La grande Italia di Roberto Mancini: quando il gruppo fa la forza

Un’Italia tutto cuore, nella serata di ieri, ha battuto 4-2 dopo i calci di rigore la Spagna ed è la prima finalista degli Europei di calcio: domenica 11 luglio, sempre allo stadio Wembley di Londra, affronterà la vincente di Inghilterra-Danimarca. Per l’Italia sarà dunque la quarta finale ai Campionati europei, a nove anni di distanza dall’ultima. Di queste quattro ne ha vinta soltanto una, nell’ormai lontano 1968.

A differenza delle altre gare, in quella di ieri sera contro la Spagna, l’Italia non ha mai avuto il controllo del gioco, anzi, ha sofferto molto il possesso palla prolungato degli avversari. Si è pertanto spesso dovuta limitare a ripartenze e contropiedi, conclusi però sempre con una certa fatica. E proprio con un contropiede lanciato direttamente dal portiere azzurro, Gigio Donnarumma che, al sessantesimo minuto, l’Italia ha trovato il vantaggio con un bel piazzato di Federico Chiesa.

Nella fase finale dei tempi regolamentari, la Spagna ha provato a reagire ed ha continuato ad avere il controllo del gioco, mentre l’Italia si è chiusa in difesa per proteggere il risultato. A dieci minuti dalla fine, però, il bomber della Juventus Alvaro Morata ha approfittato di un buco in difesa per pareggiare e mandare la partita ai supplementari. Dopo mezzora senza nessun gol e poche emozioni, ai calci di rigore, decisivo è stato il gol di Jorginho, dopo l’errore commesso proprio da Morata, che ha regalato la vittoria all’Italia dopo 120 minuti di grande sofferenza e con essa la finale di Euro2020.

Un exploit, quello azzurro, frutto del grande lavoro di mister Roberto Mancini, che, in questi mesi, ha saputo plasmare un grande gruppo composto non certo da prime donne, ma da grandi uomini, pronti a dare il 110% per la causa azzurra, che con impegno, tenacia e spirito di sacrificio è riuscita ad ottenere traguardi inaspettati fino a poche settimane fa. Un gruppo, che in questi mesi ha saputo infrangere ogni record precedentemente stabilito, ivi compresi quelli del quadriennio d’oro 1934-1938, ed adesso punta dritto alla vittoria del secondo europeo della storia della nazionale italiana di calcio per chiudere in bellezza un biennio da sogno.

DI BARTOLO SALVATORE

Tra ipocrisia e falsità: la beffa di Malika Chalhy

Qualche mese fa sui quotidiani nazionali abbiamo letto la storia di Malika, una ragazza ventenne di Castelfiorentino che è stata sbattuta fuori casa dai genitori in quanto lesbica. Appresa la notizia, è scattata una gara di solidarietà al fine di aiutare Malika. Sono stati raccolti 140 mila euro. Una somma davvero importante ma che avrebbe permesso di iniziare una nuova vita. Malika ha iniziato una nuova vita, e lo ha fatto nel “migliore” dei modi. Per togliersi “uno sfizio” ha acquistato una macchina di lusso ed ha preso un cane di circa 2500 euro; La ragazza ha infatti affermato «L’ho preso perché mi piaceva la razza, devo giustificarmi perché spendo i miei soldi come voglio?» ha inoltre aggiunto «Il cane è un bene di prima necessità. Sono amante di questa razza e ho preso un bulldog. La Mercedes e il bulldog sono beni necessari».

Probabilmente la ragazza ha le idee molto confuse sul concetto di necessità e necessario. È vero che ognuno può spendere i soldi come vuole, come è pur vero che è cattiva educazione fare i conti in tasca altrui. Però, quando in ballo ci sono la bontà e la solidarietà nei confronti di un gesto compiuto da centinaia di persone, bisogna dare atto di ciò che si fa. Chi ha donato, lo ha fatto per darle una possibilità, quella di crearsi un futuro, di aprire un’attività, di comprare una casa e si, anche di comprare una macchina. Ma che esigenza c’era di acquistare una Mercedes? Se il “cane è un bene di prima necessità” che esigenza c’era di acquistare “il cane più costoso”? Nei rifugi vi sono migliaia di cani che impazienti attendono di essere adottati per dar loro amore.

