L’indignazione parte dal sostantivo: la lotta delle donne per la “a” e la necessità del neutro

Assessora, medica, architetta, epidemiologa. Dopo varie polemiche nate sul web, emerge l’esigenza di dover definire il lavoro di una donna impiegando un sostantivo femminile. Ma è davvero così necessario? A quanto sembra sì. C’è infatti chi reputa essenziale dover accostare alle generalità di una donna un termine prettamente femminile, ad esempio “assessora”, per specificare sia il ruolo che il suo sesso; c’è invece chi reputa tutto ciò superfluo dando importanza e valore alla sostanza dunque all’impegno, alla costanza, all’amore e alla dedizione impiegata nel lavoro svolto. L’analisi del fatto mette in evidenzia in maniera lapalissiana come la nostra società sia morbosamente legata alle apparenze: cosa cambia se chiamiamo una donna architetto anziché “architetta”? Stiamo disprezzando il suo incarico? Stiamo mutando il suo sesso o i suoi gusti sessuali? La stiamo ponendo ad un livello inferiore? No. Semplicemente se chiamiamo una donna “assessore” stiamo accostando alla sua persona un sostantivo “neutro”, esente di sesso, che va al di là della qualificazione di genere poiché il suo scopo è quello di determinare il ruolo che ricopre all’interno di un determinato ambito. Se analizziamo il fatto in maniera oggettiva, ci renderemmo conto di come effettivamente si tratta dell’ennesimo polverone alzato inutilmente. Tra paradossi ed incoerenza ci troviamo a commentare l’ennesima banalità di un ordinario molto confuso e superfluo che di certo non eguaglia i sessi, qualora l’intento fosse quello di una parità. Un po’ come la storia dei fiori. Non esiste alcuna legge che vieta alle donne di regalare dei fiori agli uomini, né una che impone gli uomini a regalare dei fiori alle donne. Se un ragazzo regala dei fiori ad una ragazza lo fa per una carineria, perché “sa” che inviare dei fiori ad una ragazza è un modo per farle capire che gli piace, che gli interessa; insomma, ci si rifà a delle vecchie ma sempre valide forme di corteggiamento. Questo però non è sinonimo che una ragazza non possa regalare dei fiori ad un ragazzo per lo stesso identico motivo, magari suona strano perché è un gesto “fuori dall’ordinario”, ma non di certo vietato.

Oggigiorno, ogni scusa è buona per esser polemici, ci si appiglia a quelle futilità che fanno passare in secondo piano quei reali e palesi problemi che influiscono negativamente sulla nostra società: infatti, finché resteremo attaccati a queste banalità, non riusciremo mai ad oltrepassare i confini paradossalmente da noi imposti.

Il tradizionalismo giapponese nell’architettura tra il XIX e il XX secolo

L’architettura è una delle testimonianze più importanti dell’uomo sulla terra. Essa è storia per eccellenza. Il conservatore non tollera affatto che i simboli architettonici della storia del suo paese vengano abbattuti con cotanta facilità come si propone oggi di fare con metodi barbarici. Anzi, esso lotta affinché la memoria architettonica rimanga salda e venga incentivata tramite la cultura dei patrimoni presenti sul suolo natio.

Il Giappone, all’interno del Patto tripartito, rappresenta sicuramente la soluzione più esotica e più ricca di particolarismi rispetto ai grandi spazi della Volkshalle o degli stadi del Fascismo. L’espressione della dimensione del potere nipponico differisce in maniera netta rispetto alle scelte dei camerati occidentali. Essa non riunisce grandi eserciti, ma conserva la cultura del focolare domestico e convive in un tutt’uno con la natura.

L’unione simbiotica tra gli spazi architettonici e i giapponesi ricorda molto quell’unione tra le antiche civiltà europee e le loro opere d’arte in travertino o in marmo pentelico.

Tra gli anni 20 e gli anni 30 del XX secolo, e successivamente a seguito del secondo dopoguerra, il movimento moderno, ancora agli esordi, inizia a insinuarsi progressivamente in alcuni territori in via di sviluppo, in particolar modo in Australia, America Latina e Giappone. Tale processo mostra un atteggiamento che, a differenza di quanto professato dai suoi stessi principi, di base apparentemente slegati dalla tradizione culturale di un territorio, appare qui particolarmente legato all’incontro con l’antico.

Mentre per i primi due Paesi si tratta di un processo più spontaneo e lineare, dati i precedenti rapporti con l’Occidente attraverso il colonialismo europeo, per il Giappone il processo di innovazione nei confronti della modernità e dell’industrializzazione appare meno immediato, vista la sua nota chiusura nei confronti dei Paesi occidentali almeno sino agli anni 50 dell’800, che lo porta ad essere un territorio profondamente radicato nella propria cultura e nei propri usi e costumi, a discapito di nuovi principi architettonici e artistici, visti il più delle volte ancora come estranei.

