Conservatori, una battaglia di resistenza interiore. Intervista a Luigi Iannone

Luigi Iannone, giornalista, scrittore e profondo conoscitore del pensiero conservatore è tra i saggisti italiani più attivi sul tema. Giornalista su Il Giornale.it Iannone scrive per vari giornali online e ha scritto per le pagine culturali del Secolo d’ItaliaL’Indipendente e Il Roma, per i periodici Panorama e Il Borghese.Ha curato e prefato La rivoluzione conservatrice di Ernst Nolte e il volume collettaneo Ernst Jünger.

Tra i suoi libri ricordiamo: Un conservatore atipico. Giuseppe Prezzolini. Intellettuale politicamente scorrettoTolkien e Il Signore degli AnelliStoria, Europa e Modernità. Intervista a Ernst Nolte;Jünger e Schmitt. Dialogo sulla modernitàIl suicidio dell’Occidente. Libro intervista a Roger ScrutonManifesto antimodernoIl profumo del nichilismoSull’inutilità della destraL’ubbidiente democratico. Nel 2003 ha vinto il Premio Nazionale della Cultura istituito dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri per l’attività saggistica.

  • Il pensiero conservatore ha una sua origine lontana ed è difficile inquadrarlo in poche righe. Oggi davanti alla ribalta globalista che tende a rovesciare storia, origini e identità, è tornato di grande attualità. Volendo tracciare il leit motiv di questa “riabilitazione” odierna la nostra redazione ha provato a stilare un manifesto dei valori conservatori le chiediamo un commento

Mi sembra un ventaglio articolato su cui ci si possa trovare per larghi tratti d’accordo. Per quanto mi riguarda, essendo su un fronte che scivola fatalmente dal realismo al pessimismo più cupo, tendo a far coincidere il concetto di conservatorismo con quello di resistenza interiore (o, se volete, spirituale). Difendere taluni spazi di libertà e di identità è per me, oggi, una battaglia di resistenza prepolitica più che una adesione a posizioni partitiche o politiche da cui, peraltro, mi sento lontano, o almeno non totalmente conquistato. 

  • Lo scorso 12 gennaio si è celebrato il primo anno dalla morte del filosofo conservatore Roger Scruton, quali punti del suo pensiero ritiene sia utile portare all’attualità? 

Bisogna fare innanzitutto una premessa. Scruton è figlio di un mondo, quello anglosassone, che pur solido su talune convinzioni, cerca di innervarsi frequentemente e trovare punti di contatto con il liberalismo. Non cede posizioni, ma certamente si confronta e non teme la sfida. Il suo posizionamento nei confronti del “thatcherismo” è per esempio sotto gli occhi di tutti, come altrettanto evidente la sua autonomia e la non coincidenza assoluta e incondizionata verso quel modello politico. Il suo è quindi un conservatorismo liminare alle analisi di Edmund Burke, tanto per fare un nome, e meno al liberismo integrale che ha caratterizzato il modello inglese degli anni Ottanta. E sono tanti i punti imprescindibili del pensiero di uno che è stato innanzitutto apologeta dello stato-nazione e radicalmente ostile all’Unione europea: la critica al femminismo, all’egualitarismo, al politicamente corretto (e quindi i suoi saggi sulla caccia, sulla bellezza, sul sacro eccetera), la difesa di principi e valori considerati desueti come la comunità, l’identità, la famiglia (e, di correlato, la sua ostilità radicale al matrimonio tra persone dello stesso sesso), un ambientalismo non ideologico, l’avversione all’islamismo.

  • La parola conservatore in Italia ha una connotazione spesso negativa. Ecco perché, a differenza dei Paesi anglosassoni, questa parola è caduta spesso nell’oblio. Quali partiti e pensatori in Italia oggi, secondo Lei, hanno nella loro matrice uno stampo conservatore? E perché definirsi conservatori in Italia sembra spesso un tabù?

L’ostilità nei confronti del conservatorismo è anche comprensibile. Il conservatorismo si fonda su taluni principi inderogabili che, però, a differenza di ogni fronte progressista che è per sua natura monocorde e identico in ogni parte del pianeta, si adattano a luoghi, tempi, circostanze. Un conservatore anglosassone opererà politicamente su quadri tattici diversi dai nostri o da quelli di un conservatore australiano o thailandese. Sui partiti lascerei perdere e non mi azzardo a dare giudizi definitivi. Al momento attuale sono di una liquidità e di un funambolismo talmente disarmante che – nel caso approvassi o condannassi una loro scelta o posizionamento – rischierei di essere smentito tra un’ora. Il fronte di centrodestra mi pare quello più attrezzato per dare risposte alle esigenze di un pensiero di tale tipo, ma conta poco ciò che promettono o fanno sperare in questa fase. A essere decisiva sarà l’azione di governo e cosa sapranno fare nel momento in cui avranno la guida della nazione. Tante volte hanno fatto inversione di rotta. Sulla sua seconda domanda, è cioè perché difendere certi valori sembra essere diventato un tabù, la risposta è chiara: perché in una società come la nostra, difendere l’ovvio è rivoluzionario! E quindi, sovvertire l’ordine costituito o che si tenta di costituire, significa essere fuori dagli attuali schemi di comprensione logica. Affermare che “genitore 1” e “genitore 2” sono dizioni che rasentano il ridicolo dovrebbe apparire come cosa ragionevole e di buon senso e, invece, in questo baillamme che tutto accoglie, appare come rivoluzionaria e sovvertitrice.