Si è giustifica dicendo «Ho fatto una scelta affrettata. Magari dovevo trovarmi prima un lavoro». Si, doveva trovarsi un lavoro. Doveva farlo per far vedere che, nonostante le cattiverie subite dalla famiglia, era pronta a iniziare un nuovo cammino. Doveva trovare un lavoro per rendere orgogliosi tutti coloro che l’hanno aiutata e hanno creduto in lei. Ma la ragazza ha deciso di fare la “bella vita” con i soldi che le sono stati donati, tradendo la fiducia di chi l’ha sostenuta. Malika non ha guardato in faccia il futuro ma ha preferito sperperare. Malika si è rivelata per quel che è: una ragazzina viziata e irrispettosa che ha giocato con chi le ha teso la mano.

Louis-Ferdinand Céline: le sue profezie riecheggiano nell’odierna babele

A sessant’anni dalla sua morte la lettura delle sue opere dovrebbe essere un obbligo.
Il “medico dei poveri”, maestro di stile e sferzante fustigatore dell’uomo occidentale, autore di capolavori della letteratura mondiale e di pamphlet che gli costarono la scomunica dal mondo letterario. Destouches, questo il suo vero cognome, ebbe una vita maledetta: dalle trincee della Grande Guerra alla Parigi dell’occupazione nazista, dalla prigionia all’esilio degli ultimi anni.

Il suo viaggio nell’Europa del XX secolo rappresenta una chiave di lettura oscura del secolo lungo, per andare in antitesi nei confronti di Hobsbawm. Leggere e discutere delle idee di Céline al giorno d’oggi rischierebbe di farci incorrere in gravi sanzioni da parte del nuovo tribunale dell’Inquisizione. Difatti non è un caso se Céline è stato colpito dalla damnatio memoriae, anche se non vi sono prove della sua vicinanza al nazionalsocialismo.

Quel che è certo riguarda alcune sue amicizie con personaggi inseriti nel contesto collaborazionista. Il rapporto con Brasillach ad esempio, barbaramente fucilato nel 1944 per “crimini intellettuali”, o con il colonnello delle SS di stanza a Parigi Hermann Bickler con il quale ha avuto una lunga amicizia e ha sempre intrattenuto conversazioni sulla letteratura o sul mondo che li circondava.

Secondo il tedesco, Céline era un realista malinconico. Aveva visitato tutta l’Europa caduta nel calderone della guerra e soprattutto aveva conosciuto l’Unione Sovietica. Disdegnava la genuflessione dei francesi nel 1940 e non tollerava molti dei tedeschi residenti presso l’ambasciata dove incontrava lo stesso Bickler. Le sue amicizie andavano oltre la convenienza del tempo: Céline cercava soltanto di carpire tutti i lati dell’essere umano.

Lui stesso è vissuto nel lato oscuro dell’umanità fatto di guerra, povertà, poche ore di sonno e un accanimento sovrumano nei confronti del suo lavoro. C’è chi lo definisce un bohémienne, ma sbaglia poiché Céline non viveva di certo ai margini, anzi, era un medico benvoluto da tutti. Ma come ognuno di noi, anche Destouches viveva un suo manicheismo.

Il suo lato chiaro si esplicava di giorno nel suo studio medico, mentre il suo lato oscuro lo si può carpire ancora oggi nei suoi scritti. C’è chi ha avanzato l’ipotesi di un Céline comunista, ma non credo a tale ipotesi. Basterebbe leggersi il suo pamphlet anticomunista Mea culpa per capire il pensiero di Destouches sulla barbarie originatasi da Lenin e proseguita con Stalin. E proprio nell’ambito della Russia sovietica durante l’operazione Barbarossa, Céline partorirà la sua – forse – più grande quanto reale – a posteriori – profezia:

La Rivoluzione, noi la vediamo compiersi ogni giorno. La sola, la vera, è il bracciante negro che si monta la piccola servetta bretone. Tra qualche generazione, la Francia sarà completamente meticciata, e le nostre parole non vorranno più dire nulla. Che piaccia o no, l’uomo bianco è morto a Stalingrado.

