‘Nessuno può definirci’, un’analisi critica ed un’attenta riflessione giuridica sul Ddl Zan

Dopo la pausa estiva, e con la ripresa dei lavori parlamentari torna prepotentemente al centro del dibattito pubblico il Ddl Zan. Approvato alla Camera dei Deputati nel novembre del 2020, ma ancora in attesa di passare ai voti in Senato, il disegno di legge contro l’omotransfobia, andrebbe a modificare alcuni articoli del codice penale, nonchè un decreto legge già esistente, la cosiddetta “legge Mancino”, aggiungendovi le discriminazioni e le violenze per l’orientamento sessuale, l’identità di genere e le disabilità. Un testo che, sin dal principio, ha diviso l’opinione pubblica e creato delle forti contrapposizioni ideologiche tra i vari leader e partiti politici. 

Così, mentre il segretario del Partito Democratico Enrico Letta promette che si arriverà all’approvazione finale del Ddl Zan, di contro, il leader della Lega Matteo Salvini rassicura il suo elettorato che il disegno di legge non passerà finché la Lega sarà al Governo. Fiducioso dell’approvazione in Senato invece il primo firmatario del testo, il deputato del Pd Alessandro Zan, certo che il disegno di legge che porta il suo nome passerà così com’è, senza alcuna modifica. 


Nel libro “Nessuno può definirci. A futura memoria (Il tempo del coraggio). Analisi e riflessioni giuridiche sul Ddl Zan”, gli autori Suor Anna Monia Alfieri, giurista, economista e saggista, e Angelo Lucarella, avvocato, saggista, editorialista e Vicepresidente della Commissione Giustizia del Mise, offrono al lettore un’attenta e dettagliata analisi giuridica sul controverso disegno di legge, al fine di aiutare il cittadino a compiere una seria riflessione e sviluppare un approccio critico su un tema che così tanto divide l’opinione pubblica. Un lavoro, quello di Suor Monia e Angelo Lucarella, impreziosito tra l’altro dalla prefazione dell’ex magistrato Carlo Nordio, che ha sin da subito attirato le attenzioni e riscosso un importante seguito tra lettori e critica. 

‘Scuola potente anti virus’. Così Mattarella ci svela che le chiusure degli ultimi mesi erano politiche

Dopo aver demonizzato per mesi la scuola quale principale vettore del contagio, e dopo aver decretato con le numerose chiusure che si sono susseguite negli ultimi due anni scolastici un impoverimento culturale ed una dispersione scolastica senza precedenti, scopriamo direttamente dalle parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che in realtà: ‘la scuola è un potente anti virus’.  

Una dichiarazione, quella del Capo dello Stato, per certi versi inaspettata, quasi sorprendente, che sembra sconfessare le decisioni fin qui assunte dai Governi Conte Bis e Draghi in tema di politiche scolastiche, e che tende ad alimentare i tanti dubbi che hanno pervaso negli ultimi mesi docenti, genitori e studenti.


Non è dato conoscere la ragione per la quale la scuola è passata, in così breve tempo, dall’essere un luogo del contagio ad un potente anti virus. Ma, alla luce di ciò, appare del tutto legittimo pensare che le chiusure degli ultimi diciotto mesi siano state il risultato di una mera decisione politica. E che oggi tale decisione abbia lasciato spazio ad un altro provvedimento politico: il Green pass!

SALVATORE DI BARTOLO

Scuola: pronti via e già contagi, quarantene, Dad e certificati

La prima settimana del nuovo anno scolastico si è conclusa, ma per molti studenti il ritorno in classe è durato molto meno del previsto. Già dai primissimi giorni di scuola, infatti, si registrano i primi casi di contagio che hanno fatto scattare le quarantene e di fatto sancito sin da subito un ritorno della Dad. 


E non poteva essere altrimenti dal momento in cui la condizione di trasporti ed aule è esattamente identica a quella del precedente anno scolastico. E c’è da scommettere che con il trascorrere delle settimane la situazione andrà via via sempre più peggiorando fino a giungere ad un inevitabile ricorso massiccio alla Dad con l’arrivo dell’autunno.


