Massimo Galli: “Bisogna costringere il personale sanitario a vaccinarsi”

Mentre in Italia imperversa una crisi economica senza precedenti nella storia repubblicana, con una vera e propria bomba sociale destinata ad esplodere non appena verrà meno il blocco dei licenziamenti, scadenza attualmente fissata per il prossimo 30 giugno, c’è chi, come Massimo Galli, usa l’abnorme spazio concessogli in svariate trasmissioni televisive per invocare ulteriori licenziamenti.


Destinatario del duro attacco del primario dell’ospedale Sacco di Milano, è questa volta il personale sanitario non disposto a vaccinarsi: “Trovo che chi fa un certo mestiere abbia l’obbligo etico di tutelare i propri pazienti” – afferma Galli – “siccome nessuno obbligato a fare un determinato mestiere o accetta gli obblighi etici altrimenti cambi pure mestiere. Bisogna essere drastici su questo punto: il vaccino per gli operatori sanitari deve essere obbligatorio senza se e senza ma. O convinci o costringi”, questo il motto di Galli. 
Un Galli dunque molto fermo sulle sue posizioni, tanto da arrivare a teorizzare perfino la sospensione, o addirittura il licenziamento, per chi, pur essendo a contatto con i malati, rifiuta il vaccino. 

DI BARTOLO SALVATORE

L’ex Psi Formica: “A qualcuno giova l’uso politico della paura, si rischia nuova strategia della tensione”

“Il sistema dei partiti è morto nel 1989 e non è ancora nato niente al suo posto. E quando arriva il vuoto della politica, si crea il pieno dei piccoli partiti delle specializzazioni. C’è il partito dei virologi, il partito della burocrazia, il partito dei baroni universitari. Tutti hanno il diritto di esprimersi, ma a decidere dev’essere la politica”.
Parole e musica di Rino Formica, 94enne ex ministro del Psi di Bettino Craxi, che ci va giù pesante con l’attuale sistema dei partiti e rivendica il primato della politica per la gestione della crisi sanitaria scatenata dalla pandemia. 
5 stelle sono messi peggio di un corpo attaccato selvaggiamente dal Covid. Il Pd è in una condizione precomatosa, Leu si è autoliquidata, Renzi dopo aver diroccato il vecchio governo ha dismesso l’attività politica per fine missione” afferma Formica, che non risparmia critiche neppure al Centrodestra: “Rivoluzioni silenziose in Lega e Fratelli d’Italia mentre Forza Italia è una monarchia in estinzione ma senza eredi”.


In merito al citato partito dei virologi ed all’enorme attenzione a questi rivolta dai media l’ex ministro si chiede: “C’è qualcuno a cui giova l’uso politico della paura“? Ed ancora: “Quando si diffonde la paura, il Paese è più fragile sul piano della vitalità democratica, e quindi è più disponibile a subire anche violenze democratiche. Che la paura pandemica sia stata strumentalizzata politicamente è indubbio: con quanta efficacia, poi, è da vedere». E infine l’ex Psi mette in guardia l’opinione pubblica circa le eventuali ripercussioni che la crisi potrebbe determinare: “si rischia, come negli anni di piombo, una nuova strategia della tensione. Con l’aggravante che all’epoca si trattava di fenomeni ancora controllabili dalla risposta democratica, mentre oggi l’epidemia è una crisi naturale ed esistenziale, che crea crisi di panico difficilmente gestibili”.

DI BARTOLO SALVATORE 

L’esperto del MIT: “La A20 è un colabrodo, bisogna chiudere”!

La A20 diventa ogni giorno di più l’autostrada della morte. Un tratto autostradale maledetto che perfino l’ingegner Placido Migliorino, esperto inviato dal Ministero delle Infrastrutture per fare il punto sulla situazione della rete autostradale siciliana, non ha esitato a definire “un colabrodo”. Lo stesso esperto ha affermato senza mezzi termini che “in troppi punti della A20 la sicurezza degli automobilisti è a rischio e non si può continuare a circolare in tali condizioni senza un serio piano di interventi di manutenzione”. L’ingegner Migliorino precisa inoltre che il Consorzio Autostrade Siciliane è intervenuto solo “con scarsi interventi” che comunque “non consentono di transitare in sicurezza tra Messina e Palermo”.  “Gallerie pericolose, cavalcavia pericolanti, barriere inesistenti” un giudizio, quello dell’esperto, che conduce ad una sola conclusione: bisogna chiudere.

