Quando Togliatti descrisse i profughi istriani come “briganti” e “profittatori”

Dalle colonne dell’Unità, organo del Pci, del 30 novembre 1946 riecheggiava questo messaggio di Togliatti:

“Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città, non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall’alito di libertà che precedeva o coincideva con l’avanzata degli eserciti liberatori. I gerarchi, i briganti neri, i profittatori che hanno trovato rifugio nelle città e vi sperperano le ricchezze rapinate e forniscono reclute alla delinquenza comune, non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio che sono già così scarsi.”

Di chi stava parlando? Di feroci criminali in fuga? O di terribili terroristi che avrebbero tentato di lì a poco di sovvertire l’Italia? Assolutamente no. Il suo disprezzo era diretto ai profughi istriani, dalmati, giuliani. Italiani a tutti gli effetti che scappavano impauriti, secondo i comunisti, “dall’alito di libertà che precedeva o coincideva con l’avanzata degli eserciti liberatori”.

Gli eserciti liberatori? Quali? Togliatti non si riferiva certamente agli americani – non di certo portatori di libertà – bensì ai comunisti di Tito, infoibatori per professione. L’orrore e la crudeltà che portarono alle Foibe hanno alla loro base una matrice d’odio tripartita: odio etnico, ideologico e di classe.

Ovviamente in questo martoriato Paese la giornata del Ricordo, indetta tramite la legge n.92 del 2004 si trova all’ultimo posto in quanto ad “oboli da tributare“. Si trova lì, definita dallo stesso Veneziani come “un’orfana spaesata nel calendario dell’oblio, destinata a sopravvivere in un’indecorosa semi-clandestinità che volge alla rimozione graduale, fino alla sua definitiva estinzione”.

Cosa si può pretendere dal mondo scolastico e accademico se certi dirigenti o rettori perpetrano il loro sovietico modo di fare invitando uomini di partito – e non storici – come Gobetti? D’altronde il silenzio sulle Foibe viene perpetrato sin dall’origine perché non si potevano certamente incrinare i rapporti col boia Tito.

Altresì è importante definire un concetto chiave: che nessuno si azzardi a dire che gli infoibatori erano comunisti, altrimenti bisognerà pagare cento oboli durante qualche altra commemorazione. In realtà lo erano eccome e vi era anche la complicità del Pci, il quale sosteneva che non si dovesse rinunciare a quella che veniva definita “la tattica delle foibe“.

Lo stesso Togliatti si incontrava regolarmente con i capi delle operazioni atte al massacro sia a Mosca che a Bari. Perché qui non si usa quel termine, ovvero “collaborazionismo“, tanto sproloquiato dai sinistri? Soltanto grazie al coraggio istituzionale di Giovanni Leone si poté cominciare a parlare di Foibe.

Successivamente è sopraggiunta la comparazioneinutile e odiosa – tra la Shoah e le Foibe. L’olocausto – così definito impropriamente da tutti – riguarda più popoli e più paesi, mentre le Foibe dovrebbero rappresentare il capitolo nostrano del più terribile ciclo di vittime del comunismo nel mondo.

Notate bene: dovrebbero. Perché l’italiano in fin dei conti è così, è talmente sovraccarico di eventi e di storie che preferisce rimuoverle. Che c’importa del passato, lasciamo che siano i “potenti”, anche stavolta, a deciderlo per noi. Nel frattempo vi sono più di diecimila vittime (e il conto aumenta di anno in anno) che attendono il giusto riconoscimento. Ma figuriamoci se ciò potrà mai avvenire nel nostro disgraziato Paese.

Pubblicato da Marco Spada

Specializzato in Scienze storiche presso l'Università degli Studi di Messina; vivo a Milazzo e mi occupo, nell’ambito della ricerca, del rexismo belga e della figura di Léon Degrelle. Vicedirettore del giornale online "Tirrenico News" dal 2019, fondatore del Think Tank politico “Il Conservatore”, conduttore di “Obbligo di frequenza” sulle frequenze di Radio Milazzo e curatore del progetto filosofico-politico Syllabus. Amo la nouvelle cuisine e ho due icone in casa: quelle di Mou e di Moratti.

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