Nel frattempo, sembrano fioccare sin dai primi giorni di scuola i certificati di malattia emessi perlopiù da docenti non vaccinati, i quali, in seguito all’introduzione del green pass obbligatorio, per evitare di essere sospesi dal posto di lavoro con il conseguente blocco degli emolumenti o di dover effettuare tre tamponi a settimana a pagamento, tendono a rifugiarsi trasmettendo ai relativi istituti certificati di malattia, lasciando così scoperte le proprie classi.
Insomma, un gran bel caos. E siamo solo all’inizio!

SALVATORE DI BARTOLO

15 anni fa ci lasciava Oriana Fallaci. Ancora viva la sua grande passione per la libertà

La libertà è un dovere. Prima che un diritto è un dovere”.

Il 15 settembre 2006 Oriana Fallaci si trovava nella sua amatissima Firenze. Non avrebbe mai voluto che la morte la cogliesse oltreoceano, in quella New York in cui viveva dal 1990. “Voglio morire nella torre dei Manelli guardando l’Arno dal Ponte Vecchio. Era il quartier generale dei partigiani che comandava mio padre, il gruppo di Giustizia e Libertà. Azionisti, liberali e socialisti. Ci andavo da bambina, con il nome di battaglia di Emilia. Portavo le bombe a mano ai grandi. Le nascondevo nei cesti di insalata”, diceva.


Per permetterle di ritornare in Italia dagli Stati Uniti in modo riservato, Silvio Berlusconi volle metterle a disposizione un aereo privato. Non fu possibile però, data l’inadeguatezza del luogo ad ospitare una persona in precario stato di salute, farla alloggiare nella torre del Mannelli. La scrittrice fu infatti ricoverata nella clinica Santa Chiara, dove poi morì. Ci lasciava così Oriana Fallaci, donna libera, schietta e battagliera, e con lei se ne andavano la sua forza e la sua passione per la libertà, per la giustizia e per la verità.

La giornalista per eccellenza se ne andava in un giorno di fine estate a causa del peggioramento del suo stato di salute dovuto ad un cancro ai polmoni che l’aveva colpita da anni, seminando dietro di sè un’eredità troppo pesante per essere raccolta. Una professionalità ed un talento che nessuno è ancora riuscito ad eguagliare.

Per decenni si è battuta come un leone. Si era presa a cuore i diritti delle donne nei paesi islamici. Ha difeso la cultura occidentale dal terrorismo ed ha dato voce agli oppressi.

Fu una grande sostenitrice della rinascita culturale ellenica e conobbe le più importanti personalità di questa, tra cui Alexandros Panagulis, con il quale ebbe una relazione. Durante gli ultimi anni di vita fecero molto discutere le sue dure prese di posizione contro l’Islam, in seguito agli attentati dell’11 settembre 2001 a New York. Come scrittrice, con i suoi dodici libri ha venduto più di venti milioni di copie in tutto il mondo.

Per sua espressa volontà, gran parte del suo immenso patrimonio librario è stato donato, insieme con altri cimeli come lo zaino usato dalla scrittrice in Vietnam, alla Pontificia Università Lateranense di Roma, il cui rettore di allora, monsignor Rino Fisichella, era amico personale della scrittrice e le stette vicino in punto di morte. Nell’annunciare la donazione, Fisichella ha definito questo come l’ultimo regalo di Oriana a papa Benedetto XVI, per il quale la scrittrice nutriva un’autentica venerazione. Inestimabile è poi il suo lascito culturale. Le sue battaglie, per i diritti, per la civiltà e per la libertà sono vive ancora oggi, a 15 anni dalla sua scomparsa. 

