Indignati per gli scudi umani? Eppure Céline ve l’ha spiegata la guerra

Stamane la nuova agorà del web era in rivolta contro Zelens’kyj. La colpa? I suoi soldati avrebbero utilizzato scudi umani per proteggersi dalle offensive schiaccianti dei russi. E quale sarebbe la novità? Perché ciò non ci dovrebbe sorprendere? Perché la guerra tra morti di fame conduce a questo. Null’altro che devastazioni, mattatoi, annichilimenti di intere generazioni.

Non avete mai letto Céline. Vi capisco, i vostri romanzetti da quattro soldi – allegati a Repubblica – comprati al supermercato per atteggiarvi come accademici sono già fin troppo complessi. Figuriamoci qualche pagina del Voyage. Nel cervello di un coglione ci vogliono fin troppi giri affinché un pensiero possa essere elaborato. In questo andirivieni agisce la propaganda.

I russi sono colpevoli di indicibili massacri, robe da fosse di Katyn e non solo. Gli ucraini, invece, assomigliano alle ballerine del Moulin Rouge. Leggendo il suddetto quotidiano romano, la storia potrebbe sembrarvi composta da attori con queste fattezze. Non è così. La guerra è fatta di milioni di tasselli impossibili da recepire nella loro totalità. Che i russi bombardino o che gli ucraini si asserraglino con gli scudi umani, capire quei momenti è, per noi, impossibile.

Scriveva Céline: “Finché il militare non uccide, è come un bambino. Lo diverti facile. Non essendo abituato a pensare, quando uno gli parla è costretto per cercare di capire a decidersi a sforzi opprimenti“. Dal momento in cui si uccide qualcuno nel mezzo del fragore dell’artiglieria non si ritorna più indietro. Scompare il vecchio uomo e ne principia uno nuovo. Ma noi, nelle nostre case accoglienti, non sapremo mai il significato di ciò.

Forse.

Salvini sbarca a Lampedusa e Lamorgese fa ‘sparire’ i migranti

Il leader della Lega Matteo Salvini sbarca a Lampedusa per il suo tour elettorale. L’isola siciliana simbolo dell’immigrazione clandestina è prossima al collasso: ci sono oltre 1.500 migranti, quando la capienza massima dell’hotspot è di sole 350 persone. Soltanto nella notte di mercoledì 3 agosto sono sbarcati sull’isola 112 migranti in fuga da Egitto, Siria, Bangladesh e Pakistan, e nelle ore immediatamente precedenti erano avvenuti altri due sbarchi, per un totale di 83 persone. 

Poco prima del suo arrivo sull’isola, Matteo Salvini si era scagliato pubblicamente contro il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, responsabile –  secondo il leader leghista – di aver volutamente fatto ‘sparire’ qualche migrante: “Una vergogna assoluta per l’Italia e per l’Europa, che negli ultimi giorni Luciana Lamorgese ha provato a nascondere con qualche trasferimento. Peccato che gli arrivi siano così numerosi da rendere inutili i tentativi della sinistra”. 

Alle dichiarazioni del segretario leghista é poi seguita la pubblicazione su sui profili social di un video che sembra inchiodare la Lamorgese:Lampedusa. A poche ore dal mio arrivo, di notte, la Lamorgese organizza la fuga di centinaia di clandestini verso altre zone d’Italia. Vergogna. Dal 25 settembre, bye bye Lamorgese”, scrive Salvini a corredo delle immagini. E già, perché nel video postato dal leader della Lega si vedono decine di migranti ammassati su un traghetto che li porta in tutta fretta lontani da Lampedusa. Il tutto, come detto, a poche ore dall’arrivo di Matteo Salvini sull’isola. 

Sarà soltanto una coincidenza? Difficile dirlo con certezza. Ma con la campagna elettorale per le politiche del prossimo 25 settembre che entra sempre più nel vivo é facile ipotizzare che dal Ministero degli Interni qualcuno abbia cercato in extremis di mettere qualche toppa per tentare di mascherare la situazione a dir poco esplosiva in cui si trova l’isola siciliana. Questa ovviamente é soltanto un’ipotesi, ma, in casi come questo, a pensar male si fa peccato ma spesso si indovina. 

SALVATORE DI BARTOLO

L’inutile frammentarietà dei partiti antisistema

Da qualche anno seguo con grande attenzione ed interesse i programmi e le mosse dei cosiddetti partiti antisistema. Fuori dai grandi numeri e spesso sotto i riflettori come capri espiatori delle malefatte di attori oscuri, questi movimenti e partiti raccolgono una fetta importante dell’elettorato italiano, ma rimangono sempre sotto il 3-5%. Perché?