Louis-Ferdinand Céline a Pierre Duverger

Vi è chi colloca la crisi dell’Occidente col crollo del socialismo reale o chi vede la fine dell’Europa con la fine del secondo conflitto mondiale. Céline ha colto – secondo chi vi sta scrivendo – il vero punto di snodo della storia contemporanea. Definirlo un “visionario” sembra ingiusto nei suoi confronti. Potrebbe definirsi così una pastorella mistica o un papa in punto di morte, ma non Céline. Egli era lucido senza luce, non ne riceveva dall’alto. Era sicuramente dotato di un sesto senso che gli permetteva di anticipare i tempi, questo è certo.

Viaggio al termine della notte e Mea culpa rappresentano i capisaldi della letteratura céliniana, ma per sprofondare nell’eresia totale – degna del catarismo (!!) – bisognerebbe leggere Bagattelle per un massacro. La stesura è febbrile, collerica, di getto, qu’on en parle plus, che non se ne parli più, pensa Céline, scrive Céline, rabbiosamente, vomitando sulla pagina, deciso a fare i conti con i borghesi, con i critici, con i comunisti, con gli americani, con Hollywood e naturalmente con loro, con gli ebrei, i mostri, i guerrafondai, il male, primo bersaglio della sua penna e del suo odio, della sua haine.

“C’è ancora qualche motivo di odio che mi manca. Sono sicuro che esiste”

Mea culpa – Louis-Ferdinand Céline

Così scriveva l’anno precedente in esergo a Mea culpa, rompendo con gran parte degli intellettuali francesi, a partire da Aragon/Larengon, che fino a qualche tempo prima lo invitava pubblicamente a “studiare la filosofia del proletariato” e a “prendere posizione”, ossia a convertirsi al comunismo, come lui, come tutti.

E chissà che con le Bagatelle Céline non abbia finalmente trovato il suo motivo di odio ideale, ossia gli ebrei, l’Ebreo, la “cricca ebraica”, gli youtres, colpevoli di ogni guerra e di ogni male, popolo di cospiratori e di massoni, di incantatori, di demoni, di mostri. I termini usati da Céline per la descrizione del popolo di Israele sono feroci, figli del tempo.

Leggetelo Céline, osate andare oltre almeno per una volta nella vostra vita. Buttate via quei tascabili a pochi euro ed immergetevi nella letteratura clandestina nascosta nelle odierne catacombe delle librerie di periferia.

“Inginocchiarsi? Il mantra ossessivo della sinistra” Intervista a Hoara Borselli

La vediamo spesso citata nelle pagine di Matteo Salvini. Lei è Hoara Borselli, giornalista e conduttrice televisiva. Abbiamo discusso con lei di diverse tematiche “a caldo” come l’immigrazione e il futuro del centrodestra.

Uno dei temi di cui si discute in questi giorni è la boutade sui giocatori azzurri a riguardo se inginocchiarsi o meno come segno di vicinanza al movimento Black Lives Matter. In molti si sono spinti a pretendere questo gesto che però ha diviso i giocatori della Nazionale. L’ideologia non dovrebbe restar fuori dallo sport? O vale solo quando essa va in un senso piuttosto che in un altro?

L’inconsistenza intellettuale della sinistra trova la sua massima espressione in un gesto simbolico che sta minando la serenità di uno sport bellissimo che dovrebbe stare fuori dalle dinamiche politiche. Inginocchiarsi, il mantra ossessivo della sinistra, rappresenta un gesto che non risolve il problema del razzismo. E’ la testa che va educata al rispetto, non le gambe.


La nuova direzione del Partito Democratico sembra avere una agenda politica densi di contenuti che non toccano da vicino le emergenze degli italiani. Non una parola sul caso Whirpool per esempio o su altre matasse come la crisi del settore dello spettacolo. Ci sono poi 300 mila aziende che nel 2020 hanno dichiarato fallimento. Quanto frutterà questa strategia realmente alla sinistra?

Nulla. Anche perché le priorità della sinistra come ben espresso dal segretario del Partito Democratico Enrico Letta, sono lo Ius Soli, l’immigrazione incontrollata, le nuove tasse come quella di successione e conseguente sacrifici per i cittadini, nessun cambio di rotta sulle politiche attive. Perseguendo la linea chiusurista e imponendo restrizioni, la sinistra ha messo interi settori nelle condizioni di non poter riaprire e di trovarsi in serie difficoltà. I contenuti che toccano i lavoratori sono praticamente assenti o deficitari dall’agenda del Partito Democratico.