Altro fattore di chiusura è rappresentato dalla sconfitta del Giappone durante il secondo conflitto bellico nel 1945, a cui conseguiranno una grave crisi economica, un enorme fabbisogno abitativo, causato dalla distruzione portata dalla guerra. Eppure il Giappone tradizionale, prima di farsi suggestionare dai caratteri della modernità, sarà egli stesso portatore di nuove influenze, che si riveleranno fondamentali per lo sviluppo del movimento moderno occidentale.

I primi passi nei confronti del Giappone si muovono inizialmente attraverso gli esordi dello stile liberty alla fine dell’800, che si interessa agli oggetti tradizionali esportati dai nuovi scambi commerciali dell’isola con la Germania: kimono, porcellane, dipinti su seta, paraventi, caratterizzati da una composizione per sovrapposizione di piani e dalla totale assenza di prospettiva, diventano parte integrante della quotidianità europea, che in quegli anni comincia a produrre articoli in serie.

Un altro segno di apertura nei confronti del mondo occidentale è rappresentato dalle esposizioni universali, specchio della nuova società industrializzata che sta prendendo piede in tutto l’occidente, in cui il Giappone non perde occasione per dare sfoggio dei propri principi costruttivi tradizionali, che vengono per la prima volta visti dagli architetti moderni europei e americani come precursori del nuovo linguaggio: concetti legati a razionalismo, funzionalità, purezza delle forme e attenzione all’ambiente esistono da secoli in Giappone, e dall’istante in cui vengono finalmente svelati, personaggi come Walter Gropius in Germania, Le Corbusier in Francia, Charles Rennie Mackintosh insieme alla moglie Margaret in Scozia e Frank Lloyd Wright in America, solo per citare i più illustri, ne faranno le basi per porre quelli che saranno i punti fondamentali dei loro ideali architettonici.

Basti pensare alla fiera Colombiana del 1893 a Chicago, in cui un giovane Wright resterà così colpito dall’ “Ho-o-den”, il padiglione giapponese che riproduceva un tempio tradizionale su un’isola, tanto da compiere numerosi viaggi in Giappone per il resto della sua vita e affermare come l’architettura americana avesse la necessità di doversi completamente allontanare dallo stile europeo avvicinandosi alla cultura giapponese, della quale l’architetto, per le sue “case della prateria”, riprende concetti quali l’organicità dei materiali, il rapporto tra interno ed esterno, la sacralità del focolare domestico, i forti aggetti verso l’esterno per proteggere il giardino.

Senza dimenticare che egli stesso sarà uno dei più appassionati collezionisti di stampe giapponesi, i cui studi culmineranno nel volume del 1912 “Le stampe giapponesi. Una interpretazione”. Mackintosh, architetto di Glasgow, sarà invece introdotto nell’universo della cultura giapponese grazie alla moglie Margareth Macdonald, produttrice di kimoni per l’alta società scozzese, dai quali trarrà spunto per realizzare le sue famose vetrate, decorate attraverso le tipiche rose avvolte in un poligono.

L’architetto trae ispirazione dalla cultura orientale per dar vita a un nuovo stile architettonico scozzese, indipendente da quello neogotico inglese della regina Vittoria. Qui lo studio delle case dei contadini scozzesi si mescola allo studio della tradizione giapponese, dando vita a un linguaggio nuovo, che non mette da parte il retroscena culturale d’origine ma che lo reinventa, introducendo concetti quali semplificazione degli spazi, funzionalità e flessibilità, come ad esempio l’utilizzo di pannelli scorrevoli per riadattare delle aule da disegno a mensa scolastica all’interno della Scuola di Arti applicate di Glasgow, progettata a partire dal 1899. 

Nel 1954 Walter Gropius, fondatore della celebre scuola del Bauhaus, parla dell’architettura giapponese in una lettera a Le Corbusier, connotandola alla modernità attraverso l’impiego di elementi comuni, come ad esempio l’uso di strutture prefabbricate. Lo stesso Le Corbusier si recherà pochi anni dopo in Giappone, restando particolarmente colpito dalla Villa Imperiale di Katsura a Kyoto, considerata in assoluto l’emblema capace di rappresentare pienamente i principi architettonici tradizionali giapponesi: l’intero edificio è pensato per adattarsi al territorio in cui è situato, ad esempio attraverso l’utilizzo di un basamento in muratura capace di renderlo resistente a terremoti e a forti piogge; il basamento stesso inoltre è sopraelevato in modo da non causare problemi di umidità vista la presenza delle risaie.

