Italia: terra di santi, poeti e cantautori militanti

In questo paese famoso per santi, poeti e scrittori; sin dagli albori vi è stato un cantautorato militante e ideologizzato. Non solo, anche il mondo del cinema e dello spettacolo ha risentito dell’influenza ideologica a senso unico, ovvero dell’influenza di sinistra o, se andiamo indietro nel tempo, del marxismo. Eccezion fatta per alcuni sporadici cantanti, attori e attrici come: Lucio Battisti, Claudia Cardinale e l’Albertone nazionale Alberto Sordi; che la leggenda narra essere ideologicamente di destra.

Ma a differenza di ieri dove il cantautorato militante seguiva la filosofia marxista, ad esempio Lucio Dalla e Francesco De Gregori, i quali narravano nelle loro canzoni i problemi della vita quotidiana; oggi il cantautorato militante proveniente da nuovi generi si limita solo ed esclusivamente a propagandare l’ideologia globalista dominante, arrivando perfino ad insultare l’avversario senza metterci direttamente la faccia come fecero all’epoca Giorgio Strehler e Paolo Villaggio.

Arrivando alla politica: Giorgina nostra non mi è simpatica come politica in quanto oltre le differenze ideologiche abissali, la ritengo politicamente ingenua perché cede facilmente ai tranelli che gli tendono i suoi stessi alleati. Mi riferisco alla pia illusione di diventare la prima premier donna, un sogno osteggiato dallo stesso Silvio Berlusconi.

Però definire fascista una “ragazza” di 45 anni che ha più volte professato il suo atlantismo (e tanto altro) mi sembra pura idiozia derivante da un atteggiamento propagandistico ad opera di nani e ballerine. Si tratta di personaggi che non sanno cosa sia il fascismo e disconoscono anche cosa sia il comunismo, ma tendono a collocarsi nell’alveo di questo nuovo eurocomunismo. Una di queste è Elodie Di Patrizi. (Giorgia, Elodie e Rula Jebreal: radical chic in rosa contro Giorgia Meloni)

Il cantautorato italiano, da essere il nostro fiore all’occhiello, sta rischiando di divenire sempre più strumento di propaganda di una sinistra ormai priva di attrattiva ideologica e sempre più scendiletto del capitalismo più becero e d’interessi lobbistici di varia natura.

Mimmo Lastella, 30/07/2022

Si riapre la caccia al fascista!

La campagna elettorale per le politiche del prossimo 25 settembre entra nel vivo, e puntualmente, come ogni elezione che si rispetti, torna ad aleggiare sul Paese lo spettro del fascismo, con il fronte progressista compatto che, ancora una volta, non perde occasione per rivolgere al centrodestra accuse di contiguità al regime. Un film già visto e rivisto, con il solito flashback sul ventennio utilizzato al fine di rievocare nell’elettorato la tragica esperienza fascista e la figura del Duce, da accostare all’avversario politico di turno con l’intento di minarne la credibilità e l’attitudine democratica. 

La caccia al fascista rimane dunque lo sport preferito a sinistra, ma in questa campagna elettorale, che si preannuncia infuocata sin dalle prime battute, appare evidente che, unitamente alle accuse di fascismo, i leader del centrodestra (e non solo loro) si troveranno a dover fronteggiare anche quelle di ‘putinismo‘. Da Mussolini a Putin. Cambia il tiranno ma non il copione. L’arma con cui colpire é sempre la stessa, seguendo uno schema ormai ampiamente consolidato e tanto caro ai progressisti: dipingere l’avversario alla stregua di un estremista, incapace di governare ma capace di minare la tenuta democratica del Paese. 

In questo scenario, non stupiscono affatto gli attacchi a orologeria indirizzati prima a Matteo Salvini e poi a Silvio Berlusconi, rei di intrattenere chissà quali relazioni segrete con Vladimir Putin. Secondo i media progressisti, infatti, il Cremlino avrebbe messo in piedi una strategia avente quale obiettivo quello di destabilizzare il governo guidato da Mario Draghi, ritenuto dai russi troppo filoatlantico. Strategia che avrebbe poi portato – sempre secondo i medesimi organi di informazione – alla caduta dell’esecutivo con la complicità di Lega e Forza Italia, che seguendo i diktat provenienti da Mosca avrebbero deciso di staccare la spina al ‘governo dei migliori’ per indebolire il fronte atlantista. 