DI BARTOLO SALVATORE

Boris Johnson dice no al Green Pass: una lezione di civiltà d’oltremanica

Mentre la grigia e belante massa italica chiede a gran voce un’estensione ancora più avvilente del Green Pass, in Gran Bretagna quest’ultimo viene gettato nel dimenticatoio da tutto il Parlamento britannico. Il certificato verde che annichilisce le libertà dei cittadini italiani e francesi, non verrà adottato nel Regno Unito. Il governo d’oltremanica aveva pensato ad un utilizzo piuttosto ridotto del Pass, difatti si pensava di applicarne l’uso esclusivamente nelle discoteche, nei cinema e per gli eventi sportivi.

Al parlamento britannico è sicuramente giovata la Brexit, la quale ha liberato la Gran Bretagna dal tremendo giuoco dell’Unione Europea specialmente in merito alla questione Covid. È proprio l’UE ad esercitare un vero e proprio ricatto nei confronti del parlamento italiano e l’estensione del Green Pass va avanti a gonfie vele.

Il partito conservatore britannico, fedele al mandato liberale e libertario ricevuto dai propri elettori, si era schierato contro il Pass, definendolo come “coercitivo e discriminatorio“. Sulle stesse posizioni si ergono i liberal-democratici e i laburisti di Keir Starmer, il quale aveva definito il documento vaccinale come “un’idea bislacca, contraria allo spirito britannico“.

Boris Johnson, del quale abbiamo parlato a lungo in questo articolo, ha motivato la marcia indietro sostenendo che i vaccini a disposizione rappresentano “una prima linea di difesa” sufficientemente efficace contro una possibile ondata invernale del covid. Il premier inglese ha anche deciso di non reintrodurre nessuna restrizione preannunciando il provvedimento con cui questa settimana decreterà la fine della legislazione d’emergenza sulla scia di altri Paesi europei come la Danimarca.

Di certo questa notizia ha generato diversi travasi di bile all’interno delle varie sedi politiche del centrosinistra italiano (e non solo!). Il lasciapassare verde non potrà essere imposto alle attività economiche, alle scuole e alle università. Il popolo e la nazione sono al primo posto per il parlamento inglese e nessun potentato sovranazionale potrà mai scalfire i loro ideali.

In Italia, ovvero il paese che più di tutti nel mondo sta portando avanti un piano di distruzione delle libertà individuali, si sta pensando di prolungare lo stato di emergenza sanitaria all’infinito. Il vile affarista Draghi e i suoi guitti Speranza e co. fremono pur di aumentare la pressione intorno al collo dei cittadini italiani umiliati dalle Forche Caudine del lasciapassare verde. A noi il compito di cambiare le tendenze di questo governo illiberale.

Gli USA e le sue colonie celebrano il 20° anniversario con la coda tra le gambe

Il declino dell’unipolarismo statunitense ha avuto inizio esattamente vent’anni fa con l’attacco alle Torri Gemelle. Dodici anni di dominio incontrastato dopo il crollo del Muro sono svaniti in pochi attimi sotto la sferza di un vento orientale. Eppure il Pentagono avrebbe dovuto prevedere – o lo aveva già fatto – l’arrivo di questa burrasca dai territori più martoriati della storia in termini di guerra. Non a caso l’attacco era mirato al fulcro dell’economia capitalista rappresentato dal World trade center.

È necessario considerare questo evento come uno spartiacque della storia. Dall’undici settembre del 2001 in poi, l’ascesa della Cina in Asia nonché sul mercato globale è stata praticamente inarrestabile. I primi sintomi di intolleranza dell’America Latina nei confronti della spada di Damocle statunitense e l’ascesa di Putin in Russia hanno costituito la fine di un’egemonia durata dodici anni. L’attacco alle Torri Gemelle ha rappresentato una sorta di sfero empedoclideo dal quale presero origine il bisogno di riaffermazione americana in tutto il globo.

L’articolo odierno di Corrado Ocone pubblicato sul sito nicolaporro.it ci restituisce una visione dei fatti prettamente atlantista, ma molto lucida in quasi tutti i suoi frangenti. Il disaccordo si basa sulla congiunzione “11 settembre” e “declino dell’Occidente”. La fine dell’Occidente – secondo la nostra visione europea – dovrebbe essere spostata un po’ più indietro rispetto alla consuetudine odierna.