La struttura è interamente in legno e pensata per essere modulare, anche in relazione alla dimensione dei panelli in carta di riso, prodotti in modo da poter essere resistenti ma non troppo dispendiosi. I pannelli di riso rendono l’intero edificio perfettamente flessibile rispetto a eventuali modifiche dei vari ambienti, a loro volta disposti su diversi livelli in relazione alla funzione. il fulcro della casa è rappresentato dalla stanza del tè, libera da arredi e decorazioni: per la filosofia zen il vuoto non è visto come una mancanza, ma come elemento capace di conferire maggiore importanza all’incontro e all’accoglienza.

Infatti, coerentemente con tale principio, gli oggetti per la conservazione del tè sono funzionalmente disposti in un’intercapedine all’interno del pavimento.

A cura di Marco Spada e Mirella Pino

Il Gattopardo

Se non ci siamo anche noi, quelli ti combinano la repubblica in quattro e quattr’otto. Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”, così parlava Tancredi Falconeri ne “Il Gattopardo” rivolgendosi allo zio Fabrizio Principe di Salina, scettico nei confronti della scelta del nipote di arruolarsi tra i Garibaldini. Appare intuitivo comprendere che Tancredi volesse indicare allo zio quale fosse la strategia migliore per conservare feudi e privilegi una volta passata la rivoluzione. 
Ma il concetto non vale soltanto per i ricchi feudatari d’un tempo che fu, lo si può estendere al potere in generale ed a chi lo detiene. E si tratta di una strategia adottata anche oggi in molti ambiti.

Anche la politica dimostra talvolta di avere convenienza nel favorire cambiamenti spesso radicali nella forma e negli aspetti esteriori, ma pressoché inconsistenti nella sostanza
E se ciò non è possibile nel rispetto della democrazia, allora bisogna favorire soluzioni antidemocratiche, magari ammantate da amor patrio o da altri valori che il popolo, o almeno la gran parte di esso, vede come positivi.

L’opera scritta nel lontano 1958 da Giuseppe Tomasi di Lampedusa appare oggi maledettamente attuale. Ad un anno esatto dalla notte in cui gli italiani conobbero sulla propria pelle il significato del termine “lockdown“, fino ad allora sconosciuto ai più, molto è cambiato nel paese nella forma ma poco o nulla nella sostanza. 


Caduto il governo giallorosso e con esso il duo Conte – Casalino, finite le loro interminabili dirette a reti unificate utili soltanto ad accrescere la popolarità “dell’avvocato del popolo” ed a confondere i cittadini, mandati finalmente a casa i deficitari ministri Bonafede e Azzolina, sembrava che la la nazione potesse lasciarsi alle spalle un anno di sacrifici per conoscere un nuovo rinascimento con l’avvento “dei migliori”
Purtuttavia, seppur a distanza di un anno dall’inizio della pandemia e di quasi un mese dall’insediamento del nuovo governo, l’Italia si trova esattamente al punto di partenza. 

La politica continua ad andare avanti a colpi di Dpcm continuando a svilire di fatto il Parlamento. I virologi, ieri come oggi, continuano indisturbati a giocare a fare gli showman in televisione ed a litigare tra loro affermando tutto ed il suo contrario salvo poi smentirsi il giorno successivo. Il ministro della Salute Roberto Speranza non sembra aver placato la propria bulimia di chiusure e, nonostante mezza Italia sia già praticamente in lockdown, continua ad invocare nuove restrizioni. Nonostante la caduta della pessima Azzolina, la scuola continua a restare chiusa, salvo rare eccezioni, con ben il 75% degli studenti italiani che da oggi saranno nuovamente a casa fino a data da destinarsi. La clava giudiziaria, anche nell’era post Bonafede, continua a mietere vittime eccellenti: questa volta a farne le spese è, guada caso, l’unico leader politico rimasto all’opposizione, Giorgia Meloni, inchiodata dalle dichiarazioni di un pentito per fatti risalenti al lontano 2013. Il solito fascicolo chiuso in cassaforte e tirato fuori al momento opportuno insomma, Palamara docet.

 
E si potrebbe andare avanti a lungo nel ricercare analogie che lasciano intravedere una continuità disarmante tra il vecchio ed il nuovo esecutivo, che dimostrano come il tanto atteso cambiamento concretizzatosi meno di un mese fa sia in realtà molto più formale che sostanziale. Un nuovo “gattopardismo” insomma, utile a guadagnare tempo ed illudere i cittadini ormai sviliti da un anno di privazioni. 

DI BARTOLO SALVATORE

L’individualismo tra Cervantes e Ricossa: punti comuni e divergenze

Il paragone tra il celeberrimo Cervantes e l’economista anarco-borghese Ricossa risulterebbe impossibile se non si mettesse a fuoco un certo aspetto che accomuna entrambi: l’individualismo.