Se da un lato tuttavia il dossier dell’ingegner Migliorino sembra essere impietoso e non lasciare  spazio ad interrogativi, dall’altro il Presidente del Consorzio Autostrade Siciliane Restuccia afferma: “I rilievi effettuati confermano la bontà del piano dei lavori di messa in sicurezza programmato dall’attuale governance di Autostrade Siciliane”. Per il Cas insomma gli interventi di messa in sicurezza sono soddisfacenti, ma nel suo dossier l’ingegner Migliorino aveva chiaramente parlato di “scarsi interventi di manutenzione che non consentono di transitare in sicurezza”. Per i vertici del Consorzio va tutto bene quindi, perché si sa, in Italia per poter investire in manutenzione è necessario prima far scattare l’indignazione generale per effetto di un qualche evento tragico. Ma di tragedie la A20 ne ha conosciute già fin troppe, e i siciliani sono stanchi di contare le vittime su un tratto autostradale in totale stato di degrado. 

DI BARTOLO SALVATORE

Il giudice Giorgianni: “Covid strumento per realizzare un colpo di stato globale”

Siamo stati bollati come due dei peggiori negazionisti del Covid, antivaccinisti, e diffusori di pericolose fake news. E il mio collega Gratteri è stato attaccato, solo per avere accettato di firmare la prefazione del mio libro e gli è stato appioppato l’epiteto di negazionista. Farò querela”. Ed ancora: “Siamo in uno stato di diritto in cui uno può esprimere la propria idea, a maggior ragione quando io la mia idea la esprimo sulla base di una documentazione scientifica. Dunque, mi sembra quantomeno fuori le righe questo attacco. Non si può ingiuriare una persona ingiustamente”.


Parole e musica di Angelo Giorgianni, giudice presso la Corte d’Appello di Messina e autore del libro ‘Strage di Stato-Le verità nascoste del Covid-19’ con la prefazione di Nicola Gratteri.  Nel suo libro, Giorgianni spiega quali sarebbero stati gli errori commessi dall’inizio della pandemia. “Si tratta di un libro-inchiesta in cui ogni affermazione è circostanziata ed è legata a un riferimento preciso”, spiega il giudice che ha già fatto sapere che non si vaccinerà ma guai a definirlo “no vax”. Già nei mesi scorsi Giorgianni aveva più volte ribadito le sue perplessità sulla pandemia: “Questa pandemia è uno strumento di ingegneria sociale, che serve per realizzare un colpo di stato globale”. 

DI BARTOLO SALVATORE

Lo sporco lavoro dei mass media per far sì che venga introdotto l’obbligo vaccinale

Da un anno a questa parte non si fa altro che discutere – oltre che del virus – sulla fondatezza delle notizie propugnateci dai mass media in ogni secondo della nostra giornata. Gli agenti di questo nuovo metodo di governare le cose e le persone non agiscono mai secondo la casualità, ma seguendo una scaletta ben precisa.

Dopo l’atteggiamento di non belligeranza del gennaio-febbraio 2020, dopo il terrorismo mediatico – ancora in atto – e le successive ripercussioni, è arrivato il momento di imprimere il massimo timore possibile nei confronti della popolazione sull’argomento principe del momento: la vaccinazione.

Sia chiaro: chi deve servire gli interessi del potere non teme le ritorsioni derivanti da contraddizioni aberranti. Sui vaccini si è scritto tanto e di certo i fiumi d’inchiostro non cesseranno di scorrere. Un caso analogo è avvenuto anche sulle varianti, ma fino a quando non sono servite a cancellare del tutto la vecchia normalità, esse venivano raccontate come se fossero semplici mutazioni già conosciute dalla scienza.

Il caso vaccinale rappresenta un unicum nella storia dell’uomo. Prima sì, poi no, successivamente sarà PER FORZA sì. Il vero volto dei mass media in questa emergenza è stato finalmente svelato. Il timore venutosi a creare dopo le prime morti derivanti dall’inoculazione del vaccino Astrazeneca è stato cavalcato a spron battuto da tutti i giornali nostrani.

Il risultato? Decine di migliaia di italiani hanno rinunciato alla vaccinazione. Ergo, si ritarderà a risolvere – secondo la narrazione dominante – l’emergenza pandemica. La loro soluzione? Introdurre l’obbligo vaccinale affinché nessuno possa scappare da questa immensa roulette russa. Quando saranno vaccinati più o meno tutti, accadrà un effetto indesiderato poiché alla vecchia normalità non si tornerà mai più.

