L’inconsistenza politica dell’Ue e il flop della diplomazia italiana

L’escalation militare tra Russia e Ucraina ha contribuito esponenzialmente a far emergere tutte le fragilità dell’Unione europea. In queste ultime settimane, infatti, l’Ue si è dimostrata totalmente ininfluente sia nella fase in cui si sarebbe ancora potuto operare per scongiurare lo scoppio del conflitto, che nella fase immediatamente successiva all’invasione dell’Ucraina.

Invero, l’inconsistenza politica dell’Unione non rappresenta affatto una novità: già con l’Afghanistan, ed ancor prima nel caso della guerra in Siria e delle primavere arabe, Bruxelles era risultata incapace di far sentire la propria voce e di interpretare il ruolo da protagonista che le sarebbe spettato di diritto. 

Il medesimo copione si sta adesso ripropendo con l’Ucraina, con un’Unione che continua a confermare uno scarso peso specifico ed una preoccupante subalternità politica agli Usa, anche in presenza di un conflitto che interessa così da vicino i territori e gli interessi dei Paesi del vecchio continente. 
Un’Europa, che ha quindi colpevolmente scelto di abdicare al proprio ruolo, lasciando peraltro campo libero a paesi come Cina e Turchia, la cui sfera d’influenza continua espandersi a macchia d’olio, soprattutto nel Mediterraneo, con tutto ciò che ne consegue per gli interessi strategici europei. 

L’inconsistenza dell’Unione europea, tuttavia, non rappresenta politicamente l’unica nota stonata evidenziata dal conflitto russo-ucraino. Ciò che di preoccupante è emerso in questi ultimi concitati giorni è, infatti, l’assoluta marginalità dell’Italia nello scacchiere geopolitico internazionale (ed anche in tal caso non si tratta certamente di una novità, bensì di un’amara realtà ormai tristemente accettata). Un Paese, il nostro, dimostratosi sinora inadeguato ad interpretare il ruolo di mediatore tra gli interessi russi e quelli ucraini, che si sta esclusivamente limitando ad agire per delega commissionando la tutela degli interessi nazionali a francesi e tedeschi. E ciò, nonostante l’autorevolezza ed il prestigio internazionale di cui gode Mario Draghi. 

A ciò, vanno poi a sommarsi, come se il quadro appena descritto non fosse già abbastanza sconfortante, le magre figure rimediate dai leader politici italiani in trasferta nell’est europeo. Da Matteo Salvini, partito dell’Italia con tutte le migliori intenzioni del caso, ma costretto ad incassare un imbarazzante sgarbo istituzionale da Wojciech Bakun,  sindaco nazionalista di Przemysl, cittadina polacca vicina al confine ucraino, fino al Ministro degli Esteri Luigi Di Maio, che di certo è riuscito a fare molto peggio di Salvini. Dopo essere stato letteralmente ridicolizzato dal suo omologo russo Sergej Lavrov, che dopo averlo incontrato ebbe a dire di lui: “ha una strana idea di diplomazia”, per giungere ad altri poco gratificanti episodi, che hanno contribuito a mettere in luce (qualora ve ne fosse il bisogno) la scarsa vena diplomatica del titolare della Farnesina, che nelle occasioni in cui è stato sinora chiamato in causa si è dimostrato essere tutt’altro che autotevole. 

SALVATORE DI BARTOLO 

Torniamo ad essere i padroni del nostro destino energetico: riattiviamo i pozzi del gas italiano

Qualche giorno fa il Primato Nazionale ha pubblicato la sua ultima fatica letteraria sulla vita di Enrico Mattei. Una scelta editoriale, quella di Scianca, che sembra cascare a fagiolo visti i tempi che corrono. Nella prefazione del direttore si leggono le seguenti parole: “È esistita una nazione, all’inizio degli anni Sessanta che vantava alcuni poli di assoluta eccellenza […] informatico, petrolifero, nucleare e medico. Ma chi immaginerebbe mai, oggi, che quella nazione fosse l’Italia?

Scianca centra il punto della questione con pochissime righe di testo: dopo il grande saccheggio inglese consumato nel 1992 sul panfilo Britannia, chi potrebbe ordire un nuovo piano di sovranità energetica nel bailamme della servitù indotta dall’UE e dai fornitori esteri? Eravamo appena usciti da una guerra persa, eppure restavamo i primi al mondo grazie a uno degli artefici di questo miracolo post-bellico: Enrico Mattei.

Proprio l’uomo che da vicepresidente dell’Agip diede un impulso storico alle ricerche sugli idrocarburi e perseguì l’obbiettivo dell’affrancamento energetico dell’Italia promuovendo la costruzione di metanodotti. Autonomia energetica e promozione della ricerca: un binomio che oggi sembra essere dimenticato dall’odierna classe politica. Eppure le risorse ci sono ancora, se ne stimano miliardi di tonnellate al metro cubo.

In Italia su 1298 pozzi di estrazione del gas, 752 sono produttivi ma non eroganti. Il nostro Paese, ad oggi dipendente per il 94% della produzione da altri stati, si ritrova di fronte ad un bivio epocale: continuare sulla strada dello schiavismo energetico o tornare alla sovranità mineraria? La scelta non dovrebbe essere difficile, ma al timone di questa ammiraglia che affonda vi è uno dei protagonisti del Britannia testé citato.