È al 2 febbraio del 1943 che dovrebbe essere ricondotta, ovvero al termine della battaglia di Stalingrado. Tornando alla contemporaneità, l’attacco dell’undici settembre ci permise di scoprire una verità nascosta che già in molti avevano svelato: l’Occidente, specialmente dopo la caduta del Muro, null’altro era se non un gigante con i piedi di argilla. Lo stesso titano oggi è in ginocchio e in piena agonia.

Citando Ocone: “Il modo in cui stiamo affrontando l’emergenza Covid, alla ricerca di un impossibile “rischio zero”, è l’ultima manifestazione in ordine di tempo di quella crisi iniziata allora. Il terrorista non ha paura di morire e noi sì, e con questo abbiamo detto tutto. D’altronde, se “solo un Dio potrà salvarci”, questo Dio non possiamo crearcelo a tavolino. Le fedi, quelle trascendenti e le altre secolari, sono sparite dal nostro mondo, da quello che è diventato un “deserto spirituale”. 

L’Occidente è talmente fiacco e ingarbugliato nei suoi falsi ideali di progresso che si è ritrovato con la coda tra le gambe e una ritirata da dover gestire alla meno peggio. Si pensava che l’esportazione della democrazia fosse la panacea per tutti i mali della zona asiatica. Per i neocon come per i liberal non è l’islamismo il problema, è il fanatismo.

Tanto è vero che i governi repubblicani di Bush aprirono ancora di più le maglie alla immigrazione, anche quella proveniente da paesi islamici. In quel periodo solo Joseph Ratzinger, diventato pontefice Benedetto XVI, colse l’essenza della questione nel discorso di Ratisbona. Vent’anni dopo, il processo di islamizzazione delle società occidentali, paventato da Oriana Fallaci, si è addirittura accelerato, in ragione di politiche immigratorie scellerate ma soprattutto della perdita di baricentro dell’identità europea.

Quanto è accaduto in Afghanistan rappresenta la prova che l’imperialismo dell’americanosfera non è in grado di risolvere i contenziosi e i drammi che innervano il mondo. Allargando la nostra veduta sul mondo intero, quanto è avvenuto negli ultimi vent’anni trasuda di ipocrisia ed impotenza. L’Europa – oggi ridotta al rango di colonia della civiltà dell’hamburger – dovrebbe ergersi contro la fiacchezza del suo dominatore e tornare ad essere una potenza a tutti gli effetti. Parole al vento.

La Cassazione: l’affissione del crocifisso in aula non è un atto discriminatorio

Esporre il crocifisso nelle scuole non rappresenta una condotta discriminatoria. A stabilirlo è stata la Suprema Corte, che con la sentenza 24414/2021 ha chiarito definitivamente che il massimo simbolo della cristianità può essere esposto nelle aule. Purché a volerlo sia la comunità scolastica, la quale può anche stabilire di accompagnarlo con i simboli di altre confessioni religiose presenti in classe, recita il comunicato stampa diffuso dalla Cassazione. 


La Suprema Corte evidenzia poi il fatto che la questione non è meramente religiosa, infatti al crocifisso “si legano l’esperienza vissuta di una comunità e la tradizione culturale di un popolo”. Ragion per cui, la sua affissione “non costituisce un atto di discriminazione del docente dissenziente per causa di religione”. 


Sotto il profilo prettamente giuridico, il comunicato ricorda come un regolamento degli anni Venti, mai stato abrogato, avesse imposto la presenza del crocifisso nelle aule. “Ogni istituto ha la bandiera nazionale, ogni aula l’immagine del crocifisso e il ritratto del Re“, recita il testo del citato regolamento. Nella sentenza la Corte ha provveduto a chiarire altresì che la norma di un secolo fa è suscettibile di essere interpretata oggi in senso conforme alla Costituzione. 

La sentenza precisa inoltre che “la laicità italiana non è “neutralizzante“: intendendo con ciò che l’affissione del crocifisso di per sè “non nega le peculiarità e le identità di ogni credo e non persegue un obiettivo di tendenziale e progressiva irrilevanza del sentire religioso, destinato a rimanere nell’intimità della coscienza dell’individuo”.


