendo il mondo, ciascuno ripiega su te stesso, in un selfie permanente; la Cappa favorisce infatti il narcisismo solitario e patologico di massa. Vivi attraverso il tuo cordone ombelicale chiamato smartphone e simili, ti fai icona di te stesso. E intanto deperiscono le proiezioni oltre la propria vita: la storia, la comunità, l’arte, il pensiero e la fede, ogni fede. La Cappa occulta la bellezza, la grandezza, il simbolo, il mito, il sacro, la realtà. Negandoci altre visuali ci nega altri mondi, altri tempi, altre luci. L’uomo, sostengo nel libro, abita cinque mondi: il presente, il passato, il futuro, il favoloso, l’eterno. Se ne perde qualcuno vive male; se vive in uno solo impazzisce. E noi viviamo totalmente succubi del presente, nel nostro orizzonte infinito presente globale.”

Dopo Mattarella al Colle ecco il piano per il 2023

È un torrido pomeriggio del luglio 2020, e a Palermo l’aria è quasi irrespirabile. Il Paese è da poco uscito dalla devastante prima ondata della pandemia da Covid-19, e la stampa decanta il fantomatico ‘modello Italia’, imitatissimo in tutto il mondo, l’unico ad aver messo alle corde il terribile virus di Wuhan. Il Presidente del Consiglio è Giuseppe Conte, e la bestia social orchestrata dall’allora potentissimo portavoce Rocco Casalino acclama la grandezza del ‘Churchill italiano‘ per aver strappato nel vertice Ue di Bruxelles sul Recovery fund un accordo senza precedenti che assegna al nostro Paese ben 209 miliardi di euro per la ripartenza post-pandemica. Roberto Speranza lavora al suo ‘Perché guariremo. Dai giorni più duri a una nuova idea di salute’, il libro mai uscito che avrebbe dovuto celebrare la gestione della pandemia operata dal Ministro della Salute. Per i giallorossi è un momento trionfale. Purtuttavia, non destinato a durare a lungo. Probabilmente nè Conte, nè Casalino e nè tantomeno Speranza immaginano che in quegli stessi giorni qualcuno lavori alacremente per scrivere i titoli di coda sull’esperienza di governo giallorossa. 


Contestualmente, in un bar del capoluogo siciliano tra uno sfincione ed un cannolo alla crema di ricotta si discute di politica. Tra i commensali, anche un importante esponente politico del passato, nato politicamente nella Democrazia Cristiana e poi transitato in vari schieramenti nella prima parte della Seconda Repubblica. 


Tra l’incredulità generale (la mia in primis), l’ex democristiano delinea un piano politico per il triennio successivo apparentemente fantascientifico per quel preciso momento storico, che tuttavia, col senno del poi, si sarebbe invece rivelato profetico. 
Nel dettaglio, il piano in questione prevedeva: 

1. Defenestrare Giuseppe Conte e portare a Palazzo Chigi Mario Draghi (che da qualche mese aveva concluso la sua esperienza alla guida della Bce) per spendere le risorse del Recovery fund; 

2. Lasciare ben saldo al Quirinale Sergio Mattarella anche dopo il 2022 e comunque almeno fino al 2024; 

3. Approvare una legge elettorale proporzionale e costituire una federazione centrista con vista elezioni politiche 2023. 


Sulla veridicità delle prime due profezie ogni dubbio è ormai fugato. In merito alle terza, per chi ancora dovesse nutrire dubbi (anche dopo la recente creazione di un’infinità di piccoli movimenti centristi e la rielezione di Mattarella), si rimanda alle dichiarazioni rilasciate lo scorso sabato alla trasmissione ‘Quarta Repubblica – Quirinale” dal Presidente della Regione Liguria e fondatore di ‘Coraggio Italia’ Giovanni Toti:Adesso che possiamo dormire sogni tranquilli perché abbiamo un buon Presidente della Repubblica e un ottimo Presidente del Consiglio, dobbiamo lavorare per dare a questo Paese una nuova legge elettorale per creare un proporzionale con uno sbarramento che riporti i partiti a poter dialogare tra loro in alternativa a questo bipolarismo. Vogliamo costruire una forza politica federale che aggreghi tante realtà, locali, regionali e nazionali, sul modello del centro francese, aperto a tutti quelli che ci vogliono stare: da noi alla stessa Forza Italia, dall’amico Matteo Renzi a Calenda e Mastella. Tutti possono mantenere la loro organizzazione di partito, ma riuniti in un unico cartello moderato elettorale”.