Anzitutto la loro inutile quanto gigantesca frammentarietà. Troppi galli cedroni pronti a scannarsi l’uno con l’altro pur di primeggiare. Ciò è insito nella natura della maggior parte degli umani, ma in un momento del genere in cui ci si gioca una gigantesca fetta di futuro certe logiche non hanno senso di esistere. Lo stiamo osservando con i sinistri, i quali creano coalizioni di nomi da far spavento all’armata Brancaleone.

Lo stiamo vedendo anche a destra dove entrano ed escono cognomi come se fossimo all’Hotel Sheraton di Milano. Tutto ciò serve per sopravvivere e cercare di ottenere la maggior percentuale per governare nei prossimi – si spera – 5 anni. Invece, all’interno dell’enorme humus politico dei partiti antisistema, si continua a sperare nel miracolo combattendo un esercito moderno con mercenari armati di spade e frecce.

Dalla strana coalizione tra il PCI e Ancora Italia, si passa da una serie di movimenti minori fino ad arrivare ad Italexit. Il partito di Paragone sembra essere l’unico capace di poter combattere i più grandi vista l’esperienza del senatore leader del movimento anti Unione Europea. Ma ciò alla suddetta coalizione non sta bene perché – e qui si aprono e chiudono le solite forbici del complottismo – Paragone sarebbe un elemento calato dall’alto e giù verso altre favole e fiabe.

Nel frattempo il Paese continua a morire sotto la dicotomia tra destra e sinistra. Gli effetti di questo continuo andirivieni da una parte all’altra del Parlamento sono sotto gli occhi di tutti. Basterebbe creare una comunanza di idee e una forte alleanza per poter anche solo impensierire questi colossi che, in fin dei conti, si somigliano parecchio.

I leader dei tre partiti, ovvero Rizzo, Toscano e Paragone, sono profondamente dissimili tra loro e Dio ce ne scansi – cari conservatori – se un giorno dovessimo ritrovarci nuovamente il simbolo con la falce e martello nella scheda elettorale. Purtroppo vi è sempre un problema, ormai definibile ancestrale: la sopravvivenza. Ed essa non è garantita né dalla sinistra del green pass, né dalla destra ultracapitalista.

Reddito di cittadinanza: inventa 6 figli per intascare il sussidio

Manca la voglia di lavorare, unitamente a quella di cercare un’occupazione, ma non manca di certo l’inventiva. Anzi, i fatti dimostrano chiaramente come la creatività sia da sempre una delle doti migliori possedute dai cosiddetti ‘furbetti del Reddito di cittadinanza’. 

Già dalle prime fasi dell’introduzione del provvedimento bandiera dei Cinque Stelle, si erano infatti registrati degli abusi che avevano consentito a soggetti non aventi il minimo diritto di intascare illecitamente il sussidio. Abusi, che si sono poi perpetrati nell’arco di tutti questi mesi fino a determinare delle notevoli distorsioni del mercato del lavoro nonché delle ingenti truffe ai danni dei contribuenti.

Dai 9000 romeni ‘fantasmi’ finti residenti in Italia da dieci anni che sarebbero riusciti ad intascare complessivamente ben 60 milioni di euro, fino a mafiosi ed ex brigatisti. La lista delle storture connesse al Reddito di cittadinanza é alquanto lunga e variegata, e continua ad allungarsi ogni giorno con nuovi casi.

Veramente singolare è la vicenda accaduta a Treviglio, in provincia di Bergamo, dove un ‘furbetto’ ha dichiarato di avere otto figli, invece dei due che realmente ha, pur di rientrare nei parametri Isee previsti dalla misura ed accaparrarsi il tanto agognato sussidio. Dopo la biblica moltiplicazione dei pani e dei pesci, la moltiplicazione dei figli. 

Questo é soltanto il più ‘creativo’ degli oltre venti casi di percettori depennati dalla lista dei beneficiari del comune di Treviglio nelle ultime ore. E, di certo, non si tratta di un episodio isolato legato al comune bergamasco. Infatti, da nord a sud, si apprendono quotidianamente dai mezzi di informazione notizie di soggetti che percepiscono indebitatamente il sussidio. E molti di più sono certamente coloro i quali continuano a farla franca ed intascare illecitamente delle somme generosamente elargite dallo Stato. 