  • La più grande eredità conservatrice italiana a quali autori può essere intestata? Ce ne indichi almeno tre…

L’elenco sarebbe lunghissimo e incasellare in ambiti definiti autori diversi per percorsi e sensibilità è pericoloso e fuorviante. Il conservatorismo è un mondo così articolato e multiforme che intestarlo a qualcuno diventa riduttivo. Mi limito comunque alla lettera “P” e ad un preciso momento storico. E dunque: Papini, Pirandello e Prezzolini.

  • La cultura conservatrice è solo “occidentale” o si rinvengono esempi anche in Oriente? 

Dovunque si difenda un patto storico tra le generazioni (il legame «fra i morti, i vivi e i non ancora nati» di burkiana memoria), si ritenga il progresso non un valore in sé e quindi “assoluto”, ma sostanza da valutare momento per momento, e si dia spazio e margine di manovra ad una visione non materialistica dell’esistente c’è spazio per una cultura conservatrice. 

L’ex toga Palamara: “Napolitano dietro le inchieste su Berlusconi. Dovevamo farlo cadere ad ogni costo”!

di Salvatore Di Bartolo – Il caso Palamara, ex presidente di Anm e membro del Csm, torna d’attualità con l’uscita del suo libro-intervista “Il sistema“, scritto dal direttore del Giornale Alessandro Sallusti. Un volume in cui l’ormai ex magistrato si sfoga e vuota il sacco sulla storia segreta della magistratura italiana, non rinnegando nulla, ma al contrario ammettendo esplicitamente di essere consapevole di aver creato un sistema che per anni ha influenzato il mondo della magistratura e, conseguentemente, le dinamiche politiche e sociali del Paese. “Non rinnego ciò che ho fatto” – afferma Palamara – “colleghi magistrati, importanti leader politici e uomini delle istituzioni, molti dei quali ancora al loro posto, hanno partecipato con me a tessere questa tela ed erano pienamente consapevoli di ciò che stava accadendo”.

“Voglio essere chiaro” – prosegue l’ex toga – “dal 2008 fino al 2011, quando il governo Berlusconi cadde sotto i colpi dello spread, ci fu una mobilitazione di toghe contro l’allora presidente del consiglio e, come da prassi costante dell’Associazione nazionale magistrati, l’attività è sempre stata condivisa con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. E’ impensabile sostenere che negli anni di cui stiamo parlando l’Anm si sia mossa fuori dalla copertura del Quirinale, con il quale veniva condivisa ogni decisione che comportasse una rilevanza politica”.

A questo punto, Luca Palamara cita quanto accaduto nel dicembre 2010: “L’Anm e Gianfranco Fini, allora presidente della Camera ed alleato di Berlusconi, fecero un accordo segreto per bloccare il ddl intercettazioni, da sempre inviso alla magistratura, in cambio di protezione per lo stesso Fini ed i suoi”. E prosegue, “nel gennaio 2011, quando partirono le perquisizioni nelle abitazioni di numerose ragazze e Berlusconi venne indagato per concussione, lo dico onestamente, fummo tutti un po’ perplessi. L’obiettivo era farlo cadere a tutti i costi”. 

In conclusione, ciò che emerge dalle dichiarazioni di Palamara, è che, sin dal 2008, la linea dell’Anm, concordata con l’allora inquilino del Quirinale, che quindi era molto più di un semplice osservatore privilegiato, prevedeva il ricorso ad ogni mezzo possibile pur di far cadere il governo Berlusconi. 


	

Dall’incendio del Reichstag 2.0 alla nuova Saigon: tornano gli USA che conoscevamo

Ecco che tornano gli USA che conoscevamo. Effettivamente in molti ne avevano sentito la mancanza. Io no. Gli effetti delle devastazioni del democratico-imperialista Barack Obama continuiamo a subirli giornalmente. Tra le basi (NATO) sulle quali si fonda la nostra Repubblica e il continuo andirivieni di esseri umani dalle coste sud del Mediterraneo, non ci siamo dimenticati certamente – in questi 4 anni a.B. (avanti Biden) – dell’egemonia statunitense.