Parliamo di immigrazione. Sembra essere la spada di Damocle del governo Draghi. Gli accordi bilaterali con la Libia non hanno portato al contenimento dei flussi e le strutture di Lampedusa sono ancora al collasso. Cosa ne pensi tu?

Il problema principale è che in questo momento l’Europa ha abbandonato l’Italia al suo destino sul fronte migranti. Draghi sta cercando di recuperare la situazione disastrosa lasciata dal governo Conte e far rispettare la voce dell’Italia. Di pochi giorni fa l’idea di inviare i caschi blu che potrebbero cambiare completamente la storia dei conflitti in Libia. Una missione in Libia sarebbe una mossa di peso. Ed è quello di cui ha bisogno l’Italia oltre alla collaborazione degli altri Stati europei per la redistribuzione. Su Lampedusa ci vorrebbero decisioni chiare da parte del Ministro Lamorgese perché sono strutture in cui la situazione oltre a portare a gravi rischi sanitari per cittadini e ospitanti, poterà a una forte perdita anche in termini di turismo, principale volano dell’Isola. Immagini come quelle che si vedono di persone ammassate tra i rifiuti non sono degne di una società civile e del rispetto stesso delle persone. Per questo devono essere trovate soluzioni serie, rapide ma soprattutto concrete.


Gli Stati Uniti non hanno ancora aperto le porte ai turisti italiani. C’è un problema di percezione sul nostro Paese? Gli scandali dell’anno trascorso legati alla gestione della pandemia non ci hanno reso un bel servizio di marketing. Cosa bisogna fare per invertire questo processo e ridare slancio alla nostra immagine nel mondo…

Sicuramente le risposte non chiare e le indecisioni hanno portato a un rallentamento delle aperture e un senso di insicurezza da parte dell’estero. Con il cambio di governo abbiamo dovuto recuperare una campagna vaccinale ai minimi termini, fatta da Arcuri. Mentre gli altri Paesi erano già avanti nel rassicurare i turisti. Figliuolo in questo senso sta facendo un lavoro enorme. Importante la creazione del Ministero del Turismo che con Garavaglia lavora propio in questo senso, per ridare credibilità e una nuova immagine di garanzia, apertura e sicurezza per chi vorrà venire in Italia, uno dei Paesi più belli del mondo.


Stiamo per lasciarsi alle spalle la pandemia da covid. Si dovrà tornare a parlare di grandi temi politici. Come la riforma della giustizia, il tema pensioni, la sicurezza e il blocco dei licenziamenti. Che tipo di agenda dovrà avere il governo Draghi dato che di elezioni anticipate non se ne parla ancora… 

L’agenda che dovrà seguire Draghi riguarda la priorità di tutti questi argomenti, uno non è meno importante dell’altro. L’importante è portare avanti queste riforme e passare dalle parole ai fatti, come ha dimostrato la Lega. All’interno del governo in una situazione non facile per rendere attuabili tante riforme, non solo da spettatori. Ruolo altrettanto importante lo sta svolgendo Fratelli d’Italia con una opposizione seria e dimostrativa delle mancanze. La strada deve essere questa per poter unire alla fine il cammino di queste idee e poterle avvicinare per le prossime elezioni.

Roma, al Gay Pride sfila il Cristo Lgbt. Meloni: “Perché offendere milioni di credenti?”

Una bandiera arcobaleno che ne avvolge il corpo insieme a stimmate colorate. Succede anche questo al Gay Pride di Roma. Partito dall’Esquilino, il corteo organizzato per la rivendicazione dei diritti del mondo gay questa volta è andato ben oltre una semplice manifestazione. A sfilare insieme ai manifestanti infatti è apparso anche il “Cristo Lgbt“. È così, un corteo tenutosi proprio in concomitanza con il momento più delicato del dibattito politico sul ddl Zan, che doveva essere un appuntamento per consentire a migliaia di persone di far sentire la propria voce a sostegno della legge contro l’omofobia, ha invece assunto, sin dall’inizio, pieghe estreme con il ragazzo travestito da Cristo Lgbt e i cori minacciosi. 


