Manifesto dei Valori

Essere conservatori oggi può voler dire compiere la più grandi delle scelte rivoluzionarie.

In tempi in cui ogni valore viene distrutto dalle logiche liberiste e globaliste, figlie del feticcio sottoprodotto delle culture egemoni imperanti sul web e nell’economia, la grande famiglia del conservatorismo torna quanto mai attuale e per nulla anacronistica.

Il nostro manifesto dei valori mette al centro – quindi non virando a destra – la difesa della vita, la tutela della famiglia tradizionale, i valori dell’ordine e della tradizione cristiana, del decoro e della dignità della persona, la difesa e la valorizzazione del concetto di Patria e di Nazione in un’Europa dei popoli dove le differenze devono coesistere e non essere abbattute.

Il rispetto dell’identità nazionale e della storia di un popolo non possono essere forzatamente annullate per un sovra-ordine mondiale basato sul controllo della classe media.

Il conservatorismo ha origini antiche ma sempre europee-occidentali e ha in ogni modo segnato, nel solco della tradizione cristiana-romana, la mappa valoriale della nostra storia e cultura millenaria. Si rinvengono – per matrici diverse – esempi di conservatorismo come dottrina letteraria e filosofica in svariati campi (vedi la poesia del primo Gabriele D’Annunzio e di Ezra Pound) e in luoghi anche diversi dall’Occidente, come le tesi imperialiste di Mishima in Giappone nel secondo dopoguerra.

Il conservatorismo si origina dall’antitesi degli aspetti radicali della rivoluzione francese. Per François-René de Chateaubriand, il conservatore è colui che sostiene la religione, la monarchia, la libertà, la Carta (la Costituzione francese del 1814-1815) e la gente rispettabile.

È conservatore colui che in una società in continuo cambiamento come quella attuale, ha dei solidi valori di ancoraggio, la possibilità di aggrapparsi orgogliosamente a quello che non muta.

La nascita dei partiti conservatori è legata alla storia del parlamentarismo inglese, al cui interno già nel 1680 si formò una fazione politica denominata spregiativamente tory (tories si chiamavano infatti le bande di briganti che infestavano le regioni irlandesi nel 17° sec.), per via del fatto che i suoi membri approvarono la successione di un erede cattolico al trono di Carlo II.

Successivamente i tories divennero fedeli sostenitori degli interessi della Corona e dal 1832 si denominarono conservatives (conservatori), costituendosi come rappresentanza politica dei ceti aristocratici e della grande proprietà terriera.

Nel Regno Unito il conservatorismo ha avuto maggior successo rispetto alla Francia. Non avendo subito la Rivoluzione ed essendo timorosa degli eccessi come il Terrore, la monarchia inglese aveva mantenuto la benevolenza e il rispetto del suo popolo.

Nel frattempo negli USA, Alexander Hamilton fonda un altro partito proto-conservatore, il Partito Federalista. Favorevole alla centralizzazione dei poteri, all’industrializzazione e al monetarismo; era infine contrapposto al partito Democratico-Repubblicano di Thomas Jefferson.

I moderni partiti conservatori, tra i quali il più importante resta il Partito conservatore britannico, si distinguono per incorporare uno o più elementi della tradizione politica nel cui contesto si trovano a operare, quali il confessionalismo, il nazionalismo, il liberalismo ecc.

Almeno nell’esperienza europea questi partiti presentano tuttavia, come caratteristica in qualche modo unificante, la composizione della propria base sociale ed elettorale costituita da interessi collegati prevalentemente agli strati medio-alti della borghesia.

Nell’era contemporanea, l’incisività del primo ministro britannico Margaret Thatcher permise all’indebolito partito conservatore inglese un’effettiva rivitalizzazione, garantendogli quasi diciotto anni di governo. La sua preparazione in campo politico venne ispirata dal celebre e “vulcanico” primo ministro Winston Churchill, anch’egli punta di diamante del Partito Conservatore britannico e arcigno comandante in campo nella difesa di Londra dai bombardamenti della Luftwaffe.

Solcando le acque della Manica, possiamo distinguere fra i partiti conservatori tedeschi, nei quali è riconoscibile la tradizione luterana, ma anche quella della destra cattolica (è il caso della CSU, Christlich-Soziale Union, di F.J. Strauss), e quelli avvicendatisi in Francia, dove ai caratteri di polemica antilluministica, antirivoluzionaria e antiliberale propri di un certo conservatorismo cattolico (J. de Maistre) si sostituì il nazionalismo «laico» del partito gollista (gollismo, da Charles De Gaulle), prima espresso dall’Unione per la nuova Repubblica (1958-67), in seguito dall’Unione per la difesa della Repubblica, divenuta poi Unione dei democratici per la Repubblica (UDR).