1547Alcalá de Henares: nasce Miguel de Cervantes Saavedra, romanziere, drammaturgo, poeta, se non il più grande ingegno della letteratura spagnola, sicuramente il più conosciuto a livello mondiale. Il XVI secolo rappresenta l’apogeo politico, militare, e culturale della Spagna e certamente il periodo fu propizio alla penna di Cervantes che partorì uno dei personaggi più noti della storia della letteratura: Don Chisciotte della Mancia. 

Se Kierkegaard può essere considerato il padre dell’individualismo filosofico, Don Chisciotte può essere definito il padre dell’individualismo letterario. Egli è un hidalgo, un nobile decaduto, ma non sappiamo nulla della sua nascita, della sua infanzia e della sua giovinezza. Non ci è fornita nessuna informazione circa i suoi avi perché, come scrisse Miguel de Unamuno nel 1905, “lui apparteneva a una di quelle stirpi che sono e non furono. La sua stirpe comincia con lui”. Cervantes sceglie di tacere queste informazioni perché riteneva che ognuno è figlio delle proprie azioni e che si va costruendo secondo come vive ed opera. 

Don Chisciotte è povero e dedito all’ozio ma, poiché non di solo pane vive un uomo, inizia a leggere libri sulla cavalleria con tanta dedizione e diletto, da trascurare quasi del tutto l’amministrazione della sua proprietà, arrivando al punto di vendere molti ettari di terra da semina per comprare libri di cavalleria. Ben presto però, la pagina inchiostrata si rivela insufficiente a saziare il desiderio di gloria del nostro eroe che, dunque, decide di passare all’azione.

Cervantes ci rivela che “a forza di dormir poco e di leggere molto, gli si inaridì il cervello al punto che perse il senno”; e così il nostro eroe decide di farsi cavaliere errante. Ma perché? La lettura dei romanzi cavallereschi fu la profasis, un semplice pretesto, mentre la ragione effettiva, l’aitìa, va ricercata nel desiderio di gloria per sé e per la patria. 

È in quest’ottica che va letto l’individualismo di Don Chisciotte: egli intende perfettamente che prima di tutto deve accrescere il proprio onore, e poi mettersi al servizio della patria. Il novello cavaliere, nonostante sia tacciato di follia dalla società che lo circonda, è lucidissimo e, a distanza di quattro secoli, ci ricorda che l’uomo deve in primis lavorare su sé stesso in quanto singolo individuo e poi, qualora sia riuscito nella prima impresa, può impegnarsi a servire la patria e la comunità. Se tutti avessimo chiaro questo modus operandi, individualismo ed egoismo non verrebbero più considerati sinonimi, a tutto vantaggio della collettività.

È in questi anni che iniziò a svilupparsi la borghesia, una classe sociale intermedia la cui nascita fu agevolata dalla scoperta dell’America che, a livello economico, favoriva il commercio. In Spagna però dominava una mentalità per cui erano deprecabili tutti i lavori che non fossero le Lettere, l’Arte o l’Arte della guerra. Un nobile spagnolo non si sarebbe mai sporcato le mani in un’attività tanto “plebea” come il commercio (esercitato invece da ebrei e mori, cioè quegli arabi rimasti nella penisola dopo essersi convertiti). 

La mentalità spagnola del tempo disprezzava i lavori manuali quindi le enormi ricchezze che dalle Americhe giungevano in Spagna non venivano fatte fruttare, ma venivano utilizzate unicamente per l’acquisto di immobili e beni di lusso di cui si potesse fare sfoggio.

Secondo Ricossa la borghesia è ben altro. Per l’autore di Straborghese è un carattere; innato o da coltivare. Un atteggiamento e un’attitudine. “Non contano i soldi e la posizione sociale“, spiega il professore torinese; “si può nascere mezzo borghesi in una famiglia contadina od operaia”: borghesi lo si è nell’anima/o, in sostanza

L’essere borghesi è uno stile di vita: è l’individuo che, con personale etica e rigore, sceglie questa “modalità” per portare avanti i propri interessi. Nella sua vita il borghese sperimenta, crea, innova: cerca di migliorare l’ambiente attorno a sé e di migliorarsi interiormente; due elementi che renderanno le sue azioni più proficue. Insomma: fa di testa sua, tocca con mano, sperimenta, rischia.

Ricossa mette in guardia chiunque voglia diventare borghese, perché “la borghesia trasforma la vita in una continua competizione”. È dunque chiaro che il borghese sia un essere irrequieto: non è calmo, non conosce riposo. “Il borghese è essenzialmente chi vuole farsi da sé“. Colui che crede nel libero mercato e nella libera competizione tra gli individui, animati dalla voglia di fare, produrre ed inventare.