Una federazione liberale e moderata, europeista ed atlantista, quella invocata da Toti (ma non solo da lui) ispirata, quindi, al movimento politico ‘En Marche’, che nel 2017 portò Emmanuel Macron alla presidenza della Repubblica francese. Resta un ultimo  interrogativo da chiarire per chiudere il cerchio: chi sarà il Macron italiano dopo le politiche del 2023? Anche in questo caso, ci viene in soccorso l’ex democristiano con l’ultima parte della sua terza profezia: dopo le politiche 2023 la federazione centrista proporrà Mario Draghi come nuovo (vecchio) Presidente del Consiglio. Ad attenderlo sul Colle più alto della politica italiana ci sarà (manco a dirlo) Sergio Mattarella, smanioso di conferirgli l’incarico di formare un nuovo governo. 

SALVATORE DI BARTOLO 

L’idea di Salvini: federazione di centrodestra sul modello del Partito Repubblicano Usa

È inutile nasconderci dietro un dito. Le votazioni per il presidente della Repubblica hanno mostrato la potenziale forza, ma anche i limiti, della coalizione di centrodestra come è attualmente”. Inizia così la lettera aperta che il leader della Lega, Matteo Salvini, ha indirizzato alla redazione del quotidiano Il Giornale con la quale il segretario leghista rilancia l’idea di un nuovo contenitore di centrodestra ispirato al Partito Repubblicano statunitense.

Bisogna reagire e creare daccapo le condizioni del nostro stare insieme. Non basta sommare le nostre forze ma è necessario che si cominci a ragionare in un’ottica veramente unitaria. È giunto il momento di federarci. Solo un nuovo contenitore politico delle forze di centrodestra, a cominciare da quelle che appoggiano il governo Draghi, può agire in modo incisivo. Per federarci abbiamo bisogno di superare gli egoismi: non annullando ma valorizzando le nostre differenze e facendole poi convergere in una sintesi in cui tutti si possano riconoscere. La Federazione – prosegue Salvini – dovrà avere una forte impronta liberale perché noi crediamo nell’individuo, nella sua capacità di perseguire un autonomo progetto di vita, nella sua iniziativa privata. Lo stesso sviluppo economico ci sarà e sarà forte e duraturo solo se al popolo dei produttori sarà lasciato quanto più ampio campo libero possibile”.

Il nostro modello – conclude il segretario della Lega – può essere quello del Partito Repubblicano americano: la federazione di centrodestra delle forze che appoggiano il governo Draghi sarà uno spazio politico ove troveranno ospitalità le varie anime e le diverse sensibilità di una cultura politica alternativa al progressismo di sinistra, tutte diverse, pur nella comune cornice qui delineata, ma tutte protese verso uno stesso obiettivo politico. Ci troviamo a un bivio: vivacchiare può significare morire, decidersi per un cambiamento e federarsi è un rischio, ma anche un’opportunità. È l’occasione per cambiare il centro destra e, con esso, trasformare, finalmente e in modo sostanziale, anche l’Italia. Ora o mai più”.

Una federazione di centrodestra che sappia includere tutte le anime e le sensibilità alternative alla cultura progressista sul modello del Partito Repubblicano Usa: è questa, dunque, la ricetta proposta da Matteo Salvini per rifondare un centrodestra uscito malconcio dalla partita del Quirinale. Un contenitore, quello ispirato al modello statunitense, teorizzato peraltro dal giornalista Daniele Capezzone, che nel suo ultimo saggio, ‘Per una nuova destra’, evidenzia la necessità di dare vita ad nuovo soggetto politico unitario liberale e liberista alternativo alle formazioni progressiste.

L’idea di una federazione, ad onor del vero, era già stata avanzata qualche settimana addietro anche da Silvio Berlusconi, ma aveva incontrato la freddezza dei due omologhi di centrodestra, Giorgia Meloni e lo stesso Salvini. Adesso, preso atto della stretta necessità di un cambiamento, è proprio il segretario della Lega a rilanciare l’idea rivolgendosi accoratamente agli alleati. Sarà la volta buona?

SALVATORE DI BARTOLO

Giovanni Paolo II prima di Giovanni Paolo II

Il pensiero di San Giovanni Paolo II, espresso attraverso il suo magistero, è stato oggetto di molti studi e pubblicazioni, numerosi sono anche gli approfondimenti biografici su Karol Wojtyla, così come le agiografie. Meno conosciuto e divulgato è invece il pensiero filosofico di Karol Wojtyla prima di diventare pontefice.

A colmare questa mancanza ha pensato Daniele Fazio, docente di filosofia e storia nei licei e Dottore di ricerca in metodologie della filosofia, con il libro In difesa dell’umano. La filosofia di Karol Wojtyla, edito pochi mesi fa da D’Ettoris Editori, con prefazione di Ermanno Pavesi, psichiatra e docente universitario in Svizzera.

Abbiamo conversato con l’autore su e intorno al libro.

Un libro su Karol Wojtyla e non su Giovanni Paolo II. Perché è necessario fare questa precisazione?