Eppure la “reductio ad Hitlerum” continua imperterrita nei confronti del ciuffo biondo che fa impazzire il mondo, Mr. Donald Trump, il quale ha la gravissima colpa (e non solo questa) – secondo i Dem e le strutture allineate – di non aver continuato a devastare delle terre già tremendamente martoriate. Altresì è colpa sua se la marcia trionfale della Cina, seppur per poco tempo prima del Covid, è stata bloccata con politiche lungimiranti.

Difatti il “virus cinese“, così giustamente denominato dall’ex POTUS, ha parzialmente cancellato quanto di ottimo è stato fatto in questi 4 anni da Trump. La disoccupazione praticamente azzerata, la ripresa del suo Pil del 33% su base annua. Risultati fantastici in campo economico e anche sul piano della politica internazionale. Il bastone tra le ruote alla Cina ha cambiato l’agenda politica mondiale, bloccando un processo che – ahimè – ha ripreso a pieno regime il suo avanzare.

L’unico dato in rosso è il tasso di partecipazione al lavoro, sceso di 0,1% punti. La disoccupazione è più bassa di 1,2 punti e la tassa sui redditi delle società è stata tagliata di 14 punti. Il rapporto deficit/Pil prevede un rapporto al 3,9% per il 2018 (nel grafico è riportato un erroneo 12,5%). Il rendimento dei buoni del tesoro americani è salito di oltre 3,10% punti per il Treasury decennale. Il Nasdaq ha guadagnato il 48% rispetto al pre-elezioni, lo S&P 500 il 32%.

La serie di importanti trattati di pace sembra essere un lontano ricordo per tutti, specialmente adesso che al potere sono tornati i Dem/Neocon. In sostanza è lui che avrebbe meritato il Nobel per la pace, non Obama. Trump, specialmente dopo lo stop all’immigrazione, li ha letteralmente fatti impazzire. Ha smontato pezzo dopo pezzo il sistema mediatico ai servigi del Deep State americano e ha – inconsapevolmente – prenotato numerose visite gastroenterologiche agli imitatori provinciali italiani dell’establishment mediatico.

La “reductio ad Hitlerum”

Ogni anno se ne vedono e se ne sentono di cotte e di crude di lagne “contro l’odio“, ma mai nessuno si è scandalizzato per il trattamento riservato a Trump dal giornalismo progressista italico. Figuriamoci che qualcuno, su La7, durante l’incendio del Reichstag 2.0, ha mandato in onda le immagini di un noto film hollywoodiano (Project X) per continuare a far ribollire l’odio dei globo-sovietici nei confronti del Tycoon. Fidatevi dei professionisti dell’informazione.

Oltre al “Direttorissimo“, un altro “odiatore professionista” è stato Giuliano Ferrara, il quale ha bombardato Trump dal 10 agosto 2015 in poi: “noto tamarro“, “cialtrone in chief“, “Donald non sa un cazzo“, “capo di una cricca“, “infantile e carogna“. Ci sarebbe da piangere, invece si ride per il gigantesco travaso di bile dei nostri, ma direi più precisamente “dei loro”, professionisti dell’informazione.

Come dimenticare le parole cariche di odio del giornalista Serra, il quale lo definì l’11 novembre 2016 come: “una persona dalla biografia ripugnante, dai modi ripugnanti e dalle idee ripugnanti“. Anche quelle di Saviano sono parole indimenticabili, il paladino dei più poveri che si gode la vita da New York: “è il simbolo dell’America profonda, quella cafona, tracotante e ignorante”. 75 milioni di bifolchi, dunque?

E se ne sono sentite tante, tante altre da chi impartiva lezioni di stile e tuonava contro l’odio, la volgarità e la rozzezza. Disgraziatamente continua a scorrere quel fiume carsico tipicamente sovietico che erode senza sosta la nostra Italia. Ultime, ma non per importanza, sono le infelici uscite di Friedman nei confronti dell’ex First Lady Melania Trump che potrete trovare qui di seguito.

Eppure il Tycoon ha fatto molto di più rispetto ad Obama, idolo della platea giornalistica nostrana. Trump, bistrattato come xenofobo, è il presidente della riforma giudiziario-carceraria, della riduzione della povertà e della promozione delle Zone di Opportunità economiche. E gli afroamericani se ne sono accorti. Nel 2016 Trump aveva avuto l’8% del voto della comunità suddetta, ma nel novembre 2019, un sondaggio dell’Emerson College dava a Trump un ratio di approvazione tra i neri del 34,5%.

Trump, come ha scritto Glauco Maggi nel suo “Il Guerriero Solitario-Trump e la Mission Impossibile“, è “il razzista che piace sempre più ai neri“. Secondo un sondaggio Harvard Caps/Harris Poll di febbraio 2020, il rating favorevole tra i neri è al 22%, e una stessa percentuale ha registrato Zogby Analytics, che ha scoperto consensi crescenti anche tra le altre minoranze: il 36% degli ispanici e il 38% degli asiatici.