Il borghese lo si riconosce per l’individualismo, “lo spirito di indipendenza, l’anticonformismo, l’orgoglio e l’ambizione, la volontà di emergere, la tenacia, la voglia di competere, il senso critico, il gusto della vita”. “Gusto della vita” che non vuol dire sprecare o scialacquare le risorse a propria disposizione (il borghese ha rispetto del denaro); “la borghesia odia […] che si sprechi anche solo una briciola”. 

Specialmente perché sa quanto ci vuole per guadagnarsi ogni singolo centesimo. Il borghese è l’homo ludens, “cioè chi ama vincere, in gara con gli altri o con se stesso”. Continua Ricossa: “il borghese ha fede in se stesso e poco altro”, non si fida molto degli altri, tuttavia non è sospettoso di principio e soprattutto non è in malafede.

Egli “si studia intensamente, si conosce senza ipocrisie, vede le sue debolezze”. Non mente di fronte allo specchio. Il borghese non “si” racconta bugie: cerca di non essere ipocrita – aborrisce l’ipocrisia imperante nella società dei teatrini e dei costumi delle (finte) “buone maniere” –; ha dunque ha un “suo” orgoglio.

Il borghese “morirebbe di fame pur di non chiedere l’elemosina. Perciò il mendicante non lo impietosisce oltremisura” così come “il fallimento altrui non lo disturba” più di tanto. Ben lontano dall’immagine dell’egoismo che gli viene affibbiata dagli invidiosi di turno, il borghese basa la propria etica e convinzione eco-social-politica “sulla responsabilità individuale, sulla colpa individuale e sulla punizione individuale”.

Il borghese si autoregola ed ha un forte senso del dovere: sa che ad ogni azione o parola corrisponde inevitabilmente una conseguenza; e non fa finta di credere che non sia così.

A cura di Marco Spada e Francesca Speziale

L’escamotage dell’arancione rinforzato: un arancione con le scuole chiuse

Dalla mezzanotte di oggi, anche tutta la regione Lombardia passa dall’arancione all’arancione rinforzato. L’ordinanza che decreta il cambio di colore è stata firmata nella giornata di ieri dal governatore Attilio Fontana che, visto l’andamento della curva epidemiologica, ha deciso di adottare un’ordinanza valevole per l’intero territorio regionale dopo averne emesse svariate nei giorni scorsi limitate a singoli comuni e province. Ordinanza che va a sommarsi a quelle già emanate da altri governatori nelle scorse ore, ed alla quale ne seguiranno verosimilmente delle altre già a partire da questo fine settimana.


Ma cosa cambia con il passaggio all’arancione scuro? La novità più rilevante è senza dubbio la chiusura delle scuole di ogni ordine e grado in tutto il territorio regionale, fatta eccezione dei nidi. Ed è proprio qui che vanno ricercate le ragioni che hanno indotto il nuovo esecutivo ad introdurre tra le fasce già presenti anche la zona arancione rinforzata: consentire ai governatori di poter chiudere le scuole non solo in zona rossa ma anche in arancione. Perché questo di fatto è l’arancione rinforzato: una zona arancione a tutti gli effetti con l’unica eccezione delle scuole che restano invece chiuse. 


Ennesimo stop dunque per la scuola italiana, nonostante i tanti proclami del nuovo esecutivo e le tante critiche indirizzate all’ormai arcinota didattica a distanza anche da parte del premier Draghi. Dal prossimo lunedì infatti, quasi il 75% degli studenti italiani resteranno a casa per i prossimi dieci giorni, salvo eventuali nuove proroghe. Proroghe che ad oggi sembrano apparire molto verosimili, lasciando intravedere un rientro degli studenti nelle aule solo dopo Pasqua. 
La sensazione è che dunque, sul tema scuola ma non soltanto su quello, si sia finto di cambiare tutto per non cambiare in realtà nulla, come da tradizione tipicamente gattopardesca. Ad uscirne sconfitti saranno senza ombra di dubbio gli studenti italiani, che ormai si accingono a completare il secondo anno del loro percorso scolastico a distanza.

DI BARTOLO SALVATORE

“Stiamo entrando in un’era di pandemie”. Ursula von der Leyen inaugura la peggior deriva autoritaria della storia

Esistono due modi per muovere gli uomini: l’interesse e la paura. In questo caso l’interesse di salvaguardarsi e la paura del contagio. La deriva autoritaria inauguratasi con il discorso della von der Leyen fa tremare anche i più ferventi anarchici. In ogni modo continueranno a delegittimare ogni parola non allineata al pensiero unico dominante. È questo il nuovo metodo per zittirvi tutti, ma già dovreste ampiamente saperlo.

Non bastano i nuovi partiti formatisi in maniera autonoma o come costole della degenerazione del Movimento, serve un’azione corale. Purtroppo la narrazione è talmente efficace che le masse ormai plaudono impaurite e con particolare feticismo ad ogni nuova notizia sulla situazione in atto da tempo.