Una ricostruzione senz’altro originale, che probabilmente non tiene neppure conto del fatto che ad aprire la crisi di governo era stato il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte. E poco importa se il centrodestra aveva proposto in Senato una risoluzione attraverso la quale chiedeva un nuovo patto di fiducia per la formazione di un governo a guida Draghi ma senza i Cinque Stelle. Tutto già finito nel dimenticatoio. 

Ma d’altronde, si sa, è tempo di elezioni, e c’è da scommettere che con il centrodestra in netto vantaggio nei sondaggi nelle prossime settimane l’Italia diventerà dal nulla un covo di fascisti e putinisti, che, come da copione, spariranno miracolosamente all’indomani del voto, per poi riapparire nuovamente alla prossima tornata elettorale. 

SALVATORE DI BARTOLO

Cingolani naviga nel buio e presto toccherà anche a noi

Qualche settimana fa mi è capitato di incontrare Cingolani in un luogo non proprio adatto alla sua ideologia. Il Petruzzelli e il suo mattatore Nicola Porro ha rappresentato una vera e propria Caporetto per l’automa della rivoluzione ecologica. Figuriamoci che verso il finale, mentre la platea era in ebollizione, un commensale si è lasciato andare ad un chiaro ed icastico: “e mo’ vatten’!”.

Mica aveva torto. Anzi, Cingolani sarebbe davvero da spedire il più lontano possibile dall’Italia. In un momento del genere il ministro ha avuto la capacità di partorire il più strampalato dei piani per superare – secondo lui – l’inverno. Non vi è certezza nelle forniture, né sugli approvvigionamenti e i relativi prezzi. Però il piano lo faccio lo stesso. Roba da matti.

Il “piano gas” presentato mercoledì alla stampa prevede risparmi e nuove forniture per 10,1 miliardi di metri cubi nel 2022 e di ben 24,1 nel 2023. Il tutto subordinato al fatto che entri in funzionamento il rigassificatore a Piombino entro gennaio 2023, entrino in funzione quasi 8 gigawatt di energie rinnovabili nei prossimi 20 mesi e ci sia un risparmio termico (termosifoni) volontario per 3 miliardi di metri cubi.

Con tutti questi se e tutti questi ma, se Putin chiudesse il gas a novembre arriveremmo a marzo esaurendo anche le scorte “strategiche”, cioè letteralmente il fondo del pozzo delle caverne dove è stoccato il gas. Operazione mai realizzata prima che presenta una complessità tecnica ed una pericolosità non indifferenti.

Conoscendo l’attitudine, essendo il nostro popolo avvezzo al “poi”, ma mai al “dopo”, le operazioni a Piombino non cominceranno mai entro il gennaio del 2023. La burocrazia statale lo impedisce. Quindi nel frattempo ci si sposta in Algeria per cercare l’elemosina, ma neanche questa è garantita.

Ammettiamo che il piano funzioni, ma a che prezzo?  A Cingolani sfuggono evidentemente le più elementari regole di domanda ed offerta, al momento vi è una domanda certa data dal parco industriale, dalle centrali termiche e dall’uso domestico ed un’offerta che si basa sulla certezza della riduzione dei volumi da parte di Gazprom e sulle promesse di un ministro dimissionario subordinate a decine di “se” e “ma”.

Cosa dovrebbero fare i prezzi scendere? Se Cingolani ha trovato il gas dica a che prezzo e quando verrà introdotto sul mercato e vedrà che i prezzi scenderanno subito. Non lo fa perché non può assicurare la stabilità delle forniture e presenta dei numeri ipotetici soggetti a decine di variabili e circostanze. Immaginatevi le prime bollette alle imprese col metro cubo sopra i 2€ e i megawatt/h oltre l’immaginabile.