Se riaprissimo le piattaforme di produzione del gas, il costo si abbasserebbe di quattordici volte rispetto all’attuale: dai 70 centesimi per il gas importato dalla Russia, dai paesi scandinavi e dall’Africa, si arriverebbe ad un costo totale di 5 centesimi al metro cubo. Snoccioliamo ancora un po’ di numeri: nel 2000 in Italia si estraevano 17 miliardi di metri cubi di gas annui, mentre oggi la cifra si è ridotta del 94%.

Nel 2021 abbiamo estratto soltanto 800 milioni di metri cubi di gas. Un numero drammatico che dovrebbe far ragionare certi politici che con il “No” e il dogma dell’ambientalismo hanno sedotto le menti di chi crede che con l’aria si possa fare tutto. La realtà è ben differente e quasi ci ritroviamo a dover “ringraziare” – con somma difficoltà – il fatto che la guerra sia scoppiata a ridosso della primavera.

È obbligatorio un cambio di rotta.

È morto Antonio Martino, ex Ministro e fondatore di Forza Italia

È morto questa notte Antonio Martino. L’ex ministro e fondatore di Forza Italia aveva 79 anni. Economista di ispirazione liberale, era stato ministro degli Esteri del primo governo Berlusconi e ministro della Difesa nel secondo e terzo esecutivo guidato dal Cavaliere. È stato deputato per sei legislature, dal 1994 al 2018.

Figlio di Gaetano Martino, già Ministro degli Esteri, Presidente del Parlamento europeo e tra i padri fondatori dell’Unione europea, e di Alberta Stagno d’Alcontres, Antonio Martino era nato e cresciuto a Messina, per poi trasferirsi a Roma. 

L’ex ministro si era laureato in Giurisprudenza nel 1964, ma la sua vita è stata quasi interamente dedicata all’economia politica (è stato docente di economia politica dell’Università LUISS di Roma e preside dal 1992 al 1994). Dal maggio del 2021 era anche presidente onorario dell’Istituto Milton Friedman (dello stesso Milton Friedman era stato amico ed allievo all’Università di Chicago).

Antonio Martino amava definirsi semplicemente un liberale. Il suo contribuito era stato determinante nella costruzione del programma della nascitura Forza Italia. Nella sua lunga esperienza di governo e parlamentare ha sempre cercato di rappresentare l’anima liberale degli azzurri. Aveva lasciato il Parlamento nel 2018 dopo sei legislature, ma da allora era sempre rimasto un personaggio molto ascoltato ed influente per la sua enorme cultura e per i rapporti internazionali che aveva sempre mantenuto e saputo coltivare con grande passione.

SALVATORE DI BARTOLO

Il punto sul conflitto in Ucraina

L’avanzata russa continua a incontrare forte opposizione da parte delle truppe ucraine, coadiuvate da numerosi episodi di resistenza da parte della popolazione, sia in forma armata che in termini di proteste civili nei confronti di truppe occupanti. Dopo Melitopol e Bedyansk, non si può non menzionare la caduta di Kherson, la prima città davvero importante – per dimensione – a essere dovuta soccombere.

L’evento è accaduto al termine di una giornata convulsa che aveva visto, concomitantemente almeno tre azioni su Kherson e inefficaci tentativi di eliassalto da parte di truppe russe su Mykolaiv, città che, con i suoi due ponti sull’estuario del Bug Orientale, permetterebbe una rapida avanzata sia su Odessa che su Kiev. A dire il vero, la loro utilizzabilità in caso di una conquista sarebbe stata dubbia: da una parte, essi ci risultano minati; soprattutto, si trovano agli estremi di una città che potrebbe predisporre una continua guerriglia urbana sui fianchi di qualunque formazione (e rispettiva coda logistica) che volesse avvalersene.

Pertanto, truppe russe ci risultano al momento convergere, con un aggiramento di più ampio respiro volto ad evitare Mykolaiv, sulla cittadina di Nova Odessa. Nelle ultime ore, tuttavia, il sindaco di Mykolaiv parla di truppe russe entrate in città. Si parla di un eliassalto supportato da un attacco terrestre effettuato da unità provenienti da Kherson, preceduti da attacchi aerei.

Non si conosce l‘entità di tale attacco, nè l’intenzione, una volta conquistata Mykolaiv, di ripiegare a sud verso Odessa, oppure di continuare la risalita a nord, verso Kiev. È difatti dall’ovest della capitale che riteniamo come il più recente concetto operativo russo mirasse a ricongiungere con il fronte sud la famosa colonna meccanizzata da 60 km di cui si parla da qualche giorno a questa parte.

Questa si sta rivelando un serpentone snodantesi su strade sempre più dissestate sotto il suo stesso peso e in affanno per una logistica che continua a rivelarsi problematica. Ci risulta che, in qualche caso, proprio da Kiev, tenuta sotto continuo fuoco di missili e razzi, siano partiti alcuni contrattacchi che hanno “lavorato sui fianchi” la suddetta colonna meccanizzata.

Sul lato est della capitale, sembra che la colonna che giorni fa aveva bypassato Chernihiv per aggirare la capitale da quel lato stia ora cercando di ricongiungersi con la colonna dipanatasi da Sumi, anch’essa risparmiata, per gli stessi motivi, da un assalto diretto. Sebbene ci risulti che da Sumi gli ucraini tentino di “azzoppare” la coda di questa colonna, i due monconi, se congiunti, potrebbero chiudere in una sacca l’angolo nordest del Paese, prima di tornare a rivolgersi all’accerchiamento della capitale, magari in concomitanza con il famoso “serpentone”, oramai reso più agile dalla pausa operativa, e con le forze provenienti da sud, qualora si “dimentichino” di Odessa.