Non è l’autore di questa riflessione a dirvelo, ma Pietro Luigi Garavelli, primario della Divisione di Malattie Infettive dell’Ospedale Maggiore della Carità di Novara. Secondo il luminare: “In questa situazione, a non essere normale è una cosa che si impara al primo anno di specializzazione. Ovvero, non si vaccina mai durante un’epidemia. Perché il virus reagirà mutando, producendo varianti e sarà sempre più veloce di noi. Con un virus RNA o si trova un denominatore comune su cui montare il vaccino o, facendo vaccini contro le spike che mutano, non hai speranza di arrivare prima di lui. Lo rincorreremo sempre, ripeto, tende a mutare velocemente“.

La narrazione non può certamente abbandonare il vaccino, il quale è fonte di guadagni mastodontici per le aziende produttrici del farmaco. Garavelli sarà soltanto un’altra delle tante mosche bianche che verranno messe a tacere al pari di altri. La prova di ciò? Le parole di Mantovani, direttore scientifico dell’Humanitas.

Il principio di contraddizione ormai possiamo utilizzarlo come kleenex, afferma il collega Paolo Borgognone. Se vaccini tutti e ci sarà una quarta ondata, vuol dire che il vaccino non serve. E se non serve, se tanto la quarta ondata è inevitabile, perché bucare tutti? Se invece il vaccino risulterà efficace, la quarta ondata non ci sarà e allora perché annunciarla?

Efficacia del vaccino e quarta ondata sono eventi che si escludono a vicenda. O l’una o l’altra. Dopo la tregua estiva, a ottobre si richiude tutto e si ricomincia con lockdown, terrore, segregazione e magari la solita melassa della “speranza” di una possibile riapertura ad autunno 2022 inoltrato?

Il Grande Reset è appena iniziato. Il passaporto vaccinale è già una realtà, l’obbligatorietà è il prossimo scalino. Dal “secolo delle masse“, in poco meno di 30 anni siamo passati al “secolo delle individualità“. I principali attori, oggi come allora, rimangono i mass media. La gestione “neoliberale” della pandemia ha dimostrato la vera essenza della UE.

Reddito di cittadinanza: cronaca di un fallimento

“Abbiamo abolito la povertà”! Così annunciava in pompa magna un euforico Luigi Di Maio dal balcone di Palazzo Chigi dopo la definitiva approvazione del reddito di cittadinanza. Quella foto, divenuta rapidissimamente uno dei meme più utilizzati sui social, si è trasformata per il ministro degli Esteri, e per il suo movimento, in un vero e proprio boomerang, con gli avversari politici pronti in ogni momento a ricordare allo stesso Di Maio che evidentemente qualcosa non deve essere andata per il meglio.

Unica nota positiva correlata al Rdc: l’assunzione di circa 2700 navigator che dovrebbero – il condizionale è d’obbligo – aiutare i percettori del RdC a trovare un lavoro.
Ad oggi, infatti, gli altri numeri risultano essere impietosi: tra il 2020 e il 2022 il reddito di cittadinanza graverà nel bilancio dello stato per ben 26 miliardi di euro, per soddisfare i bisogni di circa tre milioni di persone. Secondo l’Inps, a fine 2020, in seguito alla crisi innescata dalla pandemia, il numero di beneficiari era aumentato del 25%, mentre l’importo medio erogato era pari a 563 euro.

Fin qui, tuttavia, i freddi numeri non danno una chiara fotografia di cosa veramente sia il RdC. Per meglio comprendere la portata del fallimento, bisogna tornare al principio, a quei navigator che, a regime, dovrebbero essere oltre 11mila, ma che essi stessi combattono per conservare il proprio posto di lavoro. Si é detto e si dirà che il reddito di cittadinanza serve a trovare un impiego e, nel mentre, a garantire una soglia minima di sussistenza. Ebbene: su tre milioni di persone coinvolte complessivamente dal provvedimento, ad oggi sono stati trovati circa 370mila posti di lavoro. Davvero poca cosa. 