Non la Ruhr, ma il Mediterraneo

Un anno fa, durante una cena in uno dei lidi più incantevoli di Milazzo, ho avuto modo di poter dialogare con Gianluigi Paragone, leader di Italexit, sulla questione mediterranea. Mare non più nostrum, perché chi lo ha perso oggi tributa agli individui che gliel’hanno sottratto, l’importanza di una talassocrazia moderna risalta specialmente nell’ambito migratorio.

Mentre dialogavamo sull’importanza ormai perduta del nostro ruolo in politica estera, l’oggetto del nostro colloquiare è divenuto – sic et simpliciter – il Mediterraneo: “I primi interlocutori internazionali in Europa dovremo essere noi nel Mediterraneo. Noi soltanto, capendo il nostro valore in un’area strategica delicatissima, possiamo acquisire potere negoziale. Se non capiamo che la nostra forza negoziale la conquistiamo capendo i dossier dei mediterranei, allora non andremo molto lontani”.

Al netto dei buoni propositi e della volontà conservatrice di tornare a solcare le acque del Mare nostrum, ciò che si evince è l’inesistenza di sbocchi per il destino dell’Italia. Non la Ruhr, verso nord, ma il Mediterraneo con i suoi moltemplici vettori. Smettetela di pensare all’est oltre gli Urali. Bisognerebbe cercare di capire il motivo per cui in molti si ostinano a parteggiare per la Russia in questo baillame.

Forse possiamo arrivarci tutti insieme, cari lettori. Chi ha ormai preso la cattiva abitudine di essere suddito, economicamente e quindi socialmente, cercherà sempre un nuovo padrone nel caso in cui quello attuale dovesse cominciare ad allentare la pressione delle catene. Bisognerebbe piuttosto principiare nuovamente gli studi sul dominio romano durante le guerre puniche.

Navigare necesse est, vivere non est necesse

Plutarco, Vita di Pompeo, 50, 1

Fiat vanitas dei

Non sono i Beckham  e neppure i Bennifer. Fossero stati loro non ci avrei fatto caso, al massimo mi sarei limitata a pensare a quanto si confermino belli e ricchi. Invece sono Zelensky e moglie.

Sulla copertina di Vogue.

Le foto che corredano il servizio mi paiono  agghiaccianti: patinate ma in mezzo alle macerie, lei capelli al vento accanto ai militari, lui con l’aria affaticata perché, si sa, la guerra rende esausti, specie se sei il presidente di un Paese assediato.

A chi serve questo servizio? A truccatori, parrucchieri e redazione giornalistica, certo. Ai protagonisti, pure. Si incastra nella comunicazione che, già da tanto, Zelensky ha imbastito. Ma il suo popolo, ha ancora la possibilità di truccarsi, pettinarsi a modo, vestirsi con abiti di qualità? La sua gente ha ancora la possibilità di stare abbracciato o tenersi per mano con gli amori della propria vita?

Seguo questo conflitto come altri, ho apprezzato, ad esempio, l’intervento deciso di molti sportivi che sono rientrati in Ucraina e si sono arruolati, mica si sono messi in posa. E, se l’hanno fatto, è stato per incoraggiare altri connazionali a rientrare e servire il Paese.

Perché se si ha seguito social è corretto servirsene per veicolare messaggi, ma si possono ottenere gli stessi risultati senza apparire in ordine anche in mezzo ai bombardamenti. Sembra innaturale e poi: è opportuno?

Mi ha meravigliato che la fotografa sia stata Annie Leibovitz. Straordinaria artista, decisamente nel mio Olimpo dei  fotografi, fonte di ispirazione indiscussa, ha catturato momenti entrati nella storia. E’ sua l’ultima foto scattata a John Lennon ed a Yoko Ono prima che lui fosse ucciso, cinque ore più tardi.  Sono suoi i ritratti più noti:  Elisabetta II, Barack Obama, Di Caprio e ancora Meryl Streep e moltissimi altri.