In Italia invece, un partito conservatore, dal Risorgimento a oggi, non è mai emerso come forza organizzata, pur nella presenza di correnti variamente sostenitrici della conservazione sociale; nel primo cinquantennio repubblicano, tale funzione fu svolta principalmente dal Partito liberale (PLI), sebbene tendenze conservatrici trovassero espressione anche nella Democrazia cristiana o in forze minori quali i monarchici.

Quanto al continente americano, la denominazione di partito conservatore riguarda una serie di forze politiche diverse: in Canada il Partito conservatore (1854-1942) assunse poi il nome di Partito progressista conservatore dopo l’assorbimento del Partito progressista nel 1942, per poi tornare al nome precedente nel 2003; in Cile, il Partito conservatore fu a lungo una forza unitaria (1851- 1949), per poi spaccarsi in due fazioni e infine ribattezzarsi Partito conservatore unito (1956-66). Altri partiti conservatori sono attivi inoltre in Colombia (dal 1849), Nicaragua (dal 1830) e Venezuela (1830-1908).

Negli Stati Uniti, agli albori del XX secolo, si registrano varie rotture nel Partito Repubblicano: esse porteranno alla formazione del Partito Progressista guidato da Roosevelt, che poi confluì perlopiù nel Partito Democratico. 

repubblicani di Taft si fecero decisamente conservatori, mentre i democratici di Wilson trasformarono le idee populiste in un’ideologia progressista tuttora chiamata liberalismo moderno. Emblema ed innovatore del conservatorismo americano fu Ronald Reagan, il 40° presidente USA. Egli fu il protagonista della crescita economica record, del crollo del Muro di Berlino e della vittoria nella Guerra Fredda ottenuta senza sparare un colpo e resta a tutt’oggi un protagonista indiscusso della storia dei conservatori, fondendo il suo lascito politico con il pensiero di riferimento. E veniamo al sostrato filosofico del pensiero conservatore…

«Facciamo parte di un’epoca la cui civiltà corre il pericolo di essere distrutta dai mezzi della stessa civiltà». F. NietzscheUmano troppo umano, I, IV, II, 520

La società di oggi si presenta inusuale e priva di forma, in quanto esente di validi modelli da perseguire. Come una fitta nebbia, non si è in grado di comprendere e distinguere ciò che è giusto da ciò che è vero. Dunque, come facciamo a cogliere questi elementi se non abbiamo una visione chiara e discernibile del “vero”?

È sorta l’esigenza di cercare un paradigma al quale poter attribuire caratteristiche valide e razionali al fine di far emergere quei sani principi radicati all’interno di quelle società di stampo “conservatore”. Mediante un’attenta esegesi filosofica dei principali pensatori, si andrà in cerca di quella luce autentica ed essenziale capace di far riscoprire il “vero”, sviscerato da ogni banalità odierna. 

Troviamo nella figura di Edmund Burke uno dei principali pensatori di riferimento. Nell’opera “Riflessioni sulla Rivoluzione Francese” scrisse «Il governo è un’invenzione della saggezza umana, per provvedere ai bisogni degli uomini. Tra tutti questi bisogni è bene che il più impellente sia quello che consiste nel contenere entro limiti ragionevoli le passioni. In tal senso la costrizione fa parte, come la libertà, dei diritti dell’uomo».

Il suo impegno politico al fine di salvaguardare quei diritti di libertà ed il coraggio intellettuale sono la testimonianza di come oggi più che mai sia necessario difendere la cultura e l’identità di ciascun individuo. La tradizione storica viene difesa anche dal filosofo italiano Gian Battista Vico: egli in “Scienza Nuova” scrive «Osserviamo tutte le nazioni così barbare come umane, quantunque, per immensi spazi di luoghi e tempi tra loro lontane, divisamente fondate, custodire questi tre umani costumi: che tutte hanno qualche religione, tutte contraggono matrimoni solenni, tutte seppelliscono i loro morti».

È singolare come il pensatore sostituisca il termine “storia” con “principi” e lo fa per sottolineare come ciò che lega gli uomini è dettato da una via antropologica e non da un puro astrattismo. In poche parole, la cultura o meglio, la tradizione è ciò che caratterizza ed unisce un popolo.