Evidentemente i due nomi riguardano la stessa persona, ma il riferimento al nome secolare del Pontefice vuol subito indicare che non si tratta di un testo sugli anni del pontificato, bensì sul pensiero di quest’uomo polacco – grande protagonista del Novecento – che si andò a costruire soprattutto negli anni della sua formazione e dei suoi impegni pastorali da sacerdote e da vescovo. In particolare, l’oggetto del volume riguarda la produzione filosofica di Karol Wojtyla, la cui massima espressione può essere rintracciata in due opere: Amore e Responsabilità e Persona e Atto, pubblicate negli anni ’60 del secolo scorso, evidentemente in un periodo precedente al suo papato.

Questo libro ha avuto una gestazione particolarmente lunga, frutto dell’approfondimento e della riflessione già durante il periodo dello studio universitario e in più occasioni successivamente. È corretto?

Tempo fa, uno scrittore di lungo corso mi confidò che i testi che scriviamo sono come custoditi da sempre nella nostra anima. Se non fossero lì non saremmo in grado di imprimerli su carta, neanche su commissione. Capii, allora, che effettivamente anche l’imminente pubblicazione del mio volume aveva, in qualche modo, seguito questo recondito sentiero. Ho incontrato la filosofia di Karol Wojtyla scegliendola come argomento della mia tesi di laurea triennale. Successivamente durante gli anni di ricerca accademica mi sono occupato di altre questioni e, tuttavia, vi sono stati dei momenti personali ma anche più largamente culturali che mi hanno riportato, di tempo in tempo, a ri-considerare come quel pensiero non solo fosse un grande tesoro, ma dovesse essere ri-meditato e proposto soprattutto in relazione a possibili risposte teoriche e pratiche ai problemi dell’ora che viviamo. E dunque, complice anche il lockdown, finalmente dopo sedici anni dal primo incontro con la filosofia wojtylana, ho ritenuto ormai maturo il tempo per poter dare alle stampe un tale lavoro.

Nel primo capitolo del libro si parla di “tre navigazioni”. A cosa ci si riferisce, quali sono, per grandi linee, queste tre direttrici che hanno segnato il percorso, non solo intellettuale, di Karol Wojtyla?

Tre sono le grandi altezze dello spirito in cui si manifesta la verità all’uomo: l’arte, la filosofia, la religione. Solo pochi uomini riescono a percorrerle simultaneamente e coerentemente. Karol Wojtyla è stato uno di questi pochi. Egli, infatti, è stato un artista (attore, poeta, drammaturgo), è stato un filosofo che è all’origine di una proposta antropologica ed etica originale e infine è stato un religioso ed un teologo, fino a guidare la Chiesa per oltre ventisette anni, innanzitutto con il suo Magistero. Tali percorsi hanno sì una cronologia e delle preminenze nelle varie stagioni della vita del personaggio, ma sono come armonicamente coordinate verso un’unica direzione, quella di sondare il mistero dell’umano alla luce della ragione e della rivelazione.

Focalizziamoci sul pensiero filosofico. In sintesi quali sono gli elementi più rilevanti?

Al centro della sua filosofia è come sottesa una domanda: chi è l’uomo? Egli si sforza di rispondere a tale domanda a partire dalle esperienze elementari, ma non banali, che ogni individuo compie, scoprendo l’uomo non come il semplice prodotto della biologia, ma quale portatore di un nucleo spirituale che unifica e dà senso a tutte le altre sue facoltà. Considerare l’uomo nella sua realtà naturale e spirituale al tempo stesso, permette a Wojtyla di ricollegarsi alla nozione di “persona”, che è una sorta di nomen dignitatis dell’uomo stesso. La persona, infatti, implica che l’uomo rappresenta sinfonicamente un essere razionale, relazionale, libero, aperto alla verità e capace di amare. A questo punto focale si agganciano le considerazioni inerenti la fondazione delle varie comunità quali luoghi del reciproco riconoscimento dell’umanità, e soprattutto sull’amore, cuore pulsante della morale wojtylana.

La produzione poetica e drammaturgica, in particolare con La bottega dell’orefice, probabilmente è un ambito meno conosciuto. Perché l’aspetto artistico è importante – almeno quanto quello più strettamente filosofico ed alla dimensione della fede – e non può essere considerato un interesse minore o marginale in Wojtyla?  