Il “razzismo sistemico” è frutto dell’ideologia dei Dem pro-Biden e pro-Ocasio Cortez e dei loro violenti alleati di strada BLM e Antifa. Milioni di africani fanno ogni anno domanda per vincere la green card ed immigrare nel paese statunitense. Trump aveva deciso di abolire la lotteria, puntando ad una riforma dell’immigrazione regolare basata sui meriti delle persone che intendono immigrare negli Usa, non sul caso.

I numeri valgono molto più dei sermoni. Difatti essi dimostrano che proprio gli emigranti neri fanno la fila, a legioni, per lasciare l’Africa e diventare americani. Per l’anno fiscale 2020, il numero di candidati provenienti da 47 nazioni dell’Africa sub-sahariana ammissibili alla lotteria è stato di 9,2 milioni, rispetto ai soli 2,8 milioni del 2011. Tra il 2010 e il 2016 la media è stata di 14,9 milioni, ma dal 2017 al 2020 essa è aumentata di altri 7 milioni per un totale di 21,9.

Ogni anno il governo decide quali nazioni possono partecipare al concorso. In Africa è esclusa soltanto la Nigeria. Dunque, come si può definire l’America un paese razzista? Pew Research riporta che gli immigrati africani hanno più probabilità degli americani complessivamente di avere una laurea e un recente studio dell’Università del Kansas rivela che il loro tasso di partecipazione alla forza lavoro è del 73%.

Secondo alcune misure, i nigeriani sono il gruppo di immigrati di maggior successo nel paese. Il cinquantanove per cento ha una laurea, più del doppio della popolazione nel suo complesso; e nel 2018 il loro reddito familiare medio era di quasi 7000 dollari in più rispetto alla media.

“Sette elettori su dieci affermano che l’economia statunitense è forte”; “Sempre più lettori affermano che la loro situazione finanziaria è migliorata rispetto al 2017”. Grafici della Harvard Caps/Harris Poll (Febbraio 2020)

L’incendio del Reichstag 2.0

Rudolph Giuliani non è certamente un uomo qualunque. Avvocato, imprenditore statunitense, ex sindaco di New York per il Partito Repubblicano dal 1° gennaio 1994 al 31 dicembre 2001. Durante il suo mandato ha attuato una politica di repressione del crimine definita “tolleranza zero”, che gli ha permesso di accreditarsi come l’uomo che aveva ridotto il numero di crimini commessi migliorando la situazione newyorkese.

Grande amico dei giudici Falcone e Borsellino, Giuliani è considerato un liberista e la sua visione politica si può riconoscere nel conservatorismo liberale. Giuliani è tornato alla ribalta mediatica per aver assistito Trump durante l’enorme scandalo dei brogli elettorali adeguatamente escogitati dai Dem. Sarebbe folle affermare il contrario, come sarebbe assurdo negare che una larga fetta dei voti americani sia andata a Biden soprattutto a causa del Covid.

Giuliani è stato insultato, offeso, denigrato dagli stessi giornalisti che ho testé citato. La sua colpa? Difendere il Tycoon. L’intera platea del giornalismo nostrano ha dimenticato le azioni compiute da Giuliani, specialmente dopo l’attentato delle Torri Gemelle. Lo hanno obliato perché adesso si è schierato con il “nemico”. Per il governo della nuova Saigon, adeguatamente blindata per le celebrazioni del 46° presidente americano, Giuliani e la sua banda non sono altro che dei veri e propri fuorilegge.

Serviva un pretesto per annichilire la resistenza dei repubblicani ai brogli dei Dem e in poco tempo è accaduto quello che tutta la platea ha raccontato come l’attacco alla più grande democrazia del mondo. Serviva un pretesto per zittire Trump e l’assalto a Capitol Hill è stato lo scacco matto dei Dem. La ciclicità della storia è indubbia, soprattutto di fronte a questi eventi.

L’incendio del Reichstag non fu altro che un pretesto da parte del partito nazionalsocialista per mettere fuori legge qualsiasi opportunità di contraddittorio nella Germania del nuovo Reich e per eliminare lo stesso Reichstag, simbolo della vecchia Germania. Il pretesto di Capitol Hill servirà ai Dem, da oggi in poi, per plasmare l’opinione pubblica: “Avete visto di cosa sono capaci i Repubblicani? Come potrete votarli ancora in futuro dopo tutto questo?“.

Ragionandoci adeguatamente, che senso aveva – per Trump – incitare la folla repubblicana ad attaccare la sede del Parlamento statunitense se in mano teneva delle prove schiaccianti contro i Dem? D’altronde nel suo discorso pre-protesta, lo stesso Trump aveva chiesto ai suoi seguaci di protestarepeacefully“, pacificamente.