Questa al momento si trova sotto minaccia da parte di una flottiglia di 8 navi da sbarco russe, che sarebbero alla fonda di fronte alle sue coste. Non è ancora chiaro se esse preludano a uno sbarco (lo ripetiamo ancora una volta: sarebbe il primo in assoluto in questa guerra, a dispetto di imprecisi precedenti resoconti ora relativi a Odessa, ora al Mar d’Azov), o se si tratti di un’operazione psicologica volta a immobilizzare truppe o ad attirarne di ulteriori (che magari avrebbero tentato di riprendersi Kherson).

Ad ogni modo, ci risulta che le spiagge di Odessa siano state minate. Difficile, infine la situzione di Mariupol e delle cittadine vicine. Fra queste ultime ci risultano come completamente distrutte Manghush (ala sua ovest) e Sartana (alla sua est), entrambe tradizionalmente sede di una importante e influente comunità greca. Difatti, Mariupol ospita anche un Consolato greco che, secondo nostre informazioni, nella giornata di ieri è riuscito a negoziare una breve finestra di corridoio umanitario per sgomberare il proprio personale, gente della comunità greca (essa stessa colpita da molte perdite) e un modesto numero di residenti aggregatisi, più il rimanente staff dell’UNHCR.

Non disponiamo di maggiori dettagli in merito, dal momento che la città risulta senz’acqua, luce, e quindi, connessione internet o telefonica. I rari contatti di cui ci avvaliamo avvengono ogniqualvolta qulche struttura pubblica o privata riesce ad azionare i propri generatori. Cosa che non avverrà ancora a lungo, dato che il carburante scarseggia, come anche cibo e medicine (un solo ospedale è ancora in funzione e in procinto di collassare). Sono tutti fattori che renderebbero problematico un ulteriore corridoio di evacuazione umanitaria, il cui tentativo di implementazione comunque invochiamo a gran voce.

Si tenga presente come il disastro di Mariupol abbia sicuramente influenzato la decisione di oggi di molti residenti di abbandonare Kramatorsk, grosso nodo industriale che, benchè non sia stato ancora interessato dai combattimenti, è oramai percepito come a rischio di fare la stessa fine, data la sua relativa vicinanza con territori dell’oramai riconosciuta (dalla Russia) Repubblica Popolare di Donetsk (o DNR).

Da notare che in quella porzione del fronte, su cui insistette la famosa battaglia di Debaltsavo del 2014, forze ucraine, nella giornata di ieri, avrebbero lanciato un attacco che ci risulta sia riuscito in parte a conqustare la cittadina di Horlivka, sotto fermo controllo separatista sin da quell’anno. Inizialmente si era sperato che questa inaspettata azione potesse in qualche modo alleggerire la pressione se non nella comunque non vicina Mariupol, almeno su Volnovaha (altra realtà pressochè completamente circondata da parte di truppe DNR, più che russe).

Invece, pare che in risposta si sia sviluppata una contromanovra che al momento starebbe investendo la ben più vicina Avdiivka, colpita pesantissimamente da salve di BM-27 URAGAN e BM-30 SMERCH, e, forse, anche TOS-1.

Ringraziamo RID (Rivista Italiana Difesa) per la stesura di questo articolo.

RdC, Scotti: “L’errore è stato dare la possibilità di rifiutare l’offerta di lavoro per ben tre volte”

Il Reddito di Cittadinanza è probabilmente il provvedimento in ambito economico e sociale più discusso e divisivo degli ultimi anni. Dopo l’acceso dibattito che ha infuocato gli ultimissimi giorni del 2021, a cui è poi seguita la revisione dell’impianto originale della misura sancita dalla Legge di Bilancio 2022, la pubblicazione del report monitoraggio dell’Inps sui primi tre anni di vita dello strumento, diffuso nei giorni scorsi, ha nuovamente puntato i riflettori sul provvedimento bandiera del Movimento 5 Stelle.

Dei profili critici e degli effetti distorsivi associati al Reddito di Cittadinanza, nonché delle novità introdotte dalla Legge di Bilancio, abbiamo discusso con Vincenzo Scotti, a lungo ai vertici della Democrazia Cristiana e Ministro in diversi governi dal 1978 al 1992. Scotti è stato, tra l’altro, anche Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali dei governi Andreotti IV, Cossiga I e Fanfani V.

All’indomani della sua introduzione, il Reddito di Cittadinanza venne presentato non solo come una misura in grado di contrastare povertà ed emarginazione sociale, ma anche come un valido strumento per l’ingresso ed il reinserimento nel mercato del lavoro. Purtuttavia, almeno in questa prima fase, i numeri sembrerebbero dimostrare inequivocabilmente l’inefficacia delle politiche attive del lavoro contenute nel provvedimento. Cosa non ha funzionato? Il Reddito di Cittadinanza nasce come una misura coraggiosa in quanto per la prima volta si progetta un intervento di carattere nazionale che intende cogliere sia obiettivi di inclusione sociale che di attivazione al lavoro. Tuttavia, questa misura per poter funzionare si doveva appoggiare su un’ampia riforma delle misure di politica attiva, che in Italia sono storicamente deboli e non si appoggiano su un efficiente sistema di servizi per il lavoro. Inoltre, la differenza tra i sistemi regionali del lavoro, ha impedito un’efficace governance dell’intervento. Infine, non dimentichiamoci che la maggior parte dei beneficiari del Reddito di Cittadinanza risultano sprovvisti di un adeguato livello di competenze e di occupabilità per l’inserimento al lavoro. Tutti questi elementi hanno impedito al Reddito di Cittadinanza di essere una reale forma di politica attiva nazionale, soprattutto nel periodo della crisi pandemica.