Anche questa volta, le sue immagini sono  stupende. Sarebbe tutto perfetto, in un altro contesto.

 

Cuba, celebrato il 69° anniversario dell’assalto alla caserma Moncada: tra contraddizioni ed provocazioni.

Tra la notte del 26 ed il 27 Luglio 1953 l’evento che diede inizio alla rivoluzione Cubana che rovesciò la dittatura di Fulgencio Batista. Quasi settant’anni dopo il paese vive però una situazione di stasi dovuta soprattutto alla crisi pandemica.

Un lungo discorso del presidente Diàz Canèl ha celebrato “L’anno 64 della Rivoluzione” della nazione Cubana. Migliaia sono scesi in piazza per ricordare il rovesciamento del regime dittatoriale e la scalata al al potere di Fidèl Castro.

Rievocazioni storiche a parte, a L’Avana ancora sentitissime, il momento del paese non è dei migliori: il qualcosa di unico creatosi durante il Castrismo porta strascichi che con l’acutizzarsi della crisi pandemica e post-pandemica delineano un paese in difficoltà: La crisi Turistica, l’aumento del costo delle materie prime, l’inflazione ed il costo sempre più alto dei beni di prima necessità, soprattutto prodotti per l’igiene personale al massimo dal 1980 (Solo lo Zimbabwe fa peggio con un rincaro dell’84%) hanno fatto montare in diverse parti dell’isola proteste per la condotta poco attenta del governo centrale. Proprio pochi giorni fa è arrivata la conferma della Condanna per Otero Alcántara e Castillo Pérez (in arte Osorbo), leader del Movimento di Sant’Isidro, condannati rispettivamente a 5 e 9 anni di carcere, per aver cantato e pubblicato diversi brani, divenuti inni veri e propri contro il regime castrista instaurato da Miguel Diaz-Canel, ma anche per sedizione e responsabilità oggettiva in atti di guerriglia causati dagli iscritti al loro movimento.

Non si ferma poi la fuga dal Paese, con circa 30.000 Cubani che sono partiti nei primi 6 mesi del 2022 cercando fortuna altrove (Soprattutto Messico e Stati Uniti) in quella che sembra una “Fuga autorizzata” come già accaduto sempre nel 1980, con 120.000 Cubani lasciati partire dal governo di Fidèl Castro.

Diàz Canèl però, sordo a qualsiasi protesta, nel suo discorso del 26 Luglio apre addirittura ad una possibile accoglienza di donne Americane nelle strutture ospedaliere cubane garantendo loro il diritto all’aborto (Stoccata nemmeno troppo velata alla presidenza Biden e i contrasti interni sull’interruzione di gravidanza) con agevolazioni mediche e assistenza continua persino in cliniche private. E’ possibile però in un paese dove il numero di medici per 1000 abitanti tende ogni anno a diminuire?

Alla fine delle celebrazioni, in un tripudio di applausi e grida di ¡Hasta la Victoria, Siempre!, rimangono però irrisolti i problemi strutturali di un Socialismo che ha bisogno di rinnovarsi, mai come in questo momento, in cui si sta assistendo ad un paradossale sentimento di “Rivoluzione della rivoluzione” che sottolinea le profonde contraddizioni di un paese che fatica a rimettersi in piedi dopo gli anni di crisi mondiale.

Forza Italia: perché i fuoriusciti non avranno un futuro politico

Riposino in pace. Non sono abituato a commentare le decisioni di chi tradisce senza motivi e prospettive politiche, stiamo parlando di esponenti senza seguito né futuro politico”.

Con queste lapidarie dichiarazioni Silvio Berlusconi aveva liquidato qualche giorno fa i fuoriusciti da Forza Italia dopo la mancata fiducia al Governo Draghi. La scelta del Presidente Berlusconi di non partecipare alla votazione per verificare la tenuta del governo non era infatti piaciuta a tutti, a cominciare dai tre ministri forzisti di quello che fu i ‘governo dei migliori’. Hanno così detto addio al partito del Cavaliere i ministri Mariastella Gelmini, Renato Brunetta e Mara Carfagna, e i parlamentari Andrea Cangini, Giusy Versace, Annalisa Baroni e Rossella Sessa.