E nel frattempo impazza la polemica politica, con il mondo conservatore e cattolico che si dice indignato per quanto si è visto ieri a Roma, da molti definito un vero e proprio ‘sfregio’ alla fede di milioni di credenti. Leggo che il corteo del Roma Pride è aperto da un ragazzo travestito da Cristo Lgbt, con stimmate colorate e bandiera arcobaleno. Per quanto mi interroghi, non riesco a trovare una risposta a questa domanda: che bisogno c’è di mancare di rispetto a milioni di fedeli per sostenere le proprie tesi?“, ha affermato la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni. E aggiunge: “Come si concilia la lotta alle discriminazioni, alla violenza e all’odio con i cori di insulti e minacce contro chi non è d’accordo con il ddl Zan? Se sei convinto delle tue idee e delle tue posizioni, non hai bisogno di insultare nessuno. Io la penso così. Qualcun altro evidentemente no”, conclude la Meloni. 

DI BARTOLO SALVATORE

Il rilancio dell’Italia fuori dai meccanismi europei: intervista a Gianluigi Paragone

Direi di cominciare dalla politica interna. Quali saranno le prossime mosse di Italexit?

Noi consideriamo l’architettura dell’Unione Europea un’architettura sbagliata. Essa rischia di portare via quella che è l’essenza del made in Italy, cioè la piccola impresa che è cresciuta con un mondo del credito che era vicino e che sosteneva i piccoli imprenditori, le famiglie e i lavoratori. Ci ergiamo a difesa del lavoro, dunque noi pensiamo che difendere questo insieme di cose con le regole europee sia impossibile perché l’Europa tende a standardizzare, tende a trovare un comune denominatore che se tu non hai niente e io ho 10 ti porta a fare la media del pollo di Trilussa. Io non ho nulla contro gli olandesi, contro i danesi, i cosiddetti “paesi frugali”; però di sicuro non mi faccio spiegare da loro come si fa impresa. Noi non abbiamo assolutamente nulla da farci insegnare dai paesi frugali. Però siccome essi sono dentro il Consiglio e saranno anche loro ad avere parte del controllo sui famosi soldi che arriveranno nel piano PNRR, purtroppo dovremo fare i conti anche con loro. Quindi le regole dell’Europa sono delle regole in cui tutti devono e possono dare un giudizio molto vincolante sul made in Italy. Io per conservare il made in Italy non posso stare dentro una media.
Devo stare dentro una spesa pubblica, a maggior ragione oggi che viviamo una doppia crisi, la coda della crisi economico-finanziaria precedente e adesso quella economico-sanitaria. Devo scegliere: o mi faccio prestare i soldi da questo soggetto europeo oppure devo ricominciare a pensare ad uno Stato che è protagonista di una politica monetaria.

Lei a chi si ispira per portare avanti la sua battaglia politica?

A mio nonno. Penso che i nostri nonni hanno consegnato ai nipoti un’Italia che sapeva fare impresa senza tirarsela. Avevano una grande cura dell’ambiente. I miei nonni mi dicevano sempre di curare un pezzo di terra e soprattutto avevano una grande cultura del sacrificio e del risparmio. Loro ci dicevano che nella vita non bisogna indebitarsi perché non si sa mai. Quindi bisogna fare sempre i passi misurati alla gamba. Io vorrei tornare ad un mondo che è solido in un contesto in cui tutti parlano di globalizzazione, di società liquida. Io delle definizioni del cosiddetto politichese non so cosa farmene. Dunque se devo pensare a qualcuno a cui ispirarmi, sicuramente tornerei ai nostri nonni perché hanno saputo fare – forse soltanto con la terza elementare – più di tutto quello che adesso i professoroni che escono dalle università ci dicono di dover fare.

Facciamo un piccolo confronto. Cosa ne pensa di Farage e di quello che è successo in Gran Bretagna?

Ha avuto ragione. Era una scommessa cominciata da lontano, iniziata con un partito che non si chiamava “Brexit party” e che nel momento giusto quel nome è diventato la zampata finale. La Gran Bretagna non si è mai sentita parte dell’Unione Europea essendo un’isola e la Gran Bretagna non era neanche nell’Eurozona quindi è stato un po’ più facile “svincolarsi” dai Trattati. Farage ha vinto perché ha saputo costruire dentro le istituzioni europee la minaccia, mentre dentro il suo paese ha saputo costruire la narrazione giusta.