Ciò, a dimostrazione del fatto che i sistemi di verifica previsti dalla misura siano ancora ampiamente inefficaci, nonostante la stretta decretata dall’ultima Legge di Bilancio, e che il Reddito di cittadinanza, così com’è oggi strutturato, si conferma un provvedimento pensato male ed applicato ancora peggio che necessiterebbe quanto meno di un radicale ed urgente restyling. 

SALVATORE DI BARTOLO

“Conservatori pienamente inseriti nel gioco UE”. Cara Giorgia, parla per te

No, cara Giorgia, non ci sto. Tralasciamo il piattume e i vari dazi da pagare con fior di oboli, ma definire tutti i “conservatori pienamente inseriti nel gioco UE” è una falsità senza precedenti. Purtroppo bisogna capirla: deve trovare quella credibilità internazionale affinché venga scelta come propretore della provincia italica. Altrimenti a cosa servirebbe questa declinazione dei conservatori al gioco UE?

Torniamo ai blocchi di partenza. Io non ci sto. Noi conservatori cresciuti con Schmitt, Heidegger, Nietzsche, Saint-Exupery, La Rochelle, Céline, D’Annunzio, Corti e tutto il resto sicuramente non meno importante; non possiamo rimanere fermi e in silenzio di fronte a queste dichiarazioni. Al giogo materialistico dell’Unione Europea preferiamo quello del sangue e della terra.

Dunque, cara Giorgia, noi non ci stiamo. Parla pure con gli atlantisti, guerriglieri contro il sacro. Porta pure avanti le bandiere della libertà e della democrazia, le quali – citando Buttafuoco – sono due illusioni che non hanno neppure bisogno di nutrire utopie, ma solo di formale enunciazione. L’individuo rimarrà sempre lo stesso, sia il propretore destro o sinistro: un consumatore consunto.

E noi che ripudiamo la merce, ameremo per sempre il candore delle statue greche e la spietata volontà romana, il tocco di Raffaello e le Bagattelle alla francese. Non ci dispiace neanche un po’ Giorgia. La vera opposizione siamo noi.

Sinistre ipocrisie

Dal lato sinistro dello scacchiere politico italico s’invoca la grande ammucchiata, una specie di connubio orgiastico che va da Calenda e le sue donne scarlatte transitate dalla lussuosa villa di Arcore passando per i rossoverdi di Bonelli e Fratoianni per finire al minuscolo partitello di Speranza. Quest’ultimo la invoca (la speranza) per battere la pericolosa destra fascista, non solo meloniana, ma anche la succursale parafascista sovranista. Ci sarebbe da ridere, ma per le condizioni in cui versiamo c’è veramente poco da divertirsi sulle stranezze delle concezioni sinistre.

I cosiddetti progressisti, improvvisamente, si riscoprono paladini della costituzione repubblicana da essi stessi calpestata durante gli ultimi due anni.
Sta andando in scena la più grande rappresentazione dell’ipocrisia posta in essere da una sinistra che spera nell’oblio popolare di tutte le restrizioni delle libertà personali messe in atto durante la pandemia. Di esse è rimasta ancora qualche traccia, vedi l’utilizzo delle mascherine in treno, ma non sull’aereo!

Sarebbe necessaria a questo punto una citazione celebre del Vangelo: “ipocriti, avete le facce come sepolcri imbiancati”. Volete riacquisire la verginità perduta scoprendovi antifascisti ed evocando il pericolo fascista che, ormai, è un fantasma morto e sepolto da circa ottant’anni.
Speriamo che il 25 settembre verrà ricordato come la data nella quale saranno mandati per mare capi paranza, dame e cavalieri serventi.

Mimmo Lastella

Kosovo e Serbia non vanno d’accordo, ma non è una novità

Non saranno sicuramente gli scontro al confine di qualche giorno fa motivo sufficiente per far correre i due paesi alle armi. Considerato anche che i territori in questioni hanno visto davvero molto recentemente le conseguenze delle lotte armate in nome di vecchie e rodate contrapposizioni etniche. E non è iniziato tutto una calda estate del 2022.

