Quegli intellò che uccisero Calabresi: cronache di un paese che dimentica

Quando si principia un commento è necessario esplicare le proprie intenzioni, altrimenti il destinatario potrebbe fuorviare i nostri propositi. Vi assicuro che il tempo di lettura sarà davvero infimo, probabilmente il vostro autobus sarà già arrivato quando avrete finito di leggere queste poche righe. Conoscete già la malinconia che vi assale quando, durante un caldo pomeriggio di primavera, osservate un tramonto mentre tornate a casa perché i fasti di un tempo sono ormai terminati?

Quella malinconia, da piccolo cristallo gelosamente custodito, è divenuta un mostro. Esso è continuamente assetato di sangue, pretende e non concede nulla in cambio, vi assoggetta imponendo il suo pensiero. Da volontà di potenza – la quale avrebbe dovuto modificare i destini dell’Europa e dunque del nostro paese – a volontà di proseguire indenni nel grande meccanismo della catena di montaggio.

È questa la forma mentis: rassegnazione e silenzio in cambio della sopravvivenza. Vi fu chi però non rinunciò mai alla sua libertà in cambio della vita e della giustizia. Essa è fin troppo a senso unico e lo abbiamo visto in più occasioni dal 1992 ad oggi. Altresì essa diede alcune perfide dimostrazioni già durante gli anni 70 e 80: è il caso Calabresi. Un uomo che aveva il senso dello Stato, che credeva al decoro delle istituzioni e alla dignità del suo ruolo, che aveva la responsabilità di uomo d’ordine. Un’espressione antica, terribilmente demodé, le compendiava tutte: Servitore dello Stato; ha scritto Veneziani oggi sul suo sito.

Il caso Calabresi è una ferita ancora sanguinante nel consesso “civile” del nostro paese. Quella borghesia che sarebbe sfociata nel radical chic, nel becero del becero, nell’ignominia; Calabresi l’aveva conosciuta. Proverranno da lì i suoi carnefici materiali: Sofri, Bompressi, Marino e Pietrostefani. I primi due otterranno la grazia di Napolitano quando il Quirinale era ancora affare suo.

Un gioco rosso, terribilmente putrido, quello che condusse Calabresi alla morte. Tre quarti degli intellò italiani si mobilitarono contro di lui firmando una lettera aperta della Cederna all’Espresso dove si firmava la condanna a morte nei confronti del commissario capo della Questura di Milano. Cinquant’anni dopo la sua orrenda morte, i nani e le ballerine che lo hanno ucciso continuano ad imperare tra i banchi (non scaffali!) delle librerie assoggettate e all’interno dei circhi televisivi.

La malinconia del “potere” è diventata ciò che aveva giurato di distruggere. E ancora una volta si dimentica perché non si è in grado di cambiare.

Qui di seguito alcuni dei nomi che firmarono la lettera aperta della Cederna. Incredibile come anche PPP e Bruno Zevi si macchiarono di ciò:

Vando Aldovrandi, Sergio Amidei ,Giorgio Amendola,Giulio Argan, Gae Aulenti, Arialdo Banfi, Andrea Barbato, Franco e Vittorio Basaglia, Aldo Bassetti, Marco e Piergirgio Bellocchio, Giorgio Benvenuto, Bernardo Bertolucci, Laura Betti, Alberto Bevilacqua, Norberto Bobbio, Giorgio Bocca, Renato Boeri, Tinto Brass, Maria Luisa Brenner, Mauro Calamandrei, Leonida Calamida, Giacomo Calì, Pierre Carniti, Andrea Cascella, Liliana Cavani, Mario Ceroli, Lucio Colletti, Enrica Collotti Pischel,Furio Colombo, Luigi Comencini, Sergio Corbucci , Roberto D’Agostino, Sandra Dal Pozzo, Maria Teresa De Laurentis, Fausto De Luca, Umberto Eco, Giulio Einaudi, Sergio Erede, Gianni e Marina Fabbri, Federico Fellini, Inge Feltrinelli, Paola Fini, Roberto Finzi, Dario Fo, Luciano Foà, Carla e Manuele  e Massimiliano Fontana, Franco Fortini, Paolo Fossati, Edoardo Garrone, Natalia Ginzburg, Vittorio Gorresio, Ugo Gregoretti, Renato Guttuso, Margherita Hack, Gabriele Invernizzi, Alberto Jacometti, Lino Jannuzzi, Giuseppe Lanza, Marina e Vito Laterza, Felice Laudato, Franco Lefevre, Carlo e Primo Levi, Laura Lilli, Marino Livolsi, Carlo Lizzani, Riccardo Lombardo, Nanni Loy, Giancarlo Majorinno, Piero Malvezzi, Mauro Mancia, Manlio Maradei, Dacia Maraini, Carlo Mazzarella, Achille e Fabio Mauri, Lorenza Mazzetti, Paolo Mieli, Paolo Milano, Enrico Mistretta, Giuliano Montaldo, Maria Monti, Alberto Moravia, Cesare Musatti, Toni Negri, Riccardo Nobile, Luigi Nobile, Enzo Paci, Giancarlo Pajetta, Salvatore Palladino, Ivo Paladia, Ferruccio Parri, Pier Paolo Pasolini, Elio Petri, Paola Pitagora, Fernanda Pivano, Giò Pomodoro, Gillo Pontecorvo, Paolo Portoghesi, Domenico Porzio, Folco Quilici ,Giovanni Raboni, Franca Rame, Carlo e Vittorio Ripa di Meana, Angelo Maria Ripellino, Claudio Risè, Nelo Risi, Carlo  Piero Rognoni, Lalla Romano, Carlo Rossella, Marisa Rusconi, Salvatore Samperi, Natalino Sapegno, Eugenio Scalfari, Mario Soldati, Mario Spinella, Paolo Spriano, Paolo Squiteri, Paolo Taviani, Massimo Teodori, Oliviero Toscani,Ernesto e Renato Treccani, Bruno Trentin, Umberto Terracini, Tiziano Terzani, Giuseppe Turani, Bernardo Valli, Saverio Vertone, Lucio Villari, Corrado Vivanti, Livio Zanetti, Marco Zanuso, Cesare Zavattini, Giorgio Zecchi, Bruno Zevi, Giovan Battista Zorzoli.

Pubblicato da Marco Spada

Specializzato in Scienze storiche presso l'Università degli Studi di Messina; vivo a Milazzo e mi occupo, nell’ambito della ricerca, del rexismo belga e della figura di Léon Degrelle. Vicedirettore del giornale online "Tirrenico News" dal 2019, fondatore del Think Tank politico “Il Conservatore”, conduttore di “Obbligo di frequenza” sulle frequenze di Radio Milazzo e curatore del progetto filosofico-politico Syllabus. Amo la nouvelle cuisine e ho due icone in casa: quelle di Mou e di Moratti.

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