All’inefficacia delle politiche attive si sommano, poi, gli effetti disincentivanti al lavoro determinati sulla persona del beneficiario dalla percezione del sussidio. Anche in tal caso, i dati dimostrano come la stragrande maggioranza dei percettori cosiddetti ‘attivabili’ non cerchi realmente un’occupazione. Come se ne esce? L’errore a monte, in particolare per un intervento che coinvolge soprattutto persone non immediatamente attivabili e che hanno bisogno di formazione obbligatoria, è stato ancora prima quello di affermare la possibilità di rifiutare la proposta di lavoro per ben tre volte. E’ stato lanciato un messaggio assolutamente sbagliato e fuorviante. E’ necessario che, come capita in tutta Europa, tutti i percettori di un sussidio, non solo il Reddito di Cittadinanza, ma anche il sussidio di disoccupazione, siano obbligati a partecipare a percorsi di formazione o di ricerca attiva di lavoro, e quando arriva la cosiddetta offerta congrua non la possano rifiutare, pena la perdita del sussidio ed anche della condizione di disoccupato. E’ una regola che in Italia abbiamo da più di vent’anni e che le regioni fanno molta fatica ad attuare. Serve più serietà e rigore: ai sussidi si devono collegare i comportamenti delle persone, altrimenti facciamo assistenzialismo.

Altro fattore da non trascurare è il livello medio dei salari, che in Italia risulta ancora eccessivamente basso. Spesso e volentieri, infatti, il loro ammontare risulta pari, ed in taluni casi persino inferiore, all’entrata mensile garantita della percezione della misura di welfare. In situazioni del genere è assai probabile che il beneficiario preferisca ‘accontentarsi’ del sussidio piuttosto che lavorare. Il Reddito di Cittadinanza sembrerebbe aver sostituito a tutti gli effetti il lavoro… Il livello medio del Reddito di Cittadinanza erogato è di poco superiore alle 500 euro mensili. Certamente si tratta di una misura in competizione con un tirocinio, ma non con un contratto regolare. In ogni caso, soprattutto in alcuni settori, come la ristorazione, che lamentano una grave carenza di addetti, un maggiore attenzione all’erogazione di salari adeguati farebbe venir meno questo tipo di competizione al ribasso. Servono controlli nelle aziende, perché se ad un ragazzo che fa il cameriere per dieci ore al giorno vengono date 500 euro mensili di salario, il problema non è il Reddito di Cittadinanza, bensì il salario. Certo, ci possono essere casi di competizione al ribasso, ma il punto non è a mio parere l’ammontare del sussidio, quanto i tanti casi di falso tirocinio a 400 euro che nascondono veri e propri rapporti di lavoro.

Un problema, questo, che poteva, almeno in parte, essere superato garantendo la cumulabilità del reddito da lavoro con il Reddito di Cittadinanza. Purtuttavia, in sede di approvazione della Legge di Bilancio 2022, si è scelto di non riconoscere ai beneficiari questa opzione. Lo ritiene un errore da parte del governo? Penso che sotto la soglia ISEE, ossia 8600 euro annui per il lavoro dipendente e circa 5000 per il lavoro autonomo, il lavoro si possa cumulare con forme di sussidio, se questo percorso è legato al miglioramento della condizione occupazionale e non diventa permanente. Per legge, sotto questa soglia di reddito è possibile accedere alla politica attiva, e quindi penso che il governo abbia fatto un errore. In Italia in questi anni sono cresciuti i cosiddetti “working poor”, ossia i lavoratori poveri, insieme alla diffusione del part time involontario e per questo sarebbero utili misure come quella a cui lei ha accennato.

L’attività fraudolenta dei cosiddetti ‘furbetti del Reddito di Cittadinanza’ ha contributo esponenzialmente a delegittimare il provvedimento pentastellato agli occhi dell’opinione pubblica. Nell’intento di arginare tale fenomeno il Governo guidato da Mario Draghi ha optato per la linea della ‘stretta’. Crede che i meccanismi di controllo dei requisiti dei beneficiari introdotti dalla Legge di Bilancio 2022 siano idonei a limitare abusi ed illeciti? Si, sono misure che vanno nella giusta direzione, così come in generale tutto quello che va a rafforzare il sistema dei controlli e delle ispezioni sul lavoro. Tuttavia, anche qui non bisogna fare demagogia e spesso parlando del Reddito di Cittadinanza, anziché manifestare un’eventuale critica sulla natura dello strumento, si è preferito parlare della patologia e degli abusi. Il nostro è un paese in cui l’evasione fiscale e le varie forme di irregolarità collegate al lavoro sono molto diffuse ed in questa mala pianta non si può pensare di non trovare anche casi di furbetti del Reddito di Cittadinanza. Purtroppo, bisogna in generale aumentare controlli ed ispezioni sul lavoro, anche se certamente in modo non punitivo e non vessatorio di chi invece opera nel rispetto delle regole.