Vi è come una continuità, anche se con linguaggi e metodi diversi, nel pensiero di Wojtyla. Egli è capace di utilizzare il linguaggio della poesia e dell’arte letteraria in genere per esprimere la bellezza dell’unica verità sull’uomo e sull’amore che egli indaga anche in campo filosofico. In particolare, con la Bottega dell’Orefice, ha raggiunto l’apice della sua esperienza artistica che è legata al Teatro Rapsodico polacco, ossia ad un teatro che è concettuale, le cui scene sono scarne  e in cui gioca quindi un ruolo fondamentale la parola con la sua capacità di evocare nell’uomo un movimento verso il bene. Da questo punto di vista, le opere letterarie di Wojtyla ci presentano lo splendore della verità, mentre quelle filosofiche la ragionevolezza della verità sull’uomo e sull’amore.

Daniele Fazio

Il titolo del secondo capitolo è “Innanzitutto la persona” e sembra richiamare direttamente il titolo del libro.  Serve difendere l’umano – la persona – perché evidentemente è sotto attacco. Secondo Wojtyla da dove proviene questo attacco? 

Vorrei innanzitutto precisare che definire l’uomo come persona richiama una ben precisa prospettiva antropologica che rimanda all’intreccio tra filosofia greca, diritto romano e cristianesimo. Grazie a questo incontro, l’uomo si è rivestito di una dignità intangibile in quanto considerato soprattutto immagine e somiglianza di Dio. Non vi può essere definizione più alta per difendere la persona da altre prospettive filosofiche e successivamente ideologiche che nel corso della storia dell’Occidente hanno disperso un tale tesoro. Ciò è avvenuto a partire dal cartesianesimo, dal materialismo marxista, per giungere alle ideologie del Novecento e trapassare in ultimo nella rivoluzione sessuale del ’68.

Nel terzo capitolo si parla di contro-rivoluzione antropologica. A cosa fa riferimento il termine contro-rivoluzione e come si esplica con riferimento al pensiero wojtylano?

Secondo la scuola cattolica contro-rivoluzionaria, “Rivoluzione” è un processo innanzitutto metafisico che però nella storia si è dipanato attraverso delle tappe ben precise che hanno eroso la società cristiana romano-germanica. Un tale processo ha disgregato prima l’unità religiosa, poi ha disarticolato l’aspetto socio-politico e quindi quello economico. Questo ribaltamento dell’ordine naturale e cristiano non si è fermato ad aspetti macroscopici ma è giunto, ai nostri giorni, protagonisti il relativismo e il nichilismo dominanti, a rendere sempre più difficoltosa la comprensione dell’umano a partire, ad esempio, dai profondi significati della realtà corporea in connessione con la dimensione spirituale. Da questo punto di vista, la filosofia di Wojtyla può essere a giusto titolo considerata una contro-rivoluzione antropologica, ossia una proposta innanzitutto di buon senso a rimettere ordine nell’umano, valorizzando tutte le sue potenzialità, disponendole ognuna al suo posto in modo non solo da resistere alle sirene ideologiche del transumanesimo, ma soprattutto per dimostrare, in positivo e in modo alternativo alle linee rivoluzionarie, le vie di realizzazione dell’uomo come persona. 

Scendiamo in qualche particolare. Qual è stato il rapporto tra il pensiero di Wojtyla e i totalitarismi?

Sin da giovanissimo, Karol Wojtyla dovette confrontarsi prima con il nazionalsocialismo poi con il socialcomunismo. Del resto la sua nazione è la vittima per eccellenza, nel cuore dell’Europa, di queste due ideologie. Egli ha resistito culturalmente a tali totalitarismi prima con l’adesione al Teatro Rapsodico, vissuto in clandestinità, e poi con l’accusa ben fondata filosoficamente nei confronti dei regimi comunisti di calpestare ogni e qualsiasi diritto dell’uomo, a cominciare dalla libertà religiosa. Tante volte da vescovo ha imbracciato, in nome di un tale diritto, battaglie contro il regime, come nel caso della costruzione del quartiere Nowa Huta, pensato dai comunisti come luogo in cui non vi sarebbe dovuto essere alcun simbolo o edificio religioso.

Dal libro sembra emergere un giudizio di Wojtyla sulla modernità non certo benevolo. È così?

Bisogna comprendere cosa s’intende per modernità. Il giudizio di Wojtyla riguarda la modernità filosofica, ossia quel cammino di contrapposizione e subordinazione del pensiero all’essere e in fondo di chiusura dell’uomo alla trascendenza. Se ciò vede il suo emergere con il dubbio iperbolico cartesiano ha certamente nell’epilogo delle ideologie del XX secolo un laboratorio politico che mira a costruire un mondo in cui al posto di Dio viene eretta ora la razza, ora la classe, ora il partito etc. Tuttavia, l’atteggiamento di Wojtyla verso la modernità è anche quello di comprenderne le domande profonde, rimodularle, valorizzarne, in un nuovo ambito teoretico, le istanze migliori, cercando di superarne le contraddizioni. La stessa filosofia di Wojtyla è uno dei tentativi di conciliazione tra la filosofia della coscienza, quale portato della modernità, e la filosofia dell’essere, quale portato della migliore stagione della metafisica aristotelico-tomista. Egli intreccia così la fenomenologia, che è una delle più importanti correnti filosofiche contemporanee, e la filosofia di Tommaso d’Aquino, quale insuperata sintesi tra fede e ragione. Mi piace pensare di conseguenza che il pensiero di Wojtyla non è semplicemente opposto alla modernità immanentistica, ma riesce ad elevarsi oltre di essa.