Meglio un’Italia sovranista o un’Unione Europea differente da quella odierna, dunque una comunità di tradizioni composta da differenti sovranismi?

Io intanto punterei a riprenderci la piena sovranità. Dopo, se volessimo creare una confederazione di stati pienamente sovrani e con piena sovranità anche monetaria potremo anche pensare ad una confederazione “light”. Mi preme precisare però che non sono uno che crede tanto nell’Europa come contenitore politico. L’Europa è fatta di grandi identità, di grandi tradizioni, di paesi che sono sovrani e difficilmente l’Unione Europea riuscirà ad elidere la loro storia per un progetto che non non ha un idem sentire. Quindi sono disponibile a ragionare, ma soltanto dopo che avremo riconquistato la nostra piena sovranità e soprattutto che questa sovranità non venga messa a rischio in nome di ulteriori progetti metapolitici. Dobbiamo stare attenti perché la sfida è: o difendi lo stato o difendi i metastati. L’UE è un metastato, le multinazionali sono un metastato, la finanza è un metastato. Quindi dobbiamo essere bravi a capire chi siamo noi realmente e se fin dei conti ci teniamo a difendere quello che noi siamo.

Quale potrebbe essere un interlocutore nazionale?

Gli italiani. È già difficile riuscire a far capire che siamo dentro un’ipnosi. Quindi prima di preoccuparmi di quali interlocutori politici, la mia prima preoccupazione è cercare di far capire alla gente comune l’inganno dentro il quale stiamo vivendo.

E un interlocutore internazionale?

Siamo noi nel Mediterraneo. Noi soltanto, capendo il nostro valore in un’area strategica delicatissima, acquisiamo potere negoziale. Se non capiamo che la nostra forza negoziale la conquistiamo capendo i dossier dei mediterranei, allora non andremo molto lontani.

Il bipensante Enrico Letta: così attento ai giovani da volerne limitare le libertà

Il bipensiero è un termine in neolingua coniato dal genio di George Orwell per il suo capolavoro 1984, utilizzato nel romanzo distopico dal Partito del Grande Fratello per indicare il meccanismo psicologico che consente di credere che tutto possa farsi e disfarsi: la volontà e la capacità di sostenere un’idea ed il suo opposto, in modo da non trovarsi mai al di fuori dell’ortodossia, dimenticando nel medesimo istante, il cambio di opinione e perfino l’atto stesso del dimenticare. Dire tutto ed il suo contrario, questo è dunque in soldoni il bipensiero. 


Un meccanismo psicologico utilizzato perlopiù nei totalitarismi, ma, evidentemente, molto caro anche ad una certa politica nostrana che dell’arte del bipensare sta facendo un vero e proprio credo. Un personaggio in particolare, in questo ultimo periodo, si sta rivelando un eccelso bipensatore mettendo in mostra spiccate doti che furono del Socing orwelliano: Enrico Letta.

In questi mesi, infatti, il segretario del Pd su determinate tematiche, vedi ad esempio le politiche orientate all’universo giovanile, ha veramente detto tutto ed il suo opposto. Nel suo discorso d’insediamento all’Assemblea Nazionale del Partito Democratico, Letta aveva infatti esordito con una proposta: abbassare l’età del diritto al voto ai sedicenni. A questa proposta, ne era seguita poi a stretto giro un’altra, che poneva al centro ancora una volta i giovani: aumentare la tassa di successione sui grandi patrimoni per finanziare una dote di 10 mila euro ai diciottenni. 


Un Letta dimostratosi sin da subito molto sensibile nei confronti delle nuove generazioni quindi, disposto ad intraprendere delle autentiche ‘battaglie di civiltà’ pur di salvaguardarne il futuro. Tutto molto bello a dirsi. Se non fosse che poi, sempre lo stesso segretario dem, continua ad insistere per far approvare in Parlamento un disegno di legge (Ddl Zan) che andrebbe a limitare sensibilmente la libertà di pensiero e di espressione di quegli stessi giovani nei confronti dei quali si è dimostrato così premuroso in questi mesi. Ed è proprio qui che nasce la contraddizione ed emerge tutta l’ipocrisia lettiana: mesi di proclami in pompa magna per i diritti del mondo giovanile per finire poi per imbavagliarlo.