La prima in ordine di tempo a lasciare Forza Italia era stata Mariastella Gelmini:  “Questa Forza Italia non è il movimento politico in cui ho militato per quasi venticinque anni: non posso restare un minuto di più in questo partito”, aveva immediatamente affermato dopo la caduta dell’esecutivo il ministro per gli Affari regionali e le autonomie, aggiungendo che “Forza Italia ha definitivamente voltato le spalle agli italiani, alle famiglie, alle imprese, ai ceti produttivi e alla sua storia, e ha ceduto lo scettro a Matteo Salvini”.

“Io non cambio, è Forza Italia che è cambiata”, aveva invece dichiarato, la mattina successiva, Renato Brunetta, che sul suo futuro aveva poi aggiunto: “Mi batterò ora perché la sua cultura, i suoi valori e le sue migliori energie liberali e moderate non vadano perduti e confluiscano in un’unione repubblicana, saldamente ancorata all’euro-atlantismo. Perché dobbiamo contrastare la deriva di un sistema politico privo degli anticorpi per emanciparsi dal populismo e dall’estremismo, piegato a chi lavora per modificare gli equilibri geopolitici, anche indebolendo l’alleanza occidentale a sostegno dell’Ucraina”.

Forza Italia ha poi perso anche Mara Carfagna, l’ultimo ministro che aveva in propria rappresentanza, che ha definito “una scelta di irresponsabilità” quella fatta da Silvio Berlusconi nel sottrarre l’appoggio a Draghi, aggiungendo di essersi battuta per quattro anni nel “partito per difendere la sua collocazione europeista, occidentale e liberale dall’abbraccio del sovranismo” e che “una parte considerevole di Fi la pensava allo stesso modo”, ma “siamo stati sconfitti, più volte, l’ultima in modo bruciante. Di fronte al bivio tra sottomettermi a una visione che non è la mia e rispettare quella in cui ho sempre creduto, non ho avuto dubbi”.

Tutti concordi dunque sul fatto che sia stato un errore, quello del Cavaliere, di non seguire la cosiddetta ‘Agenda Draghi’ per allinearsi alle posizioni della Lega di Matteo Salvini. Per i transfughi forzisti si preannuncia adesso un trasloco verso il Centro, presumibilmente verso Azione di Carlo Calenda (come già peraltro preannunciato da Mariastella Gelmini), che sarebbe pronto ad accogliere a braccia aperte la corrente draghiana di ispirazione centrista proveniente da Forza Italia.  

Ma quanto varrebbe in termini elettorali questa transumanza della pattuglia azzurra verso il partito di Calenda? Rispetto alle settimane precedenti, i sondaggisti hanno registrato una crescita di un punto percentuale di Azione, incremento in linea con il trend già registrato nei periodi precedenti. I rumors di un eventuale adesione degli ex ministri forzisti non hanno dunque ancora fatto evidenziare una crescita di consensi significativa per il partito di Carlo Calenda. In quanto a Forza Italia, invece, stando ai sondaggi effettuati nelle ultime ore, non si registrano particolari oscillazioni verso il basso in termini consensuali, con il partito del Cavaliere che si attesta stabilmente sulle percentuali pre-crisi di governo.

Cambia poco o nulla, dunque, in termini di consenso per gli azzurri, anzi, c’è da scommettere che un ritorno sulla scena del Cavaliere nelle prossime settimane possa determinare una crescita di almeno un paio di punti percentuali per il suo partito. Del tutto diversa è invece la posizione dei fuoriusciti che, al pari dei loro illustri predecessori, potrebbero non godere delle medesime fortune di cui hanno goduto in questi anni nelle nuove formazioni politiche in cui si andranno a collocare. La loro carriera politica è infatti da sempre legata a doppio filo a Forza Italia, i cui consensi sono da ascriversi principalmente alla figura del suo leader. Non è un caso, infatti, che in questi anni nessun ex forzista sia riuscito ad avere una lunga vita politica al di fuori del partito di Silvio Berlusconi. Al contrario, la scelta di affrancarsi dal Cavaliere è sempre risultata politicamente deleteria per chiunque, e non vi è motivo per credere che non sarà così anche per i tre ministri ‘draghiani’.  Angelino Alfano docet. 