Qual è invece la posizione di Wojtyla rispetto al pensiero conservatore?

La dimensione del pensiero filosofico di Wojtyla è resistente ad ogni tentativo di stravolgere la realtà dell’umano. In tal senso, la sua antropologia e la sua etica poggiano sul legame tra la nozione di persona e il diritto naturale. Egli, dunque, presenta, seppur con un linguaggio nuovo, le costanti antropologiche ed etiche valide in ogni stagione, ossia una metafisica della persona. Una tale mentalità mi sembra possa afferire ad un orizzonte di pensiero conservatore, a patto che con tale termine non s’intenda  conservare, come in un museo, strutture sociali o politiche del passato, ma far emergere l’eternità di principi naturali e cristiani senza i quali il mondo diventa disumano e la società perde la bussola del bene comune. Alla luce di questo, si comprende la sua appassionata e ferma battaglia, espressa durante gli anni del suo pontificato, per la difesa del diritto alla vita, dal concepimento alla morte naturale, per la difesa della famiglia, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, per la libertà religiosa ed educativa e per il riconoscimento delle radici cristiane dell’Europa.

Guardando al Wojtyla sacerdote e poi vescovo, come il suo pensiero filosofico si è espresso nel suo modo di essere pastore?

Direi che il pensiero di Wojtyla, oltre a fonti culturali e filosofiche, ha un radicamento speciale nella sue attività pastorali. Sarebbe, infatti, impensabile l’opera Amore e Responsabilità senza il suo impegno di direzione spirituale di giovani amici, né tantomeno è pensabile l’interesse per l’uomo, e quindi il suo personalismo, senza il richiamo all’attualità ecclesiale della celebrazione del Concilio Vaticano II, la cui missione è stata ed è proprio quella di ricondurre l’uomo del nostro tempo, a partire dalla condizione in cui si trova, a riscoprire se stesso alla luce di Gesù Cristo, vero uomo e vero Dio. La summa del suo pensiero filosofico Persona e Atto fu scritta anche sui banchi delle sessioni conciliari, cui partecipò come Arcivescovo di Cracovia.

Dicevamo all’inizio che il libro presenta il pensiero di Wojtyla e non di Giovanni Paolo II. Però si tratta comunque della stessa persona, seppure in due fasi di vita e ruoli diversi. Quale rapporto intercorre dunque  tra il pensiero di Karol Wojtyla e il pensiero e l’azione di San Giovanni Paolo II?

Giovanni Paolo II ci lascia un magistero monumentale. Il magistero dei papi non scade con la loro morte ma rappresenta, mutatis mutandis, per i cattolici un fondamentale elemento di formazione e una luce per rispondere alle sfide contemporanee, a maggior ragione se un tale magistero è stato prodotto anche in tempi relativamente recenti quindi con riferimenti precisi a situazioni compatibili con l’attuale contesto socio-culturale. Andare al pensiero di Karl Wojtyla ci permette, altresì, un ulteriore approfondimento del suo magistero, ci permette di scoprirne le radici. Ad esempio, egli esordisce da pontefice con catechesi sull’amore umano, che successivamente saranno anche definite “teologia del corpo”. Possiamo, quindi, ritrovare nella sua antropologia filosofica un laboratorio di idee che si riverserà nel suo alto magistero.

Un’ultima domanda fondamentale per comprendere l’importanza di questo testo. Qual è l’attualità di Karol Wojtyla oggi?

Oggi vi è una certa fatica a comprendere chi sia l’uomo, viene disintegrata l’unità essenziale tra il suo corpo e il suo spirito. Lo scrittore inglese Clive Staples Lewis ha parlato addirittura di una abolition of man. L’antropologia di Wojtyla, allora, si può concepire come una grande risposta alla crisi dell’umano del nostro tempo, sia come difesa di fronte a tutte quelle nuove correnti ideologiche che dal relativismo giungono al postumano, sia come presentazione della nozione di persona che tuttora rappresenta una visione capace di integrare le varie componenti umane, rintracciando l’alta vocazione dell’uomo ad incontrare la verità, ossia a riconoscere chi veramente è. Ho pensato questo volume non solo nell’ottica di far conoscere il cuore poetico e filosofico del messaggio di Karol Wojtyla, ma anche come un manuale che possa fornire materiale utile a quanti vogliano essere alternativi alla catastrofe antropologica in scena nel nostro tempo.