Un Letta bipensante dunque, talmente attento al futuro dei giovani che vorrebbe limitarne le libertà. 

DI BARTOLO SALVATORE

Vecchioni: “Guccini passerà alla storia, Fedez no”

“Oggi nessuno riesce ad accettare le critiche”. Esordisce così Roberto Vecchioni nel suo intervento sul palco del Festival di Fano. “Per me nella comunicazione musicale di oggi c’è del bello e del brutto, c’è molta roba inutile e cioè ripetitiva – prosegue il cantautore. Quando la canzone indie, pop e rap dice continuamente le stesse cose: cambia l’autore, l’interprete ma i temi sono sempre quelli. Mi piace moltissimo, però, chi inventa. La mia generazione è una generazione di sentimento, di emozione, non di giochi verbali. Però sono giochi che piacciono ai giovani. A loro le emozioni arrivano anche così, e non possiamo dargli torto”.

Ed alla fine Vecchioni lancia anche una frecciata a Fedez: “Il mondo è una struttura, anche la musica cambia, ci sono nuove strade. Ma se devo essere sincero, secondo me, se qualcosa deve passare alla storia sarà Guccini e non Fedez”. 

DI BARTOLO SALVATORE

La lezione di Suor Anna Monia Alfieri a Fedez

Suor Anna Monia Alfieri, legale rappresentante dell’Istituto di cultura e di lingue Marcelline, nelle scorse ore ha voluto indirizzare una lettera aperta al rapper Fedez, il quale aveva manifestato una certa avversione nei confronti del Vaticano per l’intervento sul Ddl Zan, arrivando ad accusarlo finanche di evadere le tasse.


Nella sua missiva, la religiosa ha ripreso il rapper per le tante inesattezze espresse e lo ha invitato a documentarsi bene prima di lasciarsi andare a determinate affermazioni: Immagino, data la sua giovane età, che lei sia fresco di studi e che a scuola i suoi insegnanti di Storia le abbiano presentato il Concordato Lateranense del 1929 e la sua Revisione del 1984 – scrive Suor Anna. Certo, lei mi dirà: il Concordato del 1929 fu firmato da Mussolini. Concordo. Quello del 1984 fu però firmato, per lo Stato italiano, da Bettino Craxi, un socialista doc, non certo un amico del Vaticano e delle sue presunte logiche di potere. Spero, quindi, che, prima di fare certe affermazioni, abbia ripreso in mano quei libri, sempre che li abbia conservati e non li abbia venduti alla fine dell’anno”.

La critica di Suor Anna Monia Alfieri a Fedez non si limita tuttavia ad un mero invito a riprendere in mano i libri, infatti, dopo aver preso visione del video ‘incriminato’ del rapper, la religiosa ha tuonato: “Guardando il video da Lei diffuso, capisco che Lei non conosce, con dovizia di dati, i temi che intende porre all’attenzione pubblica e cioè: cosa sia uno Stato laico, cosa sia un Concordato, quale sia il tema dei sacerdoti processati con la legge del Vaticano e/o civile, quali tasse vengono pagate. Ancora, credo che Lei ignori il volontariato che centinaia di migliaia di laici, preti, suore, compiono ogni giorno. La solidarietà di cui Lei parla, in realtà, si chiama prossimità e non avviene mai a favore di telecamera ammonisce la religiosa. Siccome sono più grande di Lei, mi permetto di darLe un consiglio, anche se non richiesto: lo faccio in considerazione di tutti i consigli non richiesti che anche Lei offre ogni giorno, forte di un lessico forbito ed elegante dal quale traspare in tutta evidenza la sua profonda cultura e il suo alto senso civico. Se Lei desidera dare un contributo alla Res-publica è necessario documentarsi prima di esprimersi, al fine di evitare sovrapposizioni di argomenti”. 

Detto questo – conclude la suora – se vorrà rimanere sulle sue posizioni, ce ne faremo tutti una ragione. Certo ai giovani, ai quali Lei si rivolge, io suggerisco sempre di approfondire, di andare oltre la notizia. Del resto sono convinta che questo sia il dovere di ogni persona: essere un esempio positivo, soprattutto pensando che gli adolescenti di oggi, così smarriti e così soli, saranno i cittadini di domani”.

DI BARTOLO SALVATORE

Il Concordato non può essere abolito

Lo scontro tra le forze politiche per l’approvazione del Ddl Zan-Scalfarotto ha recentemente visto l’ingresso di un nuovo, ingombrante, interlocutore. Si tratta, com’è noto ai più, del Vaticano. L’entrata a gamba tesa da parte della Santa Sede contro il Ddl Zan-Scalfarotto serve a difendere l’accordo di revisione del Concordato siglato nel 1984 dalle autorità d’Oltretevere e dal governo italiano di Craxi. L’eventuale approvazione del suddetto porterebbe ad una violazione del Concordato.

Secondo la Santa Sede, il Ddl andrebbe rivisto, ma non eliminato, poiché con la sua approvazione senza modifiche si andrebbe a violare l’articolo 2, commi 1-3 dell’accordo di revisione del Concordato che assicurano alla Chiesa cattolica in Italia “libertà di organizzazione, di pubblico esercizio di culto, di esercizio del magistero e del ministero episcopale” e garanzie “ai cattolici e alle loro associazioni e organizzazioni la piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione“.

Non ha perso neanche un attimo la sinistra progressista per attaccare le dichiarazioni della Santa Sede. “Chi ha concordato il Concordato?” è stato il commento del principale alfiere del Ddl Zan (e delle banche) nel dibattito pubblico italiano, Fedez, che assieme ad altri esponenti del suo entourage mercatistico ha alzato le barricate contro il Vaticano. Da questa dichiarazione si è scatenato un tumulto che ha investito tutto il mondo dei social a trazione falsamente progressista.

Purtroppo la nostra società sta vivendo la fine di una fase, ovvero quella del mito dei competenti, la quale è stata rimpiazzata dagli influencer e dall’immediatezza dei contenuti. Ciò ha portato ad una diffusione generalizzata e spesso dannosa di opinioni errate e semplicistiche, raffazzonate e fuorvianti, molto spesso promosse proprio da coloro che hanno i seguiti più vasti di follower e contatti. Per rispondere a questa ondata di populismo da social, è necessario spiegare perché il Concordato non può essere abolito.

Il Concordato si fonda sui Patti Lateranensi del 1929 e sugli Accordi di Villa Madama del 1984. Esso ha un surplus di profondità giuridica e politica, poiché stabilisce di fatto la costituzione della Città del Vaticano come stato sovrano ed indipendente. Si tratta di un ibrido tra un trattato internazionale e un accordo tra un’istituzione politica e una confessione religiosa come molti stipulati in precedenza dai Papi sin dai tempi di Napoleone.

La Costituzione italiana, precisamente all’Articolo 7, tutela con forma speciale l’intesa siglata dal nostro Paese con la Chiesa cattolica e le sue istituzioni. Il fatto che l’Articolo affermi che “lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani” segnala per che motivo la nota vaticana si sia concentrata sulle questioni di merito del Ddl Zan e non sia stata strutturata come un’entrata a gamba tesa rischiosa. Nel 1948 la Costituzione entrò in vigore anche grazie alla mediazione che la DC e il PCI riuscirono a trovare sull’inserimento del Concordato nella suprema carta, accettato con lungimiranza da Togliatti.

La Costituzione ha tutelato la realtà considerata parte integrante del sistema di valori civili, morali, politici e religiosi – ovvero la Chiesa: se questo dovesse cambiare in futuro, non è dato saperlo ad ora e di certo non dovrebbe essere il punto di discussione all’interno di un disegno di legge in tema di diritti civili – libertà di opinione. Infine bisogna chiarire una questione di ordine politico. Il Vaticano non ha fatto altro che esplicitare in termini chiari quanto già sottolineato dalla CEI, la quale non ha mai chiuso unilateralmente al Ddl Zan, ma aveva semplicemente chiesto che i punti più controversi venissero sanati.

Il punto fondamentale è sulla lettera del Concordato, sui suoi articoli espliciti e non sulla ratio di fondo che ne ha giustificato la promozione e la stipulazione. Il dibattito sui social promosso da certi personaggi è malposto e fuorviante. Sarà la mediazione politica a sanare ogni effettivo punto di attrito.