Eppure i colpi di Stato si facevano in maniera diversa, almeno così dice la storia. Pinochet si era presentato con il “Tanquetazo“, non come la parodia di Aldo vestito da sciamano. Al momento dei tafferugli, Trump ha chiesto ai manifestati di lasciare Washington per evitare ulteriori guai e loro hanno ubbidito. Da lì si è scatenato l’inferno. Twitter e Facebook hanno chiuso gli account del POTUS così che non si potesse più vedere quanto i suoi messaggi incitassero ad una protesta pacifica.

In milioni si sono inorriditi per i piedi appoggiati sul tavolo della Pelosi da parte di un manifestante, ma dov’erano questi paladini del buon senso quando la stessa Speaker della Camera ha strappato il discorso di Trump alle sue spalle?

Tutto questo in una nazione messa a ferro e fuoco dalle terrificanti manifestazioni dei BLM. Alcuni chiedono che i legislatori che appoggiano Trump siano espulsi dall’incarico. Il Washington Post ha affermato che “i repubblicani sedizioni devono essere ritenuti responsabili“. Anche la campagna anti-social media è ricominciata sul serio, con Parler e GAB già accusati di consentire il “linguaggio violento” sulle loro piattaforme.

La nuova Saigon di Biden

La cerimonia di insediamento del nuovo presidente degli USA, Joe Biden, è avvenuta a Washington in un’atmosfera surreale degna di quella Saigon durante l’offensiva del Tet. Di certo la capitale americana non sembrava affatto una città del libero occidente nel ventunesimo secolo. Subito dopo la celebrazione, il nuovo Presidente ha firmato una serie di ordini esecutivi che delineano il nuovo corso della politica statunitense.

La maggior parte di essi stravolgono la linea dell’esecutivo Trump e spaziano in diversi contesti: dal ritorno degli Usa nell’Oms e negli accordi di Parigi sul clima sino alla costruzione del muro al confine col Messico, inaugurato dell’amministrazione Clinton col provvedimento Illegal Immigration Reform and Immigrant Responsibility Act del 1996 e portato avanti da tutte le successive a fasi alterne. Per quanto riguarda l’enclave geopolitica euro-russa, il presidente Biden ha messo al centro del mirino Mosca.

La capitale russa è ritenuta una minaccia per la democrazia e la stabilità globale. Questo atteggiamento tenderà a favorire il caso Navalny, l’Ucraina, la Bielorussia e i vari trattati “New Start“, la Cyber Warfare e la Siria. Washington vuole prolungare per un quinquennio gli accordi di riduzione degli armamenti nucleari (New Start), i quali stavano per essere abbandonati dall’amministrazione Trump per via della mancata partecipazione della Cina.

Ma senza ombra di dubbio, la mossa più eclatante di Biden riguarda l’adozione di una politica di scontro con Mosca. L’azione più indicativa è rappresentata dal fronte siriano, nel quale è stata inviata una coalizione militare nella provincia nord-orientale di Hasakah. Trump si era limitato a tenere dei “cani da guardia” alle installazioni petrolifere, mentre Biden – secondo Rt Arabic – ha inviato un convoglio di 35 camion con rifornimenti per le forze militari statunitensi. Un biglietto da visita parecchio particolare.

Sul caso Navalny, arrestato appena atterrato su suolo russo, la Casa Bianca non usa mezzi termini: Jake Sullivan, il nuovo consigliere per la Sicurezza Nazionale statunitense, ha condannato con forza l’arresto del magnate russo chiedendone “l’immediato rilascio”, sottolineando “l’inaccettabile violazione dei diritti umani” e rinnovando la richiesta che i “responsabili del tentato omicidio al leader dell’opposizione venissero individuati e processati”.

Per quanto riguarda gli Stati che rappresentavano la vitale sfera di influenza russa nel suo settore occidentale – Ucraina e Bielorussia – i segnali che arrivano dall’amministrazione Biden sono parecchio preoccupanti. L’amministrazione Dem ha promesso di accogliere alla Casa Bianca Svetlana Tikhanovskaya, oppositrice di Alexander Lukashenko, costretta a fuggire all’estero dopo le passate elezioni in Bielorussia. Inoltre l’amministrazione Usa sarebbe intenzionata a comminare delle sanzioni nei confronti di Minsk.

Il Cremlino si è spesso trovato in imbarazzo davanti a certi “colpi di testa” di Lukashenko, ma di certo non può perdere un altro stato così dopo gli eventi ucraini. Soprattutto perché la Bielorussia rappresenta, per motivazioni geografiche e storiche, una delle due porte verso il cuore del Paese russo.

Il dossier ucraino è forse quello più scottante e che, insieme a quello bielorusso, farà da cartina tornasole per la politica statunitense verso la Russia. In ballo non c’è solamente la questione della Crimea o del Donbass, dove la situazione è in un caso molto difficilmente reversibile e nell’altro stagnante, ma quella del possibile ingresso di Kiev nell’Alleanza Atlantica.