A chi sono ascrivibili le colpe? Sarebbe troppo facile scaricarle solo sulla politica, che pure ha le sue enormi responsabilità per avere complicato il tutto con procedure a dir poco cervellotiche. Ma anche le istituzioni hanno una buona dose di responsabilità. Intanto, perché sono tre i soggetti chiamati a collaborare: Inps, Anpal e centri per l’impiego. Un vero girone infernale che ha prodotto veri e propri obbrobri. Obbrobrio, si. Non esiste termine più azzeccato per dare una definizione del fatto che mafiosi, ndranghetisti, camorristi, ex brigatisti e criminali di vario ordine e grado abbiano percepito in questi mesi, ed ancora spesso percepiscono, il reddito di cittadinanza. Una vera e propria truffa legalizzata ai danni dello stato che è stata possibile solo perché – cosa molto diffusa in Italia – tra le mille teste che dovrebbero reggere questo sistema si perdono le responsabilità. E dunque in città come Messina, Reggio Calabria, Palermo e Napoli, boss pluripregiudicati vanno in giro con la loro tessera gialla a spendere i denari gentilmente erogati dallo stato, mentre in altre zone d’Italia, quei brigatisti che lo stato volevano annientarlo, oggi se ne prendono gioco vivendo alle spalle dello stesso. Ed è proprio questa l’immagine che meglio rende l’idea del fallimento del programma governativo dell’universo pentastellato. 

DI BARTOLO SALVATORE

Biden sbaglia tutto e spiana la strada all’asse sino-russo

Dai politici nostrani allo Star System hollywoodiano, passando per i modaioli del pensiero unico e i più sempliciotti leoni da tastiera. Tutti hanno acclamato l’avvento del pacificatore col soprannome più azzeccato di sempre: “Sleepy“. Joe Biden non ne sta indovinando una e il suo comportamento è sotto gli occhi di tutti, ma nessuno osa proferire quella parola in più che ai tempi di Trump era Legge.

Senza nemmeno pensarci – e di ciò ne sono fermamente convinto – Sleepy Joe ha innescato una tremenda reazione a catena che potrebbe modificare quanto di eccezionale è stato fatto da Donald Trump negli anni precedenti. Ha etichettato Vladimir Putin con l’ignominioso epiteto di “assassino” e ciò ha – ovviamente – scatenato l’ira moscovita.

La Russia ha risposto con il richiamo dell’ambasciatore al Cremlino per le consultazioni e successivamente Putin ha risposto per le rime in una videoconferenza.

ATTENZIONE: questo violento scontro tra Biden e Putin non può essere considerato come un semplice “affare a due”. La clamorosa gaffe di Sleepy Joe rischia di far ripiombare il mondo intero nell’incubo di un’escalation militare in pieno stile Guerra Fredda, ma anche di offrire un clamoroso vantaggio strategico alla Cina.

Difatti i vertici del PCC hanno ascoltato con attenzione le ingenue parole di Biden e sono pronti ad approfittare dell’infelice uscita del successore di Trump. Anche perché le assurde parole di Biden sono arrivate a poche ore dal fondamentale incontro diplomatico tra USA e Cina in programma ad Anchorage, in Alaska. Sembra quasi che l’America voglia portare avanti il seguente messaggio: la Russia è la nostra più acerrima nemica, ma con la Cina siamo pronti a trattare in virtù di una presunta debolezza sistemica.

Ma adesso la Russia è pronta a segnare uno dei punti più importanti in questa sfida ultra decennale con gli USA. Mosca farà più che mai fronte comune con Pechino, anche se il Dragone è attualmente in trattativa con gli Stati Uniti, ma la speranza di normalizzare i rapporti è quanto mai remota. Difatti le ennesime sanzioni scagliate dall’accoppiata Usa-Ue all’indirizzo di alcuni funzionari cinesi coinvolti nella presunta violazione dei diritti umani nello Xinjiang e nei fatti di Hong Kong, allontana sempre di più la suddetta normalizzazione.

Inoltre l’eventuale asse Mosca – Pechino creerebbe due enormi grattacapi in due ambiti fondamentali: la corsa agli armamenti e ai vaccini. Su questi ultimi la partita è apertissima: Sinovac, Cansino, Sinopharm e Sputnik V potrebbero tranquillamente schiantare il piano americano. Sul piano degli armamenti la Russia poteva essere il grimaldello perfetto grazie al quale Washington avrebbe potuto orchestrare una nuova diplomazia includendo nel discorso anche Pechino. 

Ad oggi una scena del genere mi sembra parecchio irrealizzabile.

Probabilmente la Cina riesumerà il can che – per ora – sonnecchia: la Corea del Nord.

Il governo cinese potrebbe peggiorare la situazione aggravando due tradizionali focolai di ribellione. Nel Mar Cinese meridionale dando adito alla volontà di riannettere Taiwan alla madrepatria. Allo stesso tempo l’enigmatico silenzio della Corea del Nord potrebbe presto essere squarciato con un nuovo test missilistico.