SALVATORE DI BARTOLO

La caduta di Draghi celebrata anche dai Dem americani

Certi cortocircuiti del giornalismo non avranno mai una soluzione effettiva nel tempo. I Dem americani, individui con i quali sarebbe meglio evitare anche di sedersi insieme a tavola, celebrano il ritorno della democrazia in Italia dopo la caduta del governo Draghi. Strano, potremmo dire. Molto inconsueto da parte di questa vera e propria setta che fa dell’ideologia woke e del globalismo i loro vessilli di guerra.

Un globalismo che affonda le radici marce della sua ideologia nell’economia e che è divenuto dottrina all’interno delle principali università italiane, europee e occidentali. Sorprende dunque che i Dem abbiano ordito questo contrordine nei confronti di uno dei loro più fedeli scudieri in terra italica. Eppure il New York Times – estremamente anti-Trump – è riuscito, in questo caso, ad essere meno settario del giornale di Molinari.

All’interno del quotidiano statunitense vi è uno spazio dedicato ai “guest”, dunque agli ospiti – certamente celebri – che vogliono dire la loro. Qualche giorno fa da questo spazio si era urlato al “tetro futuro italiano” in caso di vittoria della Meloni. Quest’oggi invece Cristopher Caldwell non ha certamente risparmiato né Draghi né il rapporto di JP Morgan sul “colpo populista” che ha fatto cadere il governo. (Clicca qui per leggere l’articolo sul NYT)

Sembra strano da dover scrivere, ma essendo in Italia questo approccio è necessario. Quella di Caldwell è un’opinione conservatrice su un quotidiano Dem. Vi apparirà come un modo grottesco di fare informazione, visto quello che viene stampato qui, ma in realtà è la più grande forma di pluralismo dell’informazione che possa esistere nel mondo dei quotidiani cartacei e online.

Ormai abbiamo perso l’abitudine. Solo pochissimi siti o blog – come questo – offrono spazio alla pluralità delle idee e delle opinioni. In America invece è consuetudine e questo dovrebbe farci adirare. Ciononostante le schiere sono davvero mal nutrite e l’assuefazione derivante dall’informazione a senso unico durante il Covid ha destabilizzato la maggior parte delle menti italiche.

Caduto Draghi, torna il voto. Ma siamo davvero sicuri che si possa parlare di democrazia quando tutti i partiti offrono – chi più, chi meno – lo stesso piano in politica estera?

Enigmatico Iran

In Iran non volevo neanche andarci, io. 

Tutto è nato da una tariffa promozionale dell’allora compagnia di bandiera che volava a Teheran. Avevo pregiudizi e preoccupazioni, sia perché non ero mai stata in una repubblica islamica sia perché le difficoltà di organizzazione di un viaggio senza apposita agenzia erano oggettivamente importanti.

Non si va in Iran senza canali ufficiali e io stessa, che ho sempre pensato di possedere l’unico talento di saper viaggiare, ho detto a mio marito che no, stavolta non sarei riuscita a concretizzarlo questo viaggio. Mandavo email da troppi giorni e nessuna risposta. Sapevo già che non avrebbero funzionato le carte di credito, e che l’utilizzo di internet sarebbe stato estremamente limitato. Non riuscivo a trovare gli alloggi né capivo come far coincidere i trasferimenti tra una città e l’altra.

Poi, quando ero sul punto di cedere, un ragazzo mi ha risposto, col suo inglese maccheronico. Persino a me a cui non piace l’organizzazione statica e preordinata di un viaggio faceva comodo sapere dove avrei passato le notti, quantomeno. L’ Iran è un paese in cui non si può dormire per strada. Eppure tutto si è sbloccava via via che lo scambio di email tra me e Firuz si infittiva.