Luca Basilio Bucca

Svolta Quirinale, scende in campo Berlusconi: Casini al Colle e Salvini all’opposizione?

Silvio Berlusconi scende in campo per il Quirinale. Ma questa volta non in qualità di candidato Presidente ma di king maker. E proprio la discesa in campo del Cavaliere potrebbe definitivamente sbloccare la situazione di impasse venutasi a creare per la scelta del successore di Sergio Mattarella. Ma non solo. Perché la decisione di Berlusconi potrebbe comportare anche dei significativi risvolti anche sul governo ora guidato da Mario Draghi ed aprire nuovi possibili scenari politici.

Il ‘preferito’ di Silvio Berlusconi per il Colle sarebbe Pier Ferdinando Casini, il quale potrebbe spuntarla nella corsa al Colle con i voti di quella che fu la cosiddetta maggioranza Ursula. Non è mistero, infatti, che Casini sarebbe un profilo gradito a Matteo Renzi, che a suo tempo fu il primo a proporre il nome del senatore bolognese. Stessa cosa dicasi per i centristi, per i quali Casini sarebbe senza dubbio una prima scelta. Non va dimenticato, altresì, che lo stesso Casini fu eletto senatore nel 2018 nelle liste del Partito Democratico, motivo per il quale anche i dem potrebbero vedere di buon occhio la possibile ascesa al Colle dell’ex Presidente della Camera dei Deputati. A questo punto non resterebbe che convincere i grillini, ma la mediazione di Luigi Di Maio da una parte e la garanzia di concludere la Legislatura con Draghi ‘bloccato’ a Palazzo Chigi dall’altra potrebbero rivelarsi determinanti nel far ricadere la scelta su Casini.

A questo punto, l’unico interrogativo da risolvere sarebbe il seguente: cosa fa Matteo Salvini? Seguirà Berlusconi, come fece allorquando decise di dare il suo supporto al Governo Draghi, oppure rimarrà fedele a Giorgia Meloni? Nel primo caso, Casini sarebbe eletto da tutta la maggioranza che oggi sostiene l’esecutivo guidato da Draghi, per cui nulla cambierebbe all’interno del governo. Molto, invece, potrebbe cambiare laddove Salvini non si accodasse a Berlusconi. In tal caso, la Lega uscirebbe dal governo e passerebbe all’opposizione a fianco della Meloni. Tale ultima opzione potrebbe, tra l’altro, rivelarsi alquanto proficua per lo stesso Salvini anche in ottica elezione politiche per recuperare nei prossimi mesi il terreno perso proprio in favore di Fdi.

Questa possibile mossa andrebbe inevitabilmente a sancire la fine del centrodestra unito, con il conseguente trasloco di Forza Italia in un Centro sempre più affollato ed un ulteriore passo in avanti verso il proporzionale.

SALVATORE DI BARTOLO

Cancel culture: la strumentalizzazione della storia al servizio della politica

In un centro del messinese il centenario per la commemorazione di una tragedia trasformato in un teatrino

L’8 gennaio 2022 si sarebbe dovuto celebrare il centenario della “Grande Frana”, un terribile dissesto idrogeologico che un secolo or sono mise in ginocchio la cittadina di San Fratello, piccolo centro montano del messinese noto, tra l’altro, per aver dato i natali a Benedetto Craxi, nonno dell’ex Presidente del Consiglio e segretario del Psi Bettino.
Per ricordare l’immane tragedia che dilaniò il comune messinese, l’Amministrazione Comunale aveva deciso di innalzare un monumento celebrativo e di fissare una cerimonia di commemorazione (da tenersi per l’appunto l’8 gennaio) alla quale avrebbe dovuto prendere parte, tra gli altri, anche il Presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci. Cerimonia che, tuttavia, era stata poi rimandata a data da destinarsi a causa del propagarsi dei contagi da Covid-19 nel centro montano. 

Nel monumento in questione erano state affisse per l’occasione delle targhe, in cui erano state apposte delle immagini storiche raffiguranti alcuni degli eventi salienti di quel drammatico momento della storia di San Fratello. Tra queste, una foto che ritrae la visita dell’allora Capo del Governo italiano, Benito Mussolini, giunto nella cittadina messinese in seguito all’invito ricevuto dall’allora Ministro della Guerra, il Generale Antonino Di Giorgio, originario proprio di San Fratello. Accanto alla foto una didascalia, che recita: “Città di San Fratello Marzo 1924, il duce Benito Mussolini, accompagnato dal nostro concittadino Generale Antonino Di Giorgio, all’epoca Ministro della Guerra, in visita ufficiale nel nostro centro, per incontrare la popolazione colpita dalla “Grande Frana” dell’otto Gennaio del 1922 e affrontare i problemi legati alla ricostruzione.”