Usa vs. Tutti. Ma è più importante la poesia di Amanda Gorman, ovvero la polvere che sporca gli stivali della storia

L’orgoglio conservatore dell’Atletic Club de Bilbao

Nel mondo dello sport, specialmente nel continente calcistico, le fazioni progressiste e quelle conservatrici si scontrano quotidianamente per decidere il futuro della disciplina. Il conservatorismo – in questo caso sia politico che tattico – affonda le sue radici in alcune delle più grandi potenze calcistiche del continente europeo: il Bayern Monaco, l’Olympique Lyon e l’Atletic Club de Bilbao rappresentano l’emblema del conservatorismo per eccellenza.

Di esempi ce ne sarebbero molti altri da elencare ma ci limiteremo a seguirne uno in particolare, il quale non mantiene soltanto delle precise regole “d’ingaggio” nei confronti degli avversari, bensì anche di sangue. Il Bilbao, come vedremo più avanti, mantiene una precisa linea di sangue all’interno della sua rosa.

Essere Baschi è una cosa seria. Nella vita come nello sport. Ed in particolare nel mondo del calcio, essere Baschi è qualcosa di molto di più che una semplice denominazione geografica: è spirito d’appartenenza, identità, unione. Bisogna tornare indietro di 118 anni per capire quanto l’orgoglio basco sia radicato: il “Soccer“, e solo gli inglesi potrebbero chiamarlo così, arriva in terra spagnola, precisamente a Bilbao: nasce l’Atletic Club de Bilbao, per tutti solo Atletic Club.

L’unica compagine di Spagna a non essere mai retrocessa insieme alle sue squadre “Pop“, Barcelona e Real Madrid. Proprio nella capitale spagnola cinque anni dopo si consuma lo smacco della nascita del Club Atletìco de Madrìd, per tutti i “Colchoneròs“, fondati da un gruppo di studenti baschi. 

Ma tornando al Club Atletic, la sua filosofia è semplice e diretta: solo giocatori baschi giocano per questa maglia, solo i purosangue possono vestire questi colori, baciare questo stemma che rappresenta il sentimento di appartenenza a qualcosa che nessun’altra squadra di Spagna potrà mai eguagliare.

L’Autoctonia de Bilbao” si basa su questo dal 1911, a parte alcune eccezioni per casi di unicità di sangue (vedasi Aymeric Laporte, Francese ma cresciuto e formatosi in terra d’Euskàl) tutti gli undici mai scesi in campo sono stati allevati, plasmati e resi fedeli alla causa dei Baschi. Come Rafaèl Moreno Aranzadi, detto “Pichichi”, a cui è dedicato tutt’ora il trofeo per il miglior goleadòr del campionato. 

L’essere Basco è una cosa seria, serissima. Il San Mamès, il tempio calcistico di Bilbao, a lungo è stato sacro e inviolabile per le squadre italiane: solo un’altra grande, come il Torino, poteva riuscirci nel 2015, con un 2-3. Ed è ironico pensare alla sorte che costruisce trame così beffarde: proprio Atletic Club – Torino, nel 1949, doveva essere una delle amichevoli estive di preparazione al campionato del 1950, che non si giocò mai, infrantasi sulle colline di Superga. 

È da circa 120 anni che l’essere Basco, fare calcio in terra basca, geopoliticamente così complessa e discussa, è quindi l’espressione delle volontà di radicare salde la filosofia della resilienza identitaria che più di ogni altra epoca ha valore nel 2021: contro gli sceicchi, contro gli oligarchi, contro un calcio che ha visto cambiare persino i caratteri dei nomi dei calciatori per adattarsi alle esigenze di altri popoli. Ma quando la “Bizkaia” ed il Bilbao Futebòl Club si unirono, nel 1902, L’Atletìc Club aveva una sola missione: essere Basco

Possiamo dire che essere baschi è una cosa più che seria, sacra: passeggiando per la cittadina di Trujillo, ci si imbatterà nella chiesa di Santa Maria la Mayòr (nella foto) , testimonianza romanica del XIII Secolo. Qui, con i lavori di rifacimento della Torre de Julia, uno scalpellino di nome Antoniò Servàn La Rana decise di lasciare in maniera indelebile la testimonianza calcistica dell’orgoglio basco, scolpita su uno dei 52 capitelli. Indovinate di quale squadra è lo stemma raffigurato. 