Volgiamo un pensiero ad Hegel e alla “destra storica” la quale si è contraddistinta per il “connubio perfetto” tra fede e ragione (un binomio che ritorna attuale a distanza di dieci anni dall’enciclica fides et ratio di un altro grande filosofo dei nostri tempi, Joseph Ratzinger). Un gruppo di pensatori (detti anche «vecchi hegeliani») i quali affermavano di aver individuato nella filosofia di Hegel le fondamenta delle verità essenziali del cristianesimo.

Un presupposto che da avvio ad un’analisi del rapporto odierno tra fede e ragione ed in particolar modo alla questione “famiglia”. Citiamo anche Benedetto Croce e Giovanni Gentile, pensatori italiani ed esponenti del neoidealismo italiano. In particolar modo di Gentile, evidenziamo la sua idea di “stato etico” ovvero uno “Stato” che pone le basi su un insieme di valori da trasmettere e un proprio credo religioso.

Infine menzioniamo il filosofo britannico Scruton, morto nel 2020. Egli venne definito dalla critica come un “pensatore controverso” per le sue pungenti critiche.
Questi e molti altri, sono i pensatori dai quali quotidianamente traiamo ispirazione, forse anche noi come Scruton, siamo dei pensatori controversi.

Non da meno il pensiero conservatore ha ispirato l’economia e i temi a essa connessi come il welfare-state, il sociale e il lavoro. Il benessere economico di un Paese è raggiungibile unicamente attraverso un efficiente modello di libero mercato. Il concetto della “mano invisibile” proposta da Adam Smith nel suo “La ricchezza delle nazioni” in cui si afferma che l’individuo:

«perseguendo il proprio interesse, fa progredire la società più efficacemente di quando intende davvero farla progredire. Non ho mai sentito del molto ben fatto da quelli che ostentano di commerciare per il bene comune» esprime in modo puntuale l’efficienza dei modelli di libero mercato.

Le politiche fiscali devono sostenere l’economia evitando la spesa in disavanzo, e con una corretta politica economica ridurre la spesa pubblica, il debito pubblico ottenendo il pareggio di bilancio. Esempi negli anni ottanta con il governo statunitense di Ronald Reagan e quello inglese di Margaret Thatcher dimostrano l’efficacia del conservatorismo economico. Tali risultati sono stati riconosciuti anche in altri settori convenendo, anche da pensieri politici diversi, che il boom economico degli anni ’80 sia dipeso soprattutto da queste politiche economiche di stampo anglosassone durante il tandem Thatcher-Reagan.

Temi come la privatizzazione sono fortemente sostenuti, basandosi sul duplice vantaggio di ridurre le spese dello Stato in termini di gestione oltre a fare gettito nella “vendita”, dall’altra da una maggiore efficienza di gestione da parte del privato. 

Lavoro, capitale, tecnologie e competenze (ma anche gli investimenti in infrastrutture che incidano davvero sulla produttività) sono i veri fattori dello sviluppo economico, mentre le spese pubbliche sono uno strumento – a volte importante, come durante le recessioni – per sostenere la domanda, riportare il Pil alla sua velocità di crociera. 

Stimolare una crescita economica favorendo i consumi e gli investimenti, abbassando quindi la pressione fiscale favorendo investimenti e innovazione, in quanto l’innovazione senza consumi non porterebbe ad alcuna reale crescita.

Deregulation e favore allo sviluppo della libera iniziativa privata disancorata dalla burocrazia e da norme eccessivamente repressive, premiando le leggi di mercato e la naturale selezione meritocratica dei soggetti economici.

Con queste premesse valoriali il conservatorismo esprime ancora tutto il suo potenziale – soprattutto in periodi di forte crisi economica e sociale – ancorandosi a una dottrina non necessariamente statica ma fortemente adattiva ai contesti più disparati.

Ed è per questo che sulla tradizione conservatrice si continuano a produrre testi e studi di settore che ne dimostrano la sua efficacia su una scala intercambiabile di temi e questioni anche distanti tra loro. Il conservatorismo è dunque un insieme di valori di riferimento per la società occidentale – ma non solo – che abbraccia esempi e leadership diversi in una grande famiglia di forti principi.

A cura di Santi Cautela, Santi Grillo, Giulia De Gaetano, Marco Spada.

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