La deriva autoritaria si è appena presentata agli occhi di chi ha già visto questa storia sui libri che ha abilmente studiato e recepito in toto. No, non si può definire una dittatura poiché essa, secondo la storia, dovrebbe godere di un ampio margine di consenso e perché di solito si sostituisce a un vuoto di autorità o di competenza.

Preferisco definirla “deriva autoritaria” perché chi si è arrogato il potere non intende restituirlo, ma vuole normalizzare e rendere permanente la crisi. Non si misura la forza di una dittatura tramite la graduale assenza di libertà, bensì con il metodo di governo e il modo in cui si acquisisce il potere. Il potere non è alle strette – almeno finora – e preferisce non utilizzarlo.

Alla dichiarazione di guerra nei nostri confronti da parte del presidente della Commissione Europea, nessuno ha osato ribellarsi rumorosamente. Solo fiumi di parole, come le mie d’altronde. Invece serve – assolutamente – una mobilitazione per fermare questa deriva. Purtroppo il fallimento della nostra cultura ha condotto a questa situazione.

Il sogno globalista altro non cela che la brama di un governo unico, che si estenda su un’entità amorfa e omogenea, il mondo purgato da ogni differenza qualitativa. Il modello di sanitarizzazione sociale che si va instaurando sempre di più non è altro che la naturale prosecuzione del panoptismo carcerario, il quale riguarda elementi puramente esteriori come la disposizione e il comportamento ed estende il sistema di monitoraggio all’interno del corpo stesso, nella sua fisiologia e patologia.

La pervasività dei mezzi di comunicazione è servita ai media a inculcare ogni genere di narrazione inverosimile. Ma l’altra vera conquista della modernità riguarda la decadenza della verità come dimensione oggettiva e attingibile del sapere, la quale è sostituita con i surrogati del pensiero debole, dell’ermeneutica eletta a forma di conoscenza e del relativismo gnoseologico, prima che etico.

Il distanziamento sociale non è nato per caso, ma è anch’esso una naturale evoluzione della sinistra solidarietà tra democrazia e individualismo, la quale da esito all’atomizzazione sociale. La democrazia ha sancito il soggetto come portatore di diritto individuale e ciò è stato possibile grazie a una forma di pensiero, già presente e matura, che privilegiava le prerogative dell’individuo a quelle di ogni altro genere di realtà superiore a cui partecipava, quali la famiglia, il clan, il popolo o la nazione.

Questa parecchio maldestra retorica comunitaria, l’uomo moderno la respira sin dalla nascita e ciò lo conduce a vivere un’esistenza subordinata agli interessi di parte e strumentale alla realizzazione e alla sopravvivenza del singolo. Ecco perché la maggior parte di noi si è perfettamente acclimatata con il distanziamento sociale. Siamo di fronte alla perfetta rappresentazione del proverbio pessimistico tanto caro ad Hobbes: “homo homini lupus“.

Stiamo precipitando verso il fondo del baratro e non vi sarà alcun rimbalzo verso l’alto. Godetevi gli ultimi istanti, l’atterraggio sarà durissimo.

Papa Ratzinger bacchetta Joe Biden sui diritti civili

Joseph Ratzinger bacchetta il presidente degli Stati Uniti d’America, il cattolico Joe Biden. Da un recente colloquio avuto da Benedetto XVI con Massimo Franco e Luciano Fontana, rispettivamente vaticanista e direttore del Corriere della Sera, emergono, infatti, alcune frecciate lanciate dal papa emerito al neopresidente americano, oggi alla guida di un Partito Democratico fortemente eterogeneo, sulle cui posizioni si è dovuto gradualmente modellare per potersi garantire la nomination presidenziale che ha preceduto la sua vittoria dello scorso mese di novembre avvenuta ai danni del presidente uscente Donald Trump. 
Nella suddetta intervista, Ratzinger si muove con la grande attenzione e la lucidità che da sempre lo contraddistinguono, adoperando la sua classica cautela, anche per evitare di dare sponda a chi vorrebbe usare la sua figura contro papa Bergoglio, ma pur sempre in maniera energica, specie sul fronte dei valori non negoziabili che ritiene la Chiesa cattolica debba tutelare. Ed è proprio su questo tema che Joe Biden viene bacchettato: “È vero – ha dichiarato Ratzinger parlando di Biden – è cattolico ed osservante, e personalmente è contro l’aborto. Ma come presidente, tende a presentarsi in continuità con la linea del Partito Democratico”. Linea che il Papa emerito sembra avere già largamente intuito, in particolar modo in merito ad alcune posizioni, tanto da arrivare ad affermare che: “il nuovo Presidente si è impegnato a perseguire determinate politiche che promuoverebbero i mali morali e minaccerebbero la vita e la dignità umana, soprattutto nelle aree dell’aborto, della contraccezione, del matrimonio e del genere”.