Che La Serbia di Vučić ed il Kosovo del premier Albin Kurti non siano in ottimi rapporti diplomatici non è una notizia che abbiamo appurato da qualche giorno. Non sono sicuramente stati gli scontri degli ultimi giorni, per un motivo tutto sommato assai più futile di altri a inasprire le relazioni tra i due paesi confinanti (che pure sulle targhe avevano trovato l’accordo lo scorso ottobre) Già diversi mesi addietro, alle elezioni comunali, fu vietato il voto alla etnia serba e qualche mese prima era stato confermato l’embargo sulle merci provenienti da Belgrado.

Dal 2008, anno della dichiarazione di indipendenza, i due paesi hanno avuto relazioni altalenanti che diverse volte sono finite al centro del dibattito Geopolitico. Anche se non è riconosciuto dalla Serbia, una relazione tra quest’ultima e Kosovo ha cominciato a essere formalmente stabilita dal 2012, dopo un periodo di tensione in cui Belgrado stessa, con a capo il Presidente Boris Tadìc, cacciò con effetto immediato dal paese tutti i diplomatici di qualsiasi nazione avesse riconosciuto anche solo formalmente la neonata repubblica Kosovara.

Da allora, lo sforzo della comunità Europea per rinsaldare il dialogo tra i due paesi, in vista magari di un ingresso nell’Unione Europea, non ha avuto effetti significativi sia per l’ostruzionismo Serbo (L’attuale presidente Vučić ha una linea molto intransigente sulla questione ed ogni volta che si aprivano i tavoli dei negoziati il baricentro politico del Paese balcanico si spostava in modo crescente  verso la radicalizzazione nazionalista) sia per la freddezza delle reazioni di Pristìna che già piu di una volta ha mostrato scetticismo sul lieto fine della diatriba, cercando, seppur in maniera grossolana, di mostrare i muscoli (come quando l’ex presidente Hashim Thaçi alla parata militare del 2018 disse: “sono determinato a costituire al più presto le forze armate del Kosovo, e creare alleanze con gli stati vicini) ma non aveva fatto i conti con la sua delicata situazione economica: bastarono le minacce degli Stati Uniti di bloccare 44 milioni di aiuti finanziari per far tornare Thaçi sui suoi passi e far tornare i Kosovari al tavolo dei negoziati.

Quindi no, non scoppierà una guerra e difficilmente sarà questo l’ultimo round della storia infinita di nazioni balcaniche che non vanno d’accordo. Il caso Ucraino ha sicuramente sconvolto l’opinione pubblica ma non è il caso di paventare scontri armati ogni volta che due paesi hanno tensioni tra di loro. Olaf Scholz, nella sua visita a Pristina a giugno, invitò i due paesi a dialogare tra di loro il più possibile proprio per evitare si possa sfociare in logorii nazionalisti ed episodi di intolleranza ingiustificati e ingiustificabili.

Ad attendere sviluppi nella vicenda i soliti protagonisti internazionali: Russia e Cina da parte Serba, Stati Uniti ed Unione Europea dall’altra. Ma per quanto possa essere motivo d’interesse guardare alla penisola Balcanica ed alla sua geopolitica ancor più importante è ricordare che no, non è un escalation di tensione che porterà alle armi, semmai ancora di più un peccato per la cronica polarizzazione delle idee al tavolo dei negoziati.

La Cina sfrutterà la volontà americana per prendersi Taiwan

Sembra un copione già scritto. La peggior amministrazione americana della storia, seconda soltanto a quella di Barack Obama tristemente nota per le Primavere arabe, sta per provocare un’ulteriore escalation bellica. Una scaletta organizzata nel minimo dettaglio sembra aver sostituito qualsivoglia intuito da parte dei vari governanti americani: dall’Euromaidan nel 2013 alla visita della Pelosi a Taiwan sono passati nove anni.

Era necessario finire ciò che era stato iniziato nel Nordafrica e poi, soltanto dopo la tragica fine di Gheddafi, si sarebbe potuto pensare ad un cambio di regime in Europa. Le ondate migratorie hanno indebolito i principali stati della costa nord del Mediterraneo e la rivoluzione in Ucraina a stelle e strisce ha condotto ad una violentissima guerra civile in Donbass e agli odierni esiti infausti.

Indottrinata ed asservita l’Europa a livello sociale ed energetico, agli americani basterà poco per scatenare le ire della prima potenza mondiale su Taiwan, distruggendo definitivamente anche le catene di approvvigionamento di materiali e prodotti fabbricati sull’isola e destinati al mercato europeo. La dipendenza dovrà essere totale. Taiwan non deve cadere, ma anche in questo caso non saremo noi a poterne discutere. Le armate cinesi sono pronte e gli americani gongolano.