A cura di Marco Spada e Patrick Vernuccio

160 anni d’Italia,tra certezze (tante) e “questioni” ancora aperte

Oggi 17 marzo ricorre il 160° anniversario dell’Unità d’Italia. Si tratta di una data fondamentale sia per le difficoltà che il processo di unificazione incontrò nel XIX secolo, sia per il notevole ritardo storico con il quale si costituì lo stato nazionale in Italia rispetto ad altri paesi europei.

Nonostante i 160 anni trascorsi, tuttavia, da più parti ancora si sprecano gli interrogativi relativi la bontà del processo di unificazione. Ciò che oggi si può affermare è che senza il conseguimento dell’Unità, l’Italia non avrebbe raggiunto lo status di paese moderno e civile. Un’Italia divisa in macroregioni sarebbe rimasta politicamente insignificante, rimanendo terreno di caccia per le potenze straniere.
Infatti, com’è noto la mancata unificazione tra il XV e il XVI secolo impedì all’Italia di poter raggiungere una linea avanzata di sviluppo; anzi, la mise in una condizione di arretratezza, destinata a permanere anche nel corso del XVIII secolo. 

Fu infatti il Risorgimento che diede all’Italia la possibilità di dare attuazione ad una statualità capace di rappresentarla politicamente, ma anche socialmente e culturalmente. Il Risorgimento, sviluppatosi in continuità con la tradizione rivoluzionaria francese, contribuì a dare allo stato nazionale unitario una fisionomia tipicamente moderna. Lo stesso può dirsi per il tipo di sviluppo economico-sociale, che segnò il passaggio da un modello di sviluppo tipicamente agrario verso un modello dapprima industriale e successivamente capitalistico. 

Ma, nonostante il giudizio complessivamente positivo sull’unificazione italiana, non può non tenersi conto anche degli aspetti negativi che l’hanno caratterizzata. Com’è noto, infatti, già all’indomani della proclamazione del nuovo regno nacquero le “questioni” che lo segnarono per tanto tempo, alcune delle quali tuttora al centro dell’agenda politica, su tutte quella “meridionale”. 
Infatti, nonostante le 160 primavere dalla raggiunta unificazione, ancora abissali rimangono i gap economici, produttivi ed infrastrutturali tra nord e sud del paese. Differenze che potrebbero essere, almeno parzialmente, colmate con un importante piano di investimenti per lo sviluppo del mezzogiorno da attuarsi con i fondi del programma di aiuti europei Next Generation EU, che ad oggi appare l’ultima vera possibilità per sancire l’unità economico-produttiva del belpaese. 

DI BARTOLO SALVATORE

Dopo un anno di Covid la priorità di Letta è lo Ius Soli

Enrico Letta è il nuovo segretario del Partito Democratico. È stato eletto dai delegati dem con 860 voti a favore, 2 contrari e 4 astenuti.
Tra i passaggi più decisi dell’intervento del neosegretario Dem nell’assemblea che lo ha decretato quale nuovo segretario vi è stato quello relativo alla collocazione del Pd che: “deve essere un partito di prossimità. Siamo diventati il partito della Ztl. Il territorio sarà il nostro campo da gioco”.

Ed ancora, Letta prosegue sulle alleanze, sottolineando che: “la coalizione è fondamentale, ad aprirsi ci si guadagna sempre”. Il leader dem ha citato le vittorie di Romano Prodi e aggiunto: “Dobbiamo costruire un nuovo centrosinistra con la nostra iniziativa e leadership”. In questo quadro l’annuncio di voler parlare con tutte le forze di centrosinistra: “Speranza, Bonino, Calenda, Matteo Renzi, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni”. E sul M5s? “Dobbiamo incontrare anche Conte”.

Nel corso del suo intervento Enrico Letta ha anche dettato alcune priorità della sua agenda da segretario Pd: lavoro, donne, giovani, ma soprattutto voto ai sedicenni e Ius Soli.

Ed è proprio questo ciò che salta subito all’occhio: a distanza di un anno dall’inizio della pandemia, con il tessuto economico-produttivo del paese che si sgretola ogni giorno di più, migliaia di aziende che vanno inesorabilmente verso la chiusura, una quantità innumerevole di posti di lavoro a rischio e milioni di italiani ormai verso la soglia di povertà assoluta, la priorità del nuovo segretario del Pd è la cittadinanza facile per gli immigrati. 
Se questi sono i presupposti, la strada di Enrico Letta per rilanciare un Partito Democratico ormai in eterna crisi d’identità e lontano anni luce dal popolo si preannuncia tutta in salita. 

DI BARTOLO SALVATORE