Tra le novità introdotte dalla Manovra è previsto il cosiddetto ‘decalage’, ovvero la riduzione dell’entità del sussidio, seppur di soli 5 euro, al rifiuto della prima offerta congrua e la revoca al secondo rifiuto. Basterà a scongiurare l’eventualità che, anche in futuro, i beneficiari possano trovarsi nella condizione di rigettare senza troppi patemi d’animo le offerte di lavoro che dovessero ricevere? Non ho mai capito un punto: se l’offerta è “congrua”, ossia corrispondente alle caratteristiche del lavoratore e non troppo lontana dalla sua residenza, perché si può rifiutare? Io avrei reso obbligatoria l’accettazione della prima proposta congrua.

Se da una parte ci sono i furbetti che riescono ad accaparrarsi il sussidio senza averne il diritto, dall’altra, esiste un’ampia platea di soggetti che, pur trovandosi in una reale condizione di povertà, non riescono comunque ad accedere al programma di sostegno al reddito previsto dal provvedimento. Bisognerebbe probabilmente rivedere i criteri di accesso alla misura… Il problema della povertà in Italia è ampio e complesso, ed è reso da noi più grave dal fatto che la condizione di povertà relativa dipende anche dal luogo di residenza, in quanto il costo della vita varia molto da regione a regione. I requisiti di accesso al Reddito di Cittadinanza sono in ogni caso molto rigorosi e lasciano fuori tutta la cosiddetta ‘povertà relativa’. Soprattutto i requisiti sul possesso di beni materiali mi sono sembrati un po’ eccessivi. Forse sarebbe il caso di rivedere questi criteri.

In particolare, si evidenziano delle criticità nella cosiddetta ‘scala di equivalenza’, che tende a sfavorire le famiglie numerose rispetto alle famiglie con pochi figli ed ai single. Lo stesso ‘Comitato per la valutazione del Reddito di Cittadinanza’ aveva consigliato di ridurre la soglia di accesso alla misura ed equiparare altresì, nella scala di equivalenza, i minorenni agli adulti al fine di premiare le famiglie con molti figli. Tuttavia, la proposta in questione non è stata presa in considerazione nella Manovra. Come se lo spiega? Credo che la Manovra non sia intervenuta negli aspetti di merito, e credo che il governo abbia in mente un provvedimento di revisione più ampio nell’ambito della riforma delle politiche attive, almeno me lo auguro.

La Legge di Bilancio ha inoltre sancito un ulteriore incremento, pari ad oltre un miliardo di euro, del fondo per il Reddito di Cittadinanza. Dal 2022, dunque, la misura costerà ai contribuenti italiani circa 8,8 miliardi di euro l’anno. E ciò, nonostante i propositi iniziali di diversi leader e schieramenti politici lasciassero presagire ad un radicale ridimensionamento del suddetto fondo. Sembrerebbe che in questo caso abbia prevalso la linea del compromesso politico… In Italia, in questi anni di crisi, la popolazione in condizione di povertà assoluta è aumentata di molto ed è necessario, come in ogni altro paese europeo, prevedere misure di sostegno. Tuttavia, penso che questo intervento vada ripensato, se vogliamo renderlo strutturale, e vada collocato come strumento di un sistema di servizi sociali e di attivazione al lavoro più robusto ed efficace rispetto a ciò che oggi abbiamo a disposizione.

Soprattutto dopo l’avvento della pandemia il Reddito di Cittadinanza ha avuto un’enorme valenza sociale e politica. E’ dunque così giustificabile il fatto che questa misura si trovi su un gradino più alto rispetto a qualunque altro capitolo di spesa del Bilancio dello Stato? In parte sì, perché una democrazia si deve in primo luogo far carico di chi si trova in maggiore difficoltà. Tuttavia, la risposta non può essere il mero assistenzialismo e la promozione del Reddito di Cittadinanza deve costituire un elemento di raccordo tra le misure di sostegno al reddito per i poveri ed al tempo stesso di attivazione al lavoro. Penso che lo snodo sia il ruolo della formazione, perché il sessanta per cento dei beneficiari del reddito che non risultano occupabili penso che debbano avere il diritto-dovere di acquisire una competenza utile.

I più critici sostengono che i fondi destinati a finanziare il Reddito di Cittadinanza potrebbero essere destinati ad impieghi più produttivi: dagli sgravi fiscali alle imprese fino agli investimenti infrastrutturali. Cosa ne pensa? Sono interventi distinti ed è demagogico mettere insieme ricette che riguardano problemi diversi. Abbiamo un Pnrr che finanzia decine di miliardi di euro in investimenti per infrastrutture pubbliche e non credo che sia un problema di risorse quanto di qualità della progettazione, mentre il tema degli sgravi va impostato diversamente. Siamo il paese in Europa che spende di più per agevolazioni contributive, il problema è il costo del lavoro più che la presenza di incentivi alle assunzioni, che non mancano.

Il Pnrr rappresenta probabilmente l’ultima grande occasione per il nostro Paese per colmare il notevole gap che ci separa dai partner europei. In che modo andrebbero impiegate le ingenti risorse assegnateci dal programma Next Generation EU per rilanciare il mercato del lavoro? Credo che attuare le linee di intervento del Pnrr sul lavoro sia importante: sono più di sei miliardi per il programma Garanzia occupabilità e per il Piano nuove competenze. Finalmente mi sembra si sia capito che il principale problema del lavoro italiano sia quello delle competenze, che per vari motivi sono carenti e non allineate al mercato ed alla domanda delle imprese. Questo vale sia per i lavoratori che a maggior ragione per i disoccupati. Servono forti investimenti per le competenze e quindi per il sistema formativo. Sono molto convinto di questa scelta, ma ci vuole determinazione ed una governance con le regioni più efficace di quella attuale.