Fin qui tutto normale. Accade però che la foto in questione, una volta postata sui social, finisca col suscitare l’indignazione (reale o presunta) di alcuni utenti. L’immagine inizia così a fare il giro della rete e, come in ogni occasione in cui si sfiori anche lontanamente lo spettro fascismo, impazza la polemica (in questo caso del tutto ingiustificata). Polemica che arriva a coinvolgere anche l’Anpi, tanto da indurre Giuseppe Martino, Presidente dell’Anpi provinciale di Messina ”Mimmo Trapani” a dichiarare all’Ansa: “In un clima nazionale percorso da intolleranza e razzismo, è stata collocata da parte del Comune, una targa commemorativa a San Fratello per ricordare il centenario di una grave frana (gennaio 1922) che colpì quel paese. La targa però più che rammentare la frana, le sue vittime e la devastazione del centro del messinese, celebra con molta più enfasi la visita del dittatore Benito Mussolini a San Fratello (paese di origine della famiglia di Bettino Craxi), avvenuta nel marzo 1924″.

La nota del Presidente dell’Anpi viene trasmessa al prefetto di Messina, al sindaco di San Fratello ed al procuratore di Patti, continuando così ad alimentare una polemica rivelatasi tuttavia alquanto sterile sin dal principio. 
Per concludere il teatrino (e per non farsi mancare davvero nulla) arriva anche una richiesta di immediata rimozione della targa, in quanto l’affissione sarebbe da considerarsi inopportuna e penalmente perseguibile.

Dal canto suo, il primo cittadino di San Fratello, dott. Salvatore Sidoti Pinto, tiene a precisare che la targa in questione “è stata apposta nel monumento celebrativo l’8 gennaio scorso” (e non nelle ore immediatamente precedenti il giorno del ricordo delle vittime della Shoa come erroneamente divulgato al fine di conferire ancora maggior enfasi alla vicenda), e “si limita a rievocare quel preciso momento storico che ritrae la visita di quello che era l’allora Capo del Governo. Io non voglio che ciò possa far nascere delle polemiche che non fanno parte della mia storia sociale, politica e culturale”, conclude il sindaco, il cui percorso umano e politico, ad onor del vero, è (ed è sempre stato) lontano anni luce da qualsivoglia nostalgia del ventennio. 

Un maldestro (ed ingiustificato) tentativo di censura, insomma, probabilmente orchestrato al fine esclusivo di strumentalizzare una vicenda che davvero nulla ha a che vedere con l’apologia al fascismo. La storia è storia, e (per quanto si possa essere tutti concordi nel prendere le dovute distanze dalla tragica esperienza fascista) non può e non deve essere cancellata.

SALVATORE DI BARTOLO

Quirinale: la corsa al Colle di Elisabetta Casellati passa dai voti dei ‘dimaiani’

Il centrodestra ha deciso. Nel quinto scrutinio per l’elezione del prossimo Capo dello Stato i voti convergeranno sul Presidente del Senato della Repubblica Maria Elisabetta Alberti Casellati.
Figlia di partigiano, laureata in diritto canonico, avvocato, già membro del CSM, Presidente di Commissione Parlamentare, due volte Sottosegretario di Stato, sei volte eletta Senatore e prima donna Presidente del Senato. La Casellati avrebbe davvero tutte le regola per ambire a diventare anche la prima donna Presidente della Repubblica Italiana.

Nulla da eccepire, dunque, sul profilo istituzionale della seconda carica dello Stato. Il grande interrogativo che incombe sulla votazione odierna è un altro: riuscire ad incassare i 505 consensi necessari per l’elezione. Il centrodestra unito dovrebbe contare su circa 450 voti (nella conta di ieri in cui la coalizione si è astenuta erano 443), franchi tiratori permettendo. Il fronte progressista, per ammissione del segretario del Partito Democratico, Enrico Letta, ha già chiarito che quello della Casellati non è un profilo gradito. Neppure Matteo Renzi, sembrerebbe (il condizionale è d’obbligo) intenzionato a far convergere i voti dei suoi sull’attuale Presidente del Senato. L’unica opzione che dunque consentirebbe al centrodestra di trovare i numeri necessari a chiudere la partita del Quirinale passa dal Movimento 5Stelle, e nella fattispecie dal Ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Se i grandi elettori su cui può contare Di Maio dovessero infatti scrivere sulla scheda il nome della Casellati, tra poche ore l’Italia avrà il nome del successore di Sergio Mattarella.