Da questa amministrazione ci si aspetta una posizione molto più aggressiva attraverso l’implementazione delle relazioni politiche e militari. La nomina a nuovo segretario di Stato di Anthony Blinken, che nel 2014 aiutò a coordinare le sanzioni contro la Russia dopo l’invasione della Crimea, non fa prospettare nulla di buono da questo punto di vista: se Washington farà dell’integrazione euro-atlantica dell’Ucraina una delle sue priorità, la rottura con Mosca sarà quasi totale e molto pericolosa in prospettiva; del resto mettere un avversario con le spalle al muro non è mai una scelta diplomaticamente saggia, e Pearl Harbor avrebbe dovuto insegnare qualcosa ai democratici.

Basta poi dare uno sguardo alle nuove nomine volute da Biden nei ruoli chiave dell’amministrazione per capire quale sia l’atteggiamento generale della politica estera Usa: il nuovo direttore della Cia, Williams Burns, è stato ambasciatore a Mosca, ma soprattutto da temere è Victoria Nuland, nuovo sottosegretario al Dipartimento di Stato per gli Affari Politici, che coordinò le politiche dell’amministrazione Obama durante la rivolta di “EuroMaidan”.

Gli Stati Uniti quindi, dopo un quadriennio di “America First” che ha visto, in certi settori di globo, il disimpegno militare, ma sicuramente caratterizzato dal pregio di non aver inaugurato nessun nuovo conflitto e cercato di porre termine a quelle che sono state definite “guerre infinite”, riprendono la loro politica estera assertiva e quella “promozione della democrazia” che ha causato sconvolgimenti e instabilità, in tempi più o meno recenti, in ampi settori del Medio Oriente e del Nord Africa: il progetto del presidente Biden di convocare entro il primo anno del suo mandato un “Summit delle Democrazie”, più che definire le priorità di un sistema di alleanze fra Paesi democratici per “contenere le autocrazie che minacciano stabilità e sicurezza globale” rischia seriamente, stante i precedenti storici, di diventare un congresso dove si decide quale Paese destabilizzare con la reale possibilità di vedere un ritorno di fiamma del terrorismo e la nascita di nuovi conflitti, questa volta boots on ground.

Il maldestro Riccardino servitor di due padroni

Il servitore di due padroni, meglio noto come: “Arlecchino servitore di due padroni”, è una celebre commedia di Carlo Goldoni, scritta dall’autore veneto nel 1745.

In piena sintonia con la tradizione della Commedia dell’Arte, Goldoni scrisse l’opera in forma di canovaccio in funzione di Antonio Sacco, il quale, secondo l’usanza del tempo, recitava improvvisando. Con successive riscritture, l’opera si dotò di un copione steso per intero, così come voleva la graduale riforma del suo autore.

Protagonista della commedia è tale Arlecchino (o Truffaldino), un servo che si comporta da sciocco quando le cose non gli interessano e dimostra invece grande astuzia nelle situazioni che lo toccano direttamente. Il suo unico interesse è mangiare a sazietà e per raggiungere questo scopo si troverà a dover servire due padroni, dando vita a una storia complicatissima pieni di equivoci e inganni. 

Una storia, quella immaginata dal Goldoni, che ricorda quella di tal Riccardino, al secolo Senator Riccardo Nencini che, nella prima parte della commedia, temendo di trovarsi improvvisamente senza una sedia su cui poggiare, concede il simbolo che detiene (il garofano del Psi) e che tanto gola fa, al suo conterraneo, il toscanaccio Matteo (senatore semplice Matteo Renzi), divenendone il fedele servitore. 

Nella seconda parte, invece, Riccardino di fronte al rischio di perdere la tanto amata cadrega, decide di concedere i suoi servigi ad un altro padroncino, Giuseppi (megapresidente galattico e gran avvocato del popolo Prof. Giuseppe Conte), specificandogli tuttavia che: “il primo padrone non si scorda mai” e divenendo così: “Riccardino servitor di due padroni”.  

Una storia quindi anche questa intricatissima, ricca di intrighi, sotterfugi ed inganni. Il tutto per l’unico scopo di soddisfare l’interesse del protagonista: tenersi stretta la poltrona!

DI BARTOLO SALVATORE 

Dal modello Ellenico al modello di Impresa“Monti”

Le dichiarazioni del Senatore Mario Monti sulla grave crisi che investe le imprese.

Nell’antica Sparta i neonati erano sottoposti a un esame fisico: se apparivano troppo gracili o avevano qualche problema di salute, venivano abbandonati sul Taigeto e lasciati morire. Se invece erano sani sarebbero diventati guerrieri, forti valorosi e spietati. Leggendo le dichiarazioni del Senatore Monti sulla crisi che colpisce le attività economiche , ho capito che il suo concetto di impresa si rifà all’antica Grecia.