Secondo la Suprema Corte, dunque, esporre il crocifisso a scuola non è un obbligo di legge, ma laddove le singole classi ritenessero di farlo, la presenza del simbolo non può essere interpretata come condotta lesiva e di conseguenza lo stesso simbolo non può essere poi rimosso, se non attraverso la successiva adozione di una nuova delibera. 

DI BARTOLO SALVATORE

Il martire Dalla Chiesa

A Palermo, quella sera, il clima era quello di un tipico fine estate siciliano: umido, non necessariamente troppo caldo. Godibile. Di lì a poco, purtroppo, la pioggia avrebbe colpito l’animo di un’intera città e non solo. Non si trattò di una pioggia fresca, bensì di una vera e propria tempesta di piombo. Essa colpì una macchina ben precisa: la A112 del generale dei Carabinieri e prefetto di Palermo Carlo Alberto Dalla Chiesa. In quegli istanti si erano appena concluse le cento giornate del generale. Sono bastati poco più di tre mesi per eliminare un personaggio scomodo a certi poteri.

Conosceva già il suo destino il generale Dalla Chiesa: “Un uomo viene colpito quando viene lasciato solo“, disse durante la sua ultima intervista al giornalista Giorgio Bocca. Possiamo soltanto immaginare l’amaro in bocca con il quale Dalla Chiesa disse queste ultime parole. Da quelle parole emergeva un senso di frustrazione ed impotenza per quanto stava avvenendo a Palermo nella lotta contro la mafia. La risposta di Cosa Nostra ai continui reclami del generale fu brutale. Lo uccisero insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente di scorta Domenico Russo tramite l’utilizzo di un fucile d’assalto Ak-47.

Tramite l’utilizzo di un’arma da guerra, Cosa Nostra aveva lanciato un segnale: è guerra totale. Palermo si risveglia sgomenta, distrutta; al carcere dell’Ucciardone si brinda mentre la speranza dei palermitani onesti è appena defunta. L’omelia del cardinale Salvatore Pappalardo tuona contro i poteri romani citando Tito Livio: “Mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata“. Carlo Alberto Dalla Chiesa lo aveva già preventivato questo destino atroce. “Non guarderò in faccia nessuno“, disse quando venne nominato generale.

È proprio così che vanno combattute le battaglie contro la barbarie. In Sicilia era partito con un rapporto contro 162 boss e da quel momento si posero le basi per il primo maxiprocesso con 475 imputati. I processi di questi ultimi trentanove anni hanno portato allo svelamento di una verità parziale e che mai sarà effettivamente completa. Sono stati condannati Riina, Provenzano, Greco e Calò, ma i lati oscuri permangono e rimarranno.

Qualcuno entrò in casa di Dalla Chiesa con la scusa di cercare lenzuoli per coprire i cadaveri, ma in realtà ne approfittò per portare via documenti scottanti, compreso un dossier sul caso Moro. Ecco che gli apparati deviati fanno la loro entrata in scena. Sul generale Dalla Chiesa se ne sono sentite tante, c’è anche chi – con tanto di falce e martello al seguito – ha imbrattato un murales dedicato al generale. Noi lo ricordiamo come simbolo assoluto di onestà e giustizia. Quel 3 settembre 1982 la lotta alla mafia si fece ancora più arcigna.

Orrore in Afghanistan: i talebani rubano elicottero Usa e portano a spasso un impiccato

Ennesima umiliazione proveniente dall’Afghanistan per il Presidente americano Joe Biden ed in generale per l’Occidente tutto. Un video diffuso nella giornata di ieri mostra infatti un elicottero facente parte dell’equipaggiamento militare statunitense finito nelle mani dei talebani da cui si vede penzolare un uomo impiccato. Secondo una prima ricostruzione l’elicottero in questione dovrebbe essere un Black Hawk, uno dei trenta circa di cui i talebani si sarebbero impossessati in seguito alla ritirata americana.