Difficile, ma non impossibile. Certo, le ricadute sul governo di un’eventuale elezione di Maria Elisabetta Alberti Casellati non sarebbero indifferenti. Mario Draghi potrebbe comunque restare al timone dell’esecutivo, almeno fino al prossimo mese di ottobre, con l’attuale maggioranza che potrebbe tuttavia venire meno. L’ascesa al Colle della Casellati rischierebbe infatti di sancire, non solo la fuoriuscita dall’esecutivo del Pd (come preannunciato da Enrico Letta), ma anche la definitiva disgregazione del M5S, che andrebbe quindi incontro ad un’inevitabile scissione.

SALVATORE DI BARTOLO

L’Europa balla sull’orlo di un vulcano

Ritornano a soffiare i venti di guerra sul nostro continente. Vent’anni fa si è acquietato lo Schiavo alimentato dalle gesta belliche di Milosevic e Kučan, da un decennio si è ridestato l’Africo dopo le primavere arabe e gli Alisei atlantici continuano a muovere le nostre vele. Nei tempi in cui l’ideologia thunberghiana detta le politiche economiche degli stati europei, il rinfocolare delle correnti gelide di un possibile conflitto rappresenterebbe un colpo devastante per il nostro paese.

La longa manus statunitense, da sempre impegnata a raccattare il più possibile dagli stati sovrani distanti dall’ideologia NATO con il tipico metodo della “democrazia esportata”, si sta preparando a posarsi sul paese più importante della tradizione storica russa. D’altronde l’attuale Russia affonda le sue radici nella celebre Rus’ di Kiev, un elemento spesso rivendicato in questi otto anni trascorsi dal colpo di stato durante la guerra civile in Ucraina fomentato dall’Occidente a trazione atlantista.

D’altronde l’attuale presidente Zelenskij – al pari di Porošenko – si è sempre dichiarato a favore della NATO e tendenzialmente contrario alla cultura russa. Insomma, un nemico in “casa” per il Cremlino che ha anche finanziato con un milione di hryvnias l’esercito ucraino. All’interno di questo bailamme tra le parti, gli Stati Uniti – sebbene più defilati rispetto agli altri appuntamenti storici – ne vorrebbero approfittare, ma qual è il destino in serbo per l’Italia se la guerra dovesse scoppiare?

Innanzitutto bisogna enumerare le percentuali del gas che utilizziamo e che esportiamo dalla Russia: il 40% proviene dal paese di Putin e l’80% passa proprio dall’Ucraina. I prezzi salirebbero alle stelle, come se non lo fossero già a causa della domanda cinese, e si rischierebbe un vero e proprio blocco. Nel frattempo per ottemperare agli eventuali rischi, gli Usa e il Qatar stanno contrattando per assicurare le forniture necessarie.

L’Italia dipende per il 40% dal gas russo, il quale arriva tramite il TAG (Trans Austria Gas Pipeline) che termina la sua corsa a Tarvisio, in Friuli. Le scorte a nostra disposizione sono ingenti e ci permetterebbero di passare tranquillamente l’inverno, ma non saremo più coperti per la primavera. Dunque bisognerebbe rivolgersi ai paesi del vento Africo, ma da quando Gheddafi è stato ucciso non siamo più visti di buon occhio.

Inoltre l’embargo del settore agroalimentare creerebbe numerosi problemi ad uno dei settori più importanti del nostro commercio. Gli scambi sono ridotti all’osso già da tempo, ma l’apertura della Russia agli scambi con la Turchia ci assesterebbe un colpo difficile da mandare giù. Altresì è indimenticabile la voglia delle signore russe di vestirsi con i migliori tessuti made in Italy. Purtroppo per entrambi le esportazioni sono scese di oltre un terzo rispetto ai dieci miliardi di euro del 2015.

Non è soltanto un problema economico. In Italia abbiamo oltre trentacinque ordigni nucleari B61 di proprietà statunitense dislocati tra Aviano (Pordenone) e Ghedi (Brescia). Una presenza certamente inquietante che potrebbe garantirci un posto tra i principali nemici del revanscismo russo.

Il tema pandemico ha anche evidenziato la volontà di Putin di non volersi piegare agli interessi delle Big Pharma occidentali, difatti ha prodotto un suo vaccino: lo Sputnik, il quale non essendo riconosciuto dall’UE ha creato numerosi problemi per i lavoratori stagionali in trasferta sul nostro territorio.

Dall’altro lato Biden sta mantenendo le promesse nascoste di tutti i guerrafondai Dem americani. Suo figlio – secondo il libro di Glauco Maggi “Il guerriero Solitario – Trump e la Mission Impossible”, avrebbe percepito per un quinquennio (2014-2019) ben 83.000 dollari al mese come membro del CdA dell’azienda petrolifera ucraina Burisma. Hunter venne assunto soltanto perché figlio di Joe, ai tempi vicepresidente di Obama.