Queste le sue parole: “Diviene perciò importante porsi con urgenza il problema di quanto abbia senso continuare a «ristorare» con debito, cioè a spese degli italiani di domani, le perdite subite a causa del lockdown, quando per molte attività sarebbe meglio che lo Stato favorisse la ristrutturazione o la chiusura, con il necessario accompagnamento sociale, per destinare le risorse ad attività che si svilupperanno, invece che a quelle che purtroppo non avranno un domani“.

La soluzione che propone Monti è semplice: far fallire le partite Iva e la piccola impresa italiana, proprio come i neonati gracili nell’antica Sparta, peccato che qui non contribuiremo alla sopravvivenza della nostra civiltà , ma al contrario alla cancellazione della libera impresa in favore di grandi gruppi esteri e di agglomerati finanziari. Far morire quel tessuto economico “capillare” che ha da sempre caratterizzato la nostra economia dalle altre, e che da sempre fa invidia alle economie mitteleuropee.

L’ideologia Montiana sembra collimare alla perfezione con le politiche di sostegno dei “divani di cittadinanza” e con quelle degli “amici delle banche”, e non sarebbe un sogno, ma piuttosto un incubo, prevedere un posto nel terzo rimpastino Conte, anche per lo “spartano” Monti.

Santi Grillo

Co-fondatore de Il Conservatore.it

Dopo il “mai con il Pd” Di Maio si avventura sul “mai con l’Udc”

Associazione per delinquere semplice, aggravata dal metodo mafioso. È l’accusa della direzione distrettuale antimafia di Catanzaro nei confronti del segretario dell’Udc Lorenzo Cesa, dimessosi immediatamente appena venuto a conoscenza dell’inchiesta, seppur dichiarandosi assolutamente estraneo ai fatti.

Le dimissioni di Cesa arrivano poche ore prima che lo stesso segretario Udc, unitamente ad una delegazione di centrodestra, avrebbe dovuto recarsi al Quirinale per un colloquio con il Presidente della Repubblica Mattarella per discutere della crisi di governo. 

Proprio nei giorni scorsi da più parti, tra le attuali forze di governo, si stava tentando di coinvolgere Lorenzo Cesa ed il suo partito ad entrare a far parte della nuova maggioranza per allargare la base parlamentare. Al segretario dell’Udc – che ha sempre smentito un suo appoggio all’esecutivo guidato dal premier Conte – era stata proposta finanche una poltrona da ministro, secondo quanto si apprende da accreditate fonti parlamentari. 

Cosa succederà adesso con l’uscita di scena dell’ormai ex segretario Udc? I “giallorossi” continueranno ad insistere per coinvolgere i parlamentari Udc nell’avventura di governo? 

Dal canto loro, diversi esponenti del mondo pentastellato, tra cui in primis il ministro Di Maio, hanno tempestivamente tenuto a precisare che il Movimento non intende aprire alcun dialogo con soggetti al centro di indagini per reati gravi, ribadendo con fermezza la centralità della “questione morale” per l’universo pentastellato. Mai con l’Udc quindi. 

Un interrogativo a questo punto sorge però spontaneo. Di fronte alla possibilità concreta di far scadere l’ultimatum di Mattarella senza aver trovato il nuovo gruppo di “costruttori” e dover rimettere quindi il mandato di governo nelle mani del Quirinale, il Movimento resterà fermo su questa linea oppure rivaluterà la posizione dell’Udc? 

DI BARTOLO SALVATORE 

Un governo conservatore per l’Italia: intervista a Daniele Capezzone

Daniele Capezzone scrive per il quotidiano La Verità (per cui cura anche la rassegna online #LaVeritaAlleSette) e per il magazine Atlantico. In tv appare come commentatore in alcuni programmi delle reti Mediaset.

Ha lasciato l’arena politica dopo essere stato due volte parlamentare, e dopo aver presieduto la Commissione Attività produttive (2006-2007) e la Commissione Finanze (2013-2015) della Camera dei deputati. Atlantista, liberale classico, detesta il politicamente corretto. Ha pubblicato per Piemme “Likecrazia”. 

Il governo Conte sembra avere una buona dose di conoscenza dei tempi comunicativi tant’è che “il ritorno alla normalità” dopo la conta in Senato ha fatto scendere l’attenzione sull’instabilità del governo. Un tema che però, risulta quanto mai attuale e urgente…

“Quello che mi lascia sgomento è il fatto che governo e maggioranza sembrino aver drammaticamente smarrito ogni contatto con la realtà: solo nel 2020 ci sono state 500mila aziende chiuse, nei prossimi mesi rischiamo uno tsunami di fallimenti e licenziamenti, e invece la discussione politica e mediatica avviene su giochi – peraltro modesti – di politics. Temo non si rendano conto di quanto tutto ciò possa alimentare rabbia e rifiuto della politica da parte dell’Italia reale” 

Secondo Lei quali strade si aprono per il Presidente Mattarella e cosa sarebbe auspicabile alla luce dei possibili risvolti in Parlamento?