Piccoli passi verso il viaggio della vita. Kashan, Qom, Yazd, Isfahan, la stessa Teheran: ognuna merita un approfondimento. Ma questo è un assaggio, di ciò che ho visto e di ciò che mi è rimasto. Un semplice viaggio da visitatore mi impedisce di entrare adesso negli Stati Uniti senza dover chiedere un visto. Chi è stato in Iran, che fa parte di una lista di Paesi che comprende Siria, Libia e altri, necessita infatti di un visto, e non della semplice compilazione online del modello Esta.

Così è.

Eppure rifarei ogni singola cosa. Perché l’Iran è un Paese meraviglioso, con un’architettura stupefacente davanti alla quale non si rimane indifferenti. Perché nonostante le moltissime contraddizioni sociali ha una storia da mille e una notte e non solo per il folclore.

Perché l’umanità che ho incontrato in questo Paese non è facile da replicare.

Questo Paese in cui gli uomini non parlano con le donne e in cui le stesse viaggiano in metropolitana su vagoni a loro riservati e sono obbligate, anche se straniere e quindi non facenti parte della popolazione iraniana soggetta alla giurisdizione della Repubblica islamica, ad indossare il velo, sempre. La gentilezza, l’ospitalità ma anche la curiosità verso lo straniero, i grandi sorrisi, sinceri e spontanei, l’enorme generosità pur nella scarsità dei mezzi di sostentamento non si possono dimenticare.

Solo una giovane ha voluto fare esplicitamente una foto con noi.

Gli altri sono rimasti nascosti. Quando ho visitato il Paese, nel 2017, i ragazzi che abbiamo incontrato ci hanno spiegato che non erano autorizzati ad usare Facebook, né WhatsApp. Io stessa, quando ho avuto lì necessità di consultare un sito internet perché avevo bisogno di conoscere la posologia di un farmaco, ho avuto il blocco del collegamento.

Come in ogni parte del mondo, fatta la legge si trova l’inganno, che non svelerò né per quanto riguarda l’utilizzo dei social né per le transazioni digitali. Spero che la situazione si sia nel frattempo alleggerita ma non credo più di tanto, purtroppo.

Ma questa è un’altra storia, che vi racconterò. Se vorrete. 

Taiwan non deve cadere

I venti di guerra in Ucraina sembrano cominciare ad affievolirsi, soprattutto dopo la firma dell’accordo sul grano tra Russia, Ucraina e Turchia. Il ruolo di Erdogan, sultano del nuovo millennio e fulcro di questa guerra, porterà ad ulteriori soluzioni in campo politico e militare. Un personaggio così manca nella sfida tra Taiwan e le armate comuniste cinesi.

Il piano quinquennale di Xi Jinping parla chiaro: riconquistare Taipei entro il 2025. I comunisti cinesi accampano il diritto su questa terra in ragione sia della storia millenaria del Celeste impero sia del diritto internazionale. Taiwan non è un paese riconosciuto né dalla Cina, né dal Consiglio di sicurezza dell’Onu e nemmeno dall’Unione Europea.

Soltanto il Vaticano ha riconosciuto Taiwan nel dicembre 2021. Essa è nota in tutto il mondo per la produzione di microchip, di cui copre qualcosa come il 70% del mercato globale. E dallo stretto di Formosa passano tutte le navi cinesi che trasportano merce verso l’Occidente. Se Taiwan venisse conquistata, il processo di cinesizzazione diverrebbe ancora più inarrestabile.

Mentre gli USA promettono una guerra totale per la difesa di Taiwan – ma sappiamo quanto le parole di Biden non facciano testo – Xi Jinping non resta certamente a guardare. Le armate cinesi sono pronte a scatenare la guerra del secolo. Se ciò dovesse accadere, l’intero comparto tecnologico occidentale cadrebbe in ostaggio della volontà cinese. Per la nostra sopravvivenza, Taiwan non deve cadere.