Parole dure, quindi, quelle pronunciate al Corriere da Ratzinger, che si conferma ancora una volta un autentico faro valoriale, religioso ed umano per centinaia di milioni di cattolici nel mondo, inclusi quelli statunitensi, lasciando intendere logico pensare che tali dichiarazioni daranno nuova linfa a future critiche a Biden avanzate sul terreno dei valori non negoziabili. Dichiarazioni, che potrebbero peraltro indurre lo stesso presidente americano a cercare un compromesso interno al partito per evitare che l’ala progressista si spinga troppo in là sul tema dei diritti civili ed al contempo scongiurare nuove imbarazzanti situazioni potenzialmente foriere di problemi politici. Contestare un pontefice emerito ed un teologo sopraffino della caratura di Joseph Ratzinger potrebbe rivelarsi impresa assai ardua, anche per l’uomo politico più influente del pianeta. 

DI BARTOLO SALVATORE

L’embrione è mio e lo gestisco io?

Giunge notizia che il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, con un’ordinanza resa pubblica ieri, abbia riconosciuto ad una donna il diritto a farsi impiantare in utero gli embrioni fecondati e crioconservati in costanza di un matrimonio oggi finito, tant’è che l’ormai ex marito si era dichiarato contrario a che si procedesse a tale pratica, costringendola appunto a rivolgersi al giudice.

Sia chiaro, chi scrive comprende bene quanto grande possa essere il desiderio di un figlio e quanto possa essere doloroso non poterne avere, ma per comprendere qual è la vera posta in gioco in questioni del genere, così complesse dal punto di vista giuridico e bioetico, è necessario non farsi sopraffare dall’emotività.

Perché il problema in questo come in altri casi simili – frequenti anche all’estero e in numero maggiore laddove i limiti alla pratica della fecondazione assistita sono minori – non è la necessità di soddisfare il desiderio degli adulti di avere un bambino, oppure se chi ha messo a disposizione il proprio seme può o meno successivamente alla fecondazione revocare il consenso,  ma è piuttosto la tutela di quel bambino – di quella persona – in potenza, di quell’embrione, seppure ancora costituito da poche cellule, ma con scritto già nel suo DNA tutto ciò che potrà essere, che gode di un suo status giuridico ben preciso.

In tal senso in Italia la legge 40/2004 sulla procreazione medicalmente assistita, pur non essendo nel complesso una buona legge, poneva determinate regole e limiti. Peccato che proprio molte delle sue parti migliori siano state smantellate da interventi della Corte Costituzionale.

Nel caso specifico la sentenza 151/2009 della Consulta ha eliminato il limite di tre ovociti fecondabili e l’obbligo comunque di impiantare subito tutti gli ovociti fecondati, aprendo così alla possibilità di crioconservare gli embrioni.

Questo è il motivo per cui oggi ci troviamo a discutere di tale problema eticamente sensibile e volendo andare più a fondo nella questione dovremmo porci una domanda. Cosa fare e come trattare i tanti embrioni crioconservati e ormai abbandonati?

Luca Basilio Bucca

La consolidata alleanza tra l’Islam radicale e l’estrema sinistra minaccia la Francia

Un nuovo spettro si aggira per l’Europa: lo spettro dell’alleanza tra l’Islam radicale e l’estrema sinistra francese. Il virus pandemico del jihadismo è arrivato alla “quarta ondata” di violenza nei confronti della Francia. La prima fase ha riguardato l’Afghanistan e tutte le varie conseguenze in Algeria, Egitto, Bosnia, Cecenia; ma è stato un fallimento poiché non riuscirono a mobilitare le masse.

La seconda ondata jihadista leninista trova il suo apice nella giornata dell’11 settembre 2001, ma anche in quel caso fallì miseramente, portando soltanto altro caos in un Medio Oriente già martoriato.

La terza fase è quella del Daesh (o Isis). Al – Qā’ida non gode più di quel pugno di ferro consolidatosi con il leader saudita Osama bin Laden, ma proprio nell’ora più buia, emerge nella «terra dei due fiumi» un leader che è riuscito a imprimere una svolta epocale alla corrente jihadista, dando vita a un processo che ha portato lo «stato islamico nell’Iraq» (Isi) a dilagare tra Siria e Iraq e a dichiarare la rinascita del «califfato».

L’Isis ha utilizzato la gioventù jihadista per colpire l’Occidente con il jihad. Gli attacchi a Charlie Hebdo e al Bataclan sono l’emblema di questa stagione. Ma anche questo è stato un fallimento, perché i paesi occidentali – Francia in primis – hanno bombardato il Califfato facendolo arretrare di parecchi kilometri rispetto alla sua posizione finale di massima espansione.

