Torniamo ad essere i padroni del nostro destino energetico: riattiviamo i pozzi del gas italiano

Qualche giorno fa il Primato Nazionale ha pubblicato la sua ultima fatica letteraria sulla vita di Enrico Mattei. Una scelta editoriale, quella di Scianca, che sembra cascare a fagiolo visti i tempi che corrono. Nella prefazione del direttore si leggono le seguenti parole: “È esistita una nazione, all’inizio degli anni Sessanta che vantava alcuni poli di assoluta eccellenza […] informatico, petrolifero, nucleare e medico. Ma chi immaginerebbe mai, oggi, che quella nazione fosse l’Italia?

Scianca centra il punto della questione con pochissime righe di testo: dopo il grande saccheggio inglese consumato nel 1992 sul panfilo Britannia, chi potrebbe ordire un nuovo piano di sovranità energetica nel bailamme della servitù indotta dall’UE e dai fornitori esteri? Eravamo appena usciti da una guerra persa, eppure restavamo i primi al mondo grazie a uno degli artefici di questo miracolo post-bellico: Enrico Mattei.

Proprio l’uomo che da vicepresidente dell’Agip diede un impulso storico alle ricerche sugli idrocarburi e perseguì l’obbiettivo dell’affrancamento energetico dell’Italia promuovendo la costruzione di metanodotti. Autonomia energetica e promozione della ricerca: un binomio che oggi sembra essere dimenticato dall’odierna classe politica. Eppure le risorse ci sono ancora, se ne stimano miliardi di tonnellate al metro cubo.

In Italia su 1298 pozzi di estrazione del gas, 752 sono produttivi ma non eroganti. Il nostro Paese, ad oggi dipendente per il 94% della produzione da altri stati, si ritrova di fronte ad un bivio epocale: continuare sulla strada dello schiavismo energetico o tornare alla sovranità mineraria? La scelta non dovrebbe essere difficile, ma al timone di questa ammiraglia che affonda vi è uno dei protagonisti del Britannia testé citato.

Se riaprissimo le piattaforme di produzione del gas, il costo si abbasserebbe di quattordici volte rispetto all’attuale: dai 70 centesimi per il gas importato dalla Russia, dai paesi scandinavi e dall’Africa, si arriverebbe ad un costo totale di 5 centesimi al metro cubo. Snoccioliamo ancora un po’ di numeri: nel 2000 in Italia si estraevano 17 miliardi di metri cubi di gas annui, mentre oggi la cifra si è ridotta del 94%.

Nel 2021 abbiamo estratto soltanto 800 milioni di metri cubi di gas. Un numero drammatico che dovrebbe far ragionare certi politici che con il “No” e il dogma dell’ambientalismo hanno sedotto le menti di chi crede che con l’aria si possa fare tutto. La realtà è ben differente e quasi ci ritroviamo a dover “ringraziare” – con somma difficoltà – il fatto che la guerra sia scoppiata a ridosso della primavera.

È obbligatorio un cambio di rotta.

Pubblicato da Marco Spada

Specializzato in Scienze storiche presso l'Università degli Studi di Messina; vivo a Milazzo e mi occupo, nell’ambito della ricerca, del rexismo belga e della figura di Léon Degrelle. Vicedirettore del giornale online "Tirrenico News" dal 2019, fondatore del Think Tank politico “Il Conservatore”, conduttore di “Obbligo di frequenza” sulle frequenze di Radio Milazzo e curatore del progetto filosofico-politico Syllabus. Amo la nouvelle cuisine e ho due icone in casa: quelle di Mou e di Moratti.

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