Il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa bianca, Jack Sullivan ha tuttavia voluto precisare che: “I Black Hawk non sono stati dati ai talebani. Sono stati dati alle forze di sicurezza nazionali afgane per potersi difendere su specifica richiesta del presidente Ghani”.

Precisazioni a parte, appare ogni giorno più evidente l’assoluta incapacità dell’amministrazione Biden nella gestione del dossier Afghanistan. Un vero e proprio fallimento certificato dalle raccapriccianti scene cui si è assistito in questi ultimi giorni. Immagini crude che restituiscono al mondo uno spaccato di quanto realmente sta avvenendo in terra afgana e che contribuiscono a mettere in luce tutta la crudeltà e l’efferatezza dei nuovi padroni dell’Afghanistan.

SALVATORE DI BARTOLO

Soldi dal Governo a tv e giornali per reprimere il dissenso: il caso siciliano del “protocollo M”

L’uomo postmoderno è governato in ogni istante della sua vita dai numeri. Aliquote, percentuali, spread erano gli spettri che si aggiravano in tutto lo Stivale prima dell’era Covid. Oggi sono passati in secondo piano perché sono altri i numeri che amministrano il modus vivendi di ognuno di noi. Questi dati sono erogati con modalità differenti, più devastanti e pervasive, poiché si tratta di numeri riguardanti la vita di nostri concittadini.

Ricordate i soloni delle 18:00 durante il primo confinamento tenuti da Angelo Borrelli, ovvero il capo della Protezione Civile? Numeri su numeri, picco ancora distante, un’emergenza perenne. Questo modo di rappresentare la realtà avrebbe dovuto far scattare un allarme in testa a qualcuno, ma soltanto i veri lettori di Orwell sono riusciti a recepire il messaggio.

Difatti sono i numeri, con parametri modificati ad hoc spesso senza un’apparente logicità, a definire come dovremo affrontare il domani. La zona gialla fino a qualche mese fa sarebbe scattata con una percentuale più alta di ricoveri, oggi basterebbe che le terapie intensive fossero occupate per il 10% della loro capienza. Dunque un numero irrisorio e assolutamente non critico. Però tanto basta per dividere le famiglie numerose in due tavoli differenti all’aperto e sarebbe meglio tralasciare altre grottesche misure.

Altresì i numeri non sono un’arma ad uso esclusivo del Governo. La matematica, scienza esatta, sta anche dalla parte di chi compie il suo lavoro lontano dalle terapie politiche ordite da Speranza e compagnia rossa cantante. È il caso del protocollo M, frutto di una lunga esperienza nella cura delle malattie virali acute da parte del dott. Lorenzo Mondello. Infettivologo dal 1986, ha stilato questo protocollo per le cure precoci dei pazienti sintomatici in isolamento domiciliare.

Vi sono presenti numerosissimi articoli sul protocollo M e sulla sua efficacia e proprio i numeri ne testimoniano il suo successo: 1600 pazienti trattati direttamente oltre ad altre migliaia tramite passaparola sui social. Dei 1600 pazienti solo una trentina di ricoveri e nessun decesso per Covid. L’unico decesso è avvenuto per complicanze toraciche in un soggetto senza milza e che aveva effettuato sia radio che chemioterapia. Un soggetto, purtroppo, gravemente debilitato.

Insomma, proprio gli stramaledetti numeri danno ragione al protocollo M. Purtroppo in Italia, al pari della Cina tanto cara alla maggioranza, non vige alcuna pluralità nell’informazione. Viene concesso adeguato spazio a tutte le forze politiche, che tuttavia sono uniformate sostanzialmente su posizioni estremamente simili almeno sulla questione Covid. Chi dovrebbe assicurare un’informazione sana e imparziale, scevra da conflitti di interessi, indipendente e neutrale; in realtà svolge diligentemente il compito servile del cagnolino delle istituzioni.