Adesso abbiamo una nuova fase, la quarta di questo “virus pandemico” del jihadismo che si è insinuato sempre di più nel sistema immunitario della cultura universitaria francese creando un nuovo fenomeno: quello dell’islamo-gauchismo, l’alleanza tra l’Islam radicale e l’estrema sinistra. Il culmine? La decapitazione del professore Samuel Paty. E siamo soltanto all’inizio.

Non soffermatevi troppo nella lettura degli articoli del Washington Post o del quotidiano di Molinari, piuttosto fatevi un giro nelle banlieu di Parigi o tra le vie di Marsiglia o Lione. Lì non ci saranno gli esperti a spiegarvi che l’islamo-gauchismo è un fenomeno creato ad hoc dall’estrema destra. Buon viaggio per quando si potrà.

No, Netflix non può riscrivere la storia per rabbonire la gioventù di oggi

La pericolosa deriva della pantoclastia odierna non consiste esclusivamente nell’abbattimento delle statue di figure storiche come quella di Colombo o di Hume, poiché essa prosegue – guastando con i suoi tentacoli velenosi – anche la visione della storia nella sua interezza. La pantoclastia odierna si serve di numerosi strumenti: dalla volontà di rivalsa del movimento terrorista BLM ai canali di propaganda del globalismo come Netflix.

È emblematico il caso di Bridgerton, la serie tv che ha scatenato i critici e ha fatto storcere il naso agli esperti. Al giorno d’oggi è sempre più complesso ritrovarsi per commentare, ad esempio, le ricerche della professoressa Renata Ago; dunque si opta per una somministrazione intensiva e solitaria di serie tv dal dubbio gusto, le quali manipolano abilmente la concezione storica delle menti meno preparate.

Bridgerton è un’accozzaglia di cliché che trasmettono la visione americana dell’aristocrazia britannica di fine XIX secolo. I film contemporanei stanno manipolando gli eventi del passato per riflettere le istanze dei giorni nostri. Non esiste niente di più pericoloso e fuorviante della “fake history“, altro che fake news. Basti pensare ad un’altra serie tv come Downtown Abbey, nella quale la protagonista – una contessa – teme per la vita dei suoi servi e si preoccupa delle loro istanze. Praticamente una distorsione del sistema sociale dell’Ottocento.

Tutto ha avuto inizio col femminismo. Nelle serie tv che spopolano e vincono di tutto grazie a delle giurie composte da non si sa quali critici, le protagoniste sono principalmente paladine della giustizia e dell’uguaglianza con un tocco sensuale. Fino a qui si potrebbe anche andare avanti poiché non vi è alcunché di profondamente sbagliato.

Il problema si presenta nel momento in cui, questo nuovo e becero femminismo, riscrive – falsificando – la storia. È il caso della serie su Caterina la Grande, la quale viene presentata in salsa pop agli spettatori e i fatti storici vengono totalmente riscritti creando una Russia che in realtà non è mai esistita. Ritornando a Bridgerton, il caso si fa ancora più scabroso.

All’interno della serie, le persone di colore vengono elevate ai vertici della società, dato che Re Giorgio III si è innamorato di una di loro. Si tratta della Regina Charlotte che è nera nel mondo immaginario di Bridgerton, ma ci viene fatto credere che lo sia stata anche nel mondo reale. In realtà Carlotta di Meclemburgo – Strelitz era fulva e quasi diafana!

Il passato viene distorto per farlo entrare in sintonia con l’ossessione moderna con la diversità. Netflix conosce il suo potere e lo esercita, senza scrupoli, su milioni e milioni di utenti. La storia si impara inconsciamente con la somministrazione quotidiana delle serie tv “a sfondo storico”. La finzione diventa il fatto. Netflix fa leva sul pressappochismo dei giovani quando affrontano lo studio della storia.

J.R.R. Tolkien scrisse: “Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare”.


Dobbiamo insegnare ai nostri figli, ai nostri giovani a non omologarsi. Dobbiamo insegnargli a non dare nulla per scontato, a porre quesiti, ad essere vigili ed attenti. Dobbiamo dare loro in dono i nostri comportamenti, i nostri piccoli gesti quotidiani. Dobbiamo instillare in loro il seme del libero pensiero, che diventa vivo nella libera azione. Non possiamo lasciargli solo macerie.

Non possiamo estirpare tutte le erbe maligne del mondo, ma possiamo regalare loro un piccolo appezzamento di terreno fertile dove far germogliare i frutti che oggi abbiamo seminato. Dove l’humus delle nostre idee nutra ancora la speranza di credere in un futuro migliore di questo oscuro presente.