Giovanni Paolo II prima di Giovanni Paolo II

Il pensiero di San Giovanni Paolo II, espresso attraverso il suo magistero, è stato oggetto di molti studi e pubblicazioni, numerosi sono anche gli approfondimenti biografici su Karol Wojtyla, così come le agiografie. Meno conosciuto e divulgato è invece il pensiero filosofico di Karol Wojtyla prima di diventare pontefice.

A colmare questa mancanza ha pensato Daniele Fazio, docente di filosofia e storia nei licei e Dottore di ricerca in metodologie della filosofia, con il libro In difesa dell’umano. La filosofia di Karol Wojtyla, edito pochi mesi fa da D’Ettoris Editori, con prefazione di Ermanno Pavesi, psichiatra e docente universitario in Svizzera.

Abbiamo conversato con l’autore su e intorno al libro.

Un libro su Karol Wojtyla e non su Giovanni Paolo II. Perché è necessario fare questa precisazione?

Evidentemente i due nomi riguardano la stessa persona, ma il riferimento al nome secolare del Pontefice vuol subito indicare che non si tratta di un testo sugli anni del pontificato, bensì sul pensiero di quest’uomo polacco – grande protagonista del Novecento – che si andò a costruire soprattutto negli anni della sua formazione e dei suoi impegni pastorali da sacerdote e da vescovo. In particolare, l’oggetto del volume riguarda la produzione filosofica di Karol Wojtyla, la cui massima espressione può essere rintracciata in due opere: Amore e Responsabilità e Persona e Atto, pubblicate negli anni ’60 del secolo scorso, evidentemente in un periodo precedente al suo papato.

Questo libro ha avuto una gestazione particolarmente lunga, frutto dell’approfondimento e della riflessione già durante il periodo dello studio universitario e in più occasioni successivamente. È corretto?

Tempo fa, uno scrittore di lungo corso mi confidò che i testi che scriviamo sono come custoditi da sempre nella nostra anima. Se non fossero lì non saremmo in grado di imprimerli su carta, neanche su commissione. Capii, allora, che effettivamente anche l’imminente pubblicazione del mio volume aveva, in qualche modo, seguito questo recondito sentiero. Ho incontrato la filosofia di Karol Wojtyla scegliendola come argomento della mia tesi di laurea triennale. Successivamente durante gli anni di ricerca accademica mi sono occupato di altre questioni e, tuttavia, vi sono stati dei momenti personali ma anche più largamente culturali che mi hanno riportato, di tempo in tempo, a ri-considerare come quel pensiero non solo fosse un grande tesoro, ma dovesse essere ri-meditato e proposto soprattutto in relazione a possibili risposte teoriche e pratiche ai problemi dell’ora che viviamo. E dunque, complice anche il lockdown, finalmente dopo sedici anni dal primo incontro con la filosofia wojtylana, ho ritenuto ormai maturo il tempo per poter dare alle stampe un tale lavoro.

Nel primo capitolo del libro si parla di “tre navigazioni”. A cosa ci si riferisce, quali sono, per grandi linee, queste tre direttrici che hanno segnato il percorso, non solo intellettuale, di Karol Wojtyla?

Tre sono le grandi altezze dello spirito in cui si manifesta la verità all’uomo: l’arte, la filosofia, la religione. Solo pochi uomini riescono a percorrerle simultaneamente e coerentemente. Karol Wojtyla è stato uno di questi pochi. Egli, infatti, è stato un artista (attore, poeta, drammaturgo), è stato un filosofo che è all’origine di una proposta antropologica ed etica originale e infine è stato un religioso ed un teologo, fino a guidare la Chiesa per oltre ventisette anni, innanzitutto con il suo Magistero. Tali percorsi hanno sì una cronologia e delle preminenze nelle varie stagioni della vita del personaggio, ma sono come armonicamente coordinate