“In termini di pura descrizione oggettiva degli scenari possibili, ce ne sono quattro: che il reclutamento di senatori al Senato da parte del governo Conte riesca; che invece l’attuale maggioranza riapra il dialogo con Matteo Renzi; che, con un altro premier, si vada a un governo più largo o addirittura di unità nazionale; e infine, che si vada a uno scioglimento delle Camere con elezioni. Personalmente, ritengo che la strada maestra sia l’ultima, e a mio avviso già la si sarebbe dovuta imboccare a settembre del 2019, anziché dar vita al fallimentare esperimento giallorosso. Come criterio generale, credo sia sempre opportuno, nelle situazioni di crisi politica acuta, evitare che si allarghi il fossato tra l’aritmetica parlamentare e il sentimento del paese. E’ sempre meglio che un governo e una maggioranza abbiano un saldo legame con la volontà dell’opinione pubblica”

Per molti analisti le elezioni anticipate sarebbero una sciagura. In molti temono un governo di centrodestra figlio di un momento difficile per il Paese, condizionato dalla paura del covid e dall’instabilità economica. Perché il centrodestra fa così paura?

“Più ancora del centrodestra, ad alcuni – e da molti anni – fa paura l’elettorato. C’è un’abitudine e un’attitudine di alcuni, e a mio avviso si tratta di un’impostazione sciagurata, a separare kratos e demos, a ritenere che la democrazia sia più “sicura” se gestita da presunti “competenti” scollegati dal consenso popolare. Ecco, io la penso in modo opposto: a maggior ragione in tempi confusi come questi, è sano avvicinare istituzioni e cittadini, non allontanarli”

C’è vita su Marte ma anche nel centrodestra… Giorgia Meloni e Matteo Salvini, sondaggi alla mano, si contendono la leadership del futuro e possibile governo di centrodestra. Può questa “corsa” interna alla coalizione generare fratture e instabilità o è invece un elemento di vigore democratico? 

“Che ci sia competizione è fisiologico. Mi auguro tuttavia che il centrodestra non si faccia contagiare o irretire dal clima neoproporzionalista che l’attuale maggioranza vuole ricreare. E anzi auspicherei che i leader di tutte le forze alternative alla sinistra ragionassero – al di là delle loro differenze di partito – come se fossero già parte di un unico soggetto “repubblicano” (per dirla all’americana) o “conservatore” (se adottiamo il riferimento britannico). Insomma, il centrodestra (e molte cose mi pare vadano in questa direzione, compresa l’udienza al Quirinale chiesta e ottenuta congiuntamente dai tre partiti) farà bene a ragionare come un blocco politico unico, non consentendo a nessuno di farsi disarticolare. Altra cosa è naturalmente il dibattito interno e la gara di idee, cose sempre benvenute”

I valori conservatori possono ancora fare da traino all’azione politica ed eventualmente governativa della squadra del centrodestra? Quali priorità bisogna che si dia la compagine blu per risanare il Paese? Sempre che da qui a 6 mesi si vada al voto… 

“Meno tasse, meno regolamentazione, meno pubblico. E’ questa la carta da giocare per liberare le energie del settore privato, per sottrarre le famiglie e le imprese alla gabbia in cui sono state rinchiuse” 

Un’ultima domanda sui primi giorni di Biden alla Casa Bianca: che idea si è fatto?

“Un preoccupante divario tra le parole e i fatti. A parole, grandi appelli all’unità e alla riconciliazione. Nei fatti, temo, comportamenti volti a ignorare la mezza America che non vota dem. Quanto al piano internazionale, è ancora presto per giudicare: temo però che diversi avversari dell’Occidente contino su una maggiore debolezza di questa amministrazione. Speriamo che questa valutazione sia errata” 

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A cura di Santi Cautela

Il Conservatore è innanzitutto un rivoluzionario

Il Conservatore è un dominio, un blog, una persona, un politico o un intellettuale. Può essere tutto questo insieme.

Non abbiamo la presunzione di avere la risposta e neanche di fare la domanda opportuna ma, in questo spazio, puntiamo a dibattere sulle grandi tematiche del mondo conservatore, dalla vision politica all’eredità storica fino alle issues pensate su questo particolare frame politico.

Essere conservatori oggi vale sia nella vita personale come stile ma può anche essere trasposto su un retro-pensiero di matrice intellettuale, anti-conformista e purista nel genus. In tempi dove tutto è dettato dall’iper-liberismo, qualcosa da conservare si trova ancora. Suona come una domanda ma non lo è. Non somiglia neanche a una risposta. In mezzo, ci siamo noi.

Santi Cautela

Fondatore de Il Conservatore.it