SALVATORE DI BARTOLO

Quando conobbi Céline su Instagram: il caso “CriminiDem”

Stamane non scriverò sul conflitto ucraino e non discuterò di tesi o altrettante sintesi su ciò che sta accadendo nel nostro disgraziato paese. Oggi vi racconterò la storia di una pagina Instagram e di come essa abbia influito sulla vita dell’autore di questo contributo. Solitamente sul Conservatore gli ospiti sono presidenti, pensatori, politici e giornalisti, ma quest’oggi voglio puntare su altro, su un mondo che spesso viene demonizzato da chi aderisce ad un pensiero simile al mio.

Il bailamme social creato da Zuckenberg possiede, plasma, ha dato a quasi tutti – volenti o nolenti – una nuova forma mentis derivante dalla subcultura liberal americana. All’interno di questa coorte si sono formati dei novelli Arminio. Uno su tutti, il quale mi ha chiesto di restare anonimo, è il fondatore della pagina “CriminiDem“. Il paragone col principe dei Cherusci non deve risultarvi negativo, anzi il contrario.

La sua pagina ha una chiara natura vandeana, controrivoluzionaria, spesso mi ricorda il primo Verne. Il nome della suddetta non lascia spazio all’immaginazione: l’autore si è fatto carico dell’arduo compito di ribaltare l’odierna narrazione atlantista tramite l’aiuto dei “classici”, secondo il significato dato alla parola dal pensiero di Bene. Si citano spesso uomini delle più differenti estrazioni sociali e culturali per portare avanti un monito.

Un giorno, mentre navigavo durante il mio otium nella selva oscura del social, mi sono imbattuto in una frase che sintetizzava perfettamente il mio pensiero sui falsi idoli moderni:

“Come si fabbricano, vi domando io, gli idoli che popolano tutti i sogni delle generazioni di oggi? Come il più infimo cretino, il giornalucolo più ributtante, la più scoraggiante donzella, possono trasformarsi in dèi? Dee? Raccogliere più anime in un giorno che Gesù Cristo in duemila anni? Pubblicità! Che cosa domanda tutta questa folla moderna? Domanda di mettersi in ginocchio dinanzi all’oro e alla merda! Ha il gusto del falso, dell’artificioso, della fesseria farcita, come nessuna folla ha mai avuto in tutte le più arretrate antichità… Di colpo, la si rimpinza e ne scoppia… E tanto più nullo, tanto più insignificante è l’idolo scelto, tanto ha più probabilità di riuscire sul cuore delle folle… tanto più la pubblicità si attacca alla sua nullità, la penetra, ne produce l’idolatria! Sono le superfici più lisce quelle che prendono meglio la pittura.”

L.F. Céline, Bagatelle per un massacro

Da quel giorno conobbi lo scrittore della mia vita. L’inventore dell’argot, del linguaggio dell’odio, che meglio di tutti ha profetizzato l’avvenire. Ecco compiuta la controrivoluzione. O meglio ancora la rivoluzione delle anime, come disse qualcuno. Céline mi giova ancora all’anima, il suo linguaggio è pane quotidiano al pari dei “post” o delle storie della pagina CriminiDem.

È lo sbocco naturale di chi crede nell’europeismo tradizionale e non può udire le parole “Occidentalismo” o “Atlantismo” senza che il corpo provochi un conato. Il metodo utilizzato per portare avanti le sue tesi è innovativo: utilizzare la più grande cloaca dell’ateismo moderno per condurre la propria battaglia spirituale. Certo, lui stesso mi ha confessato che non è semplice schivare l’olezzo, ma prima o poi qualcuno dovrà pulire.

Nell’epoca dello sterile a tutti i costi e dell’igienicamente corretto, vi è chi perpetra la sua lotta tra l’apollineo e il dionisiaco. Vi è ancora chi duella contro i cadaveri recalcitranti per conservare quello spirito indomito che da Cesare si eleva fino ai giorni nostri. È l’odierna battaglia di Minas Tirith, dove orde infinite di orchi anonimi lottano per insozzare gli ultimi cavalieri di nobile stirpe.

All’autore di CriminiDem non posso che tributare questo articolo, che seppur misero racchiude emozioni, racconti e incontri “a distanza”. Perché anche una pagina Instagram può salvarti la vita.

Putin l’imperialista, non il sovietico

Da ormai due decenni il volgo utilizza la parola “imperialismo” per descrivere le azioni militari e politiche statunitensi in tutto il globo terraqueo. Il termine è corretto visti i precedenti storici: Panama, Iraq, Jugoslavia, Siria, Libano e Libia. In questo grande calderone di stati ve ne sono alcuni che erano legati – o lo sono ancora – con la Russia di Putin.

All’interno di essi gli USA hanno provato ad utilizzare qualsiasi metodo pur di conquistarli: dalle “guerre umanitarie per la democrazia” alle “rivoluzioni colorateeterodirette da imprenditori e filantropi dalla dubbia natura umana. Il discorso fatto da Putin ieri sancisce il primo fermo a queste manovre imperialiste a stelle e strisce. Dopo la firma sul trattato del Donbass, il leader del Cremlino ha ufficialmente ristabilito quel duopolio – o sarebbe meglio definirlo tripolio per la presenza del regime cinese – originatosi nel secondo dopoguerra.

Per rispondere alla concezione imperialista di Putin, l’Occidente – dunque l’insieme atlantista – ha deciso che saranno applicate delle sanzioni, anche in questo caso inique, alle quali Putin risponderà con l’indifferenza. È l’ipocrisia della Casa Bianca, sepolcro imbiancato e nemico dell’Europa, che dovrebbe risvegliare dall’ignavia tutti quei paesi situati tra i due poli che si sono fatti ammorbare dall’onda di edonismo americano e che li ha trasformati in automi che consumano e ingurgitano fino all’ultimo istante prima della morte.

L’occidentalismo, che non è europeismo, non riesce a tollerare la presenza del diverso da esso. Cerca di dirimere le questioni attraverso la “guerra economica“, dunque rifacendosi al suo animo economico-consumistico che ho testé citato. Gli USA stanno provando ad evitare la saldatura geopolitica tra Russia ed Europa poiché temono lo schiudersi dello scrigno depositario delle istanze della Terza Roma, dunque di una visione imperiale antiliberale opposta a quella americana.

È l’eterno conflitto tra le potenze marittime e terrestri, il perenne duello tra il commercio e il lavoro dell’operaio di Jünger. Ecco perché non è possibile definire Putin come “il sovietico”, ma come “l’imperialista”. Sia per la concezione territoriale della Russia del leader del Cremlino, la quale è profondamente diversa da ciò che i suoi avi sovietici hanno lasciato, sia per la sua volontà di annettere al Grande Orso due repubbliche russofone, tralasciando dunque l’elemento prettamente politico per dare spazio alla componente della Tradizione. E il discorso di ieri ne è l’esempio.

Per la stesura di questo articolo ringrazio la lezione del mio maestro “indiretto” Maurizio Murelli.

Caro bollette e superbonus edilizia: ecco le decisioni del Consiglio dei Ministri

Il Consiglio dei Ministri ha approvato due provvedimenti, per un ammontare totale di circa otto miliardi di euro, per contrastare il rincaro dell’energia e per sbloccare le cessioni del credito collegati al superbonus nell’edilizia.

Il primo dei due provvedimenti in questione contiene misure per aiutare famiglie ed imprese ad affrontare il caro bollette. Nel dettaglio, sono stati stanziati 4,8 miliardi di euro per le utenze domestiche, circa 400 milioni di interventi sull’Iva e 2,6 miliardi di intervento sul bonus sociale. Sul fronte delle imprese, il governo ha stanziato 2,8 miliardi di euro per inibire gli oneri di sistema e per aiutare le cosiddette aziende “energivore” e “gasivore“.

Per quanto concerne la produzione di gas è stato stabilito nel corso del Cdm che non ci saranno nuove trivellazioni. Si opterà, invece, per l’aumento della produzione dai giacimenti già in corso di sfruttamento, portandola dagli attuali tre miliardi di metri cubi a cinque. L’intento del governo è in questo caso quello di aumentare lo stoccaggio fino al 90% al fine di abbassare la quota di gas di importazione.

Per quanto concerne le energie rinnovabili, il governo impegna 290 milioni, sotto forma di crediti d’imposta per gli anni 2022 e 2023, per sostenere le aziende delle regioni meridionali che investiranno in efficienza energetica e in auto-produzione di energia da fonti rinnovabili. Nel decreto vengono, inoltre, stanziate risorse per il settore dell’automotive. Un miliardo l’anno per i prossimi otto anni al fine di favorire il processo di transizione che riguarda un settore strategico per l’economia del Paese.

Il secondo provvedimento contiene, invece, importanti novità riguardanti il superbonus del 110% nell’edilizia. Viene ripristinata la cessione del credito: nel dettaglio, saranno consentite fino a un massimo di tre cessioni, ma solo in ambito finanziario o bancario. Il nuovo decreto elimina, inoltre, gli impedimenti all’acquisto da parte dei soggetti finanziari autorizzati e regola l’utilizzo dei crediti sottoposti a sequestro penale, consentendo così agli intermediari finanziari di poter riprendere l’acquisto dei crediti di imposta.

SALVATORE DI BARTOLO

Il flop di Draghi e il ruolo dell’opposizione

A distanza di dodici mesi dalla nascita, l’attuale governo Draghi sembra più in affanno che mai. Ieri il premier ha strigliato gli azionisti di maggioranza dopo la pessima figura in commissione bilancio e affari costituzionali alla Camera sul Dl Milleproroghe, dove l’esecutivo è andato sotto non una ma ben quattro volte. Una sorta di encomio è lecito nei confronti dell’opposizione guidata in maniera impeccabile da una vera leonessa come Giorgia Meloni leader di FdI, la quale riesce ad innalzare il tetto sui pagamenti in contanti passando dagli attuali mille euro ai due mila euro per tutto il 2022, compattando nuovamente il centrodestra. A dimostrazione che quest’area politica, quando gioca unita e senza l’assillante tarlo di voler primeggiare e competere in una sorta di guerra fratricida, è praticamente granitica e solida come un panzer del secondo conflitto bellico mondiale.

Dopo un anno, come una specie di tagliando e messa a punto in termini automobilistici, affermare che il governo Draghi sia stato un flop non è certo una falsa testimonianza o una blasfemia. Eppure, dodici mesi fa Super Mario Draghi venne presentato con tutti gli onori e i tributi di una buona parte dei media, come il novello salvatore della patria che avrebbe risanato la nostra nazione dalle “piaghe d’Egitto” ossia dal Covid-19 ed invece i dati sono disastrosi, in modo particolare in campo economico dove una chiara responsabilità è da attribuire alle varie metamorfosi del green pass mutato nel breve corso dei tempi, diventando pochi giorni fa nientepopodimeno obbligatorio per gli over 50 con tanto di multa per i trasgressori che non aderiscono al passaporto vaccinale (roba che nemmeno il grande Orwell, padre del bestseller “1984”, stenderebbe a credere).

Inoltre, tale governo ha chiesto o meglio posto il voto di fiducia trenta volte e passa per salvare e blindare i propri risultati, di fatto minimizzando il ruolo del Parlamento ed inoltre siamo sempre più solamente sulla carta come: Repubblica parlamentare; a questo punto oltre ad aver sottoscritto alcuni gironi fa la proposta di FdI per l’avvento di un presidenzialismo con tutte le modifiche costituzionali del caso, auspico che il popolo italiano sia chiamato presto alle urne, perché un altro anno di calvario agonizzante con questo governo stile arlecchino -per non scomodare Frankenstein ma la sostanza non cambia in quanto le forze politiche che mantengono in vita il governo Draghi, sono frutto di un ibrido mostruoso- risulterebbe essere abbastanza usurante per tutti gli italiani.

A cura di Raffaele Schiavone

‘Mani pulite’: De Benedetti sapeva tutto già dalla primavera 1991

Nella primavera del 1991 venne a trovarmi Carlo De Benedetti con cui avevo un rapporto di amicizia, anche se la pensavamo in modo diverso. In pratica mi spiegò che con altri imprenditori legati al salotto buono di Enrico Cuccia voleva modificare gli assetti politici del Paese e spostarli verso i post-comunisti che al congresso di Rimini, in febbraio, avevano fondato il Pds e si erano convertiti su posizioni riformiste”.

Parole e musica di Paolo Cirino Pomicino, che in un’intervista rilasciata al Giornale rivela il piano segreto dell’elitè industriale attuato per sovvertire l’ordine democratico esistente attraverso l’azzeramento della classe politica del tempo con una (falsa) rivoluzione giudiziaria.

Dopo la caduta del Muro di Berlino, e con esso degli equilibri venutisi a creare nel 1945, il quarantennale schema Democrazia Cristiana al governo e Partito Comunista all’opposizione non aveva più ragione d’esistere. Occorrevano diversi schemi e nuovi referenti politici, e così il gotha dell’industria nazionale aveva deciso di svoltare a sinistra. “De Benedetti voleva cavalcare quei rivolgimenti – spiega l’ex Ministro Dc – e dunque mi lanciò l’idea: ‘Fai il mio ministro’. Fai tu il nostro industriale -replicai – capovolgendo la frittata, e chiamando in causa anche Andreotti. Insomma, la questione finì sul ridere, ma De Benedetti capì che non condividevo quel progettoIn seguito io condussi le mie verifiche – prosegue Pomicino –  e scoprii che la trama c’era ed era molto articolata. Dunque, preoccupato ed inquieto, informai i capi della Dc ma ho sempre avuto il privilegio di non essere creduto e la cosa finì lì”. 

Dal racconto dell’ex democristiano emerge come i vertici del suo partito avessero pericolosamente sottovalutato lo scenario prospettato da Carlo De Benedetti, un grave errore politico che colse colpevolmente impreparata la classe dirigente del partito più potente della Prima Repubblica all’appuntamento con la storia. “A settembre ’91, al Forum Ambrosetti di Cernobbio, mi accorsi che il clima era completamente cambiato. I cosiddetti poteri forti ci avevano abbandonato, i grandi giornali, dal Corriere alla Repubblica, iniziarono a criticarci pesantemente, e mi avvidi che la Dc e il pentapartito avevano perso la sintonia con le classi dirigenti del Paese”.

Questo era il clima che si respirava nel Paese già molti mesi prima del fatidico 17 febbraio 1992, giorno in cui venne arrestato l’allora presidente del Pio Albergo Trivulzio, il socialista Mario Chiesa, ed ebbe ufficialmente inizio la stagione che sarebbe poi stata consegnata alla storia con il nome di ‘Tangentopoli’.

Una fase cruciale della vita della nostra nazione, in cui il ricorso allo strumento giudiziario permise all’establischment finanziario di distruggere il pentapartito e decretare così la fine della Prima Repubblica. “Con Amato a Palazzo Chigi, Gerardo Chiaromonte, uno dei pezzi da novanta della nomenklatura rossa, mi fece sapere riservatamente che il Pds aveva scelto la via giudiziaria per andare al potere. E so che la stessa comunicazione arrivò al leader liberale Renato Altissimo. Cosa questo significasse in concreto non me lo chiarì; ma certe anomalie sono evidenti anche oggi, a distanza di tanto tempo. E, in parte, restano inspiegabili: il Pds e la sinistra democristiana, insomma i soggetti che poi formarono l’Ulivo, schivarono miracolosamente la tempesta. Solo non avevano calcolato tale Silvio Berlusconi. Ma quella è un’altra storia”, conclude Paolo Cirino Pomicino, chiarendo così, laddove ve ne fosse ancora la necessità, le oscure trame di potere che condussero poi a ‘Mani Pulite’ ed alla situazione politica del trentennio seguente.

 SALVATORE DI BARTOLO