Polveriera balcanica

I Balcani tornano a far paura? Non ai grandi giornali italiani. C’è troppo furore intorno all’ennesima meschina statuetta della politica nostrana – un certo Calenda – per parlare del conflitto sempre più possibile tra Serbia e Kosovo. Al netto di quel poco che si è letto, urge una precisazione: che nessuno si azzardi a cercare analogie col conflitto tra Russia e Ucraina.

Il perché è semplice: anzitutto le dimensioni geopolitiche dei due conflitti, quello reale e quello probabile, e la totale assenza di dipendenza energetica da ambedue gli schieramenti nel caso serbo. Potrà sembrare un’affermazione banale, ma in realtà non bisognerebbe aspettarsi granché da una media potenza priva di pianificazione per l’estrazione di materie prime. La questione italo-croata ne è l’esempio.

Le forze in campo sarebbero nettamente diverse rispetto al conflitto russo-ucraino. La NATO ha già tuonato contro la Serbia con un comunicato nel quale si esplica la volontà dell’alleanza di intervenire in caso di escalation serba. Da un lato si forniscono armi, dall’altro uomini e mezzi. La bipolarità torna ad essere una particolare caratteristica del continente europeo. Non nel significato psicologico del termine, ma nel dualismo tra due forze contrapposte ad oggi più simili che mai.

Giovane, agricoltore e anche italiano? Scordati i finanziamenti

Nonostante gli sforzi compiuti nel corso delle diverse programmazioni per incentivare l’ingresso dei giovani nel settore primario, secondo l’Istat è ancora limitata la presenza di capi azienda nelle fasce d’età più giovani. Difatti sono solo il 13,4% i titolari di imprese under 44 nel 2020. Un dato in forte calo rispetto a 10 anni fa quando si attestavano intorno al 17%.

Nel 2021 a livello regionale il maggior numero di imprese agricole nate per iniziativa di un giovane si registrano in Puglia (829) e Sicilia (719). Per quanto riguarda la redditività per ettaro, le aziende con a capo un giovane hanno una redditività in più rispetto a quelle condotte da un over 55 (Eurostat).

Ma qual è l’identikit del giovane agricoltore medio italiano? Secondi i dati Crea, il modello di giovane agricoltore appartiene ad una famiglia che ha già un’attività agricola e possiede un’impresa di dimensioni superiori alla media (fattura almeno 80 mila euro contro i 40 mila di altre imprese). Quindi non è proprio per tutti fare agricoltura in Italia se non si ha il danaro…

Stando ai bandi del Psr 2014/2020 per l’insediamento in agricoltura e secondo Coldiretti, le domande presentate sono state oltre 40mila, ma di queste meno di 20 mila sono state ammesse a finanziamento e solo una su tre infine ha ricevuto il pagamento. Insomma con questi numeri alla mano verrebbe da dire che l’agricoltura non è per i giovani.

Viste le poche risorse da utilizzare come garanzia, i giovani agricoltori spesso si imbattono in un sistema creditizio che non garantisce mutui superiori a 20 anni e incontrano non pochi vincoli burocratici, molti dei quali sono anche costretti ad iniziare in affitto o in comodato d’uso.

Quali potrebbero essere le proposte d’intervento per supportare la nuova generazione agricola? In primis servirebbe più dialogo con le banche, le quali hanno sì bisogno di garanzie, ma allo stesso tempo ormai tutte hanno una divisione agricola. Il giovane imprenditore dovrebbe dunque potenziare il proprio investimento in formazione con l’elaborazione di un business plan che supporti l’impresa e quindi la richiesta degli investimenti. Una formazione manageriale sarebbe utile dunque per ogni giovane esperto che vuole immettersi in agricoltura, ma i corsi universitari risalgono ancora ai primi anni 50 del XX secolo.

I giovani hanno ancora troppa difficoltà ad ottenere credito. Gran parte delle responsabilità è anche delle regioni poiché la gestione delle risorse è affidata a loro. Secondo la presidente nazionale di Coldiretti Barbati: “Laddove gli enti sono performanti nel gestire la parte burocratica si riescono ad accorciare i tempi per erogare i finanziamenti e garantire che le risorse arrivino alle nuove progettualità, al contrario dove le regioni sono meno performanti i beneficiari vengono danneggiati: finanziare un progetto che viene presentato 3 anni prima significa sostenere un progetto vecchio, significa non dare futuro a quell’azienda”.