Durante il governo Conte è stato istituito il “Fondo emergenze emittenti locali“, il quale constava di 50 milioni di euro da offrire a quelle emittenti tv e radio disposte a trasmettere determinati messaggi confezionati dal Ministero dello Sviluppo Economico. Col governo Draghi il fondo è stato ampliato con l’innesto di altri 20 milioni. Mero complottismo? Assolutamente no, basta leggere quanto troviamo scritto sul decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale nel novembre 2020:

“Alle emittenti radiofoniche e televisive locali che si impegnano a trasmettere i messaggi di comunicazione istituzionali relativi all’emergenza sanitaria all’interno dei propri spazi informativi è riconosciuto, per l’anno 2020, un contributo straordinario per i servizi informativi connessi alla diffusione del contagio da Covid-19”.

La durata complessiva minima della rotazione di messa in onda va da un minimo di 11 ad un massimo di 20 messaggi da parte del Ministero in un giorno. Per poter intascare i soldi le emittenti dovevano ogni giorno garantire un certo numero di messaggi trasmessi al proprio pubblico nelle varie fasce orarie, e naturalmente più alto è il numero di spot trasmessi, più ricchi sono i compensi per l’emittente.

Andiamo dunque al nucleo del discorso: sono stati elargiti oltre 2 milioni tra il Ministero e la regione Sicilia a SES (Società Editrice Siciliana) per neutralizzare il protocollo M intervistando personaggi del mondo della sanità con giornalisti complici. Alla SES fanno parte la Gazzetta del Sud, RTP, Antenna dello Stretto, Giornale di Sicilia, TeleGDS e RadioTGS. Com’è noto, la SES ha in mano il pacchetto di maggioranza del Giornale di Sicilia. E, complessivamente, prende dalla Regione 1.781.208,27 €.

Antenna Sicilia è stata elargita con un fondo di 547.726,20 €, il TGS con 326.439,54 €, RTP con 200.622,63 €. Questi sono alcuni degli esempi più ricchi. È possibile consultare l’elenco completo cliccando qui. Ancora una volta i numeri ci permettono di leggere una realtà ben delineata. Io ti pago, tu dai l’informazione che io ti impongo. Semplice. A proposito di ciò, rammentate questa intervista del 1 febbraio 2021 svoltasi proprio su RTP? Vi allego il link tra parentesi (Intervista contro il protocollo M, 1/02/2021).

L’intervistato è il dott. Versace del Policlinico di Messina, il quale si è lasciato andare a dichiarazioni fuorvianti visto il successo del protocollo M:

“Terapie uguali per tutti non esistono. Vorrei rivolgermi ai miei colleghi, a quelli che pensano di curare con i protocolli tramite i social network: non si fa. Io censurerei chi fa terapie attraverso Facebook o attraverso altri social. Perché ogni paziente deve fare la terapia in base alle sue condizioni […] I medici a domicilio devono monitorare […] Fosse così facile curare a domicilio.”

La giornalista Marina Bottari è sembrata soddisfatta dalle risposte del medico, quasi come un’insegnante con l’alunno preparato, il quale ripete le stesse parole usate dalla professoressa durante la lezione.

Due più due fa quattro, ritornando al dogma matematico. Difatti questa intervista al dottor Versace, responsabile Covid del Policlinico, altro non è che un’offensiva nei confronti del dott. Mondello e del suo protocollo antigovernativo e a favore della scienza libera. Gli stessi social tanto vituperati da Versace hanno svolto un lavoro egregio grazie ai numerosissimi utenti che seguono Mondello sin dalla prima ora e ne condividono gli studi. Si tratta di fruitori che, senza il suddetto protocollo, probabilmente sarebbero morti o avrebbero riscontrato problemi a causa dell’informazione prezzolata dall’élite governativa.

Purtroppo dovremmo saperlo già dal principio, ma spesso ci dimentichiamo di rileggere i classici russi. Lo scrisse Dostoevskij nel suo capolavoro “L’idiota”:

Il denaro è la cosa più volgare e odiosa che ci sia perché può tutto, perfino conferire il talento. E avrà questo potere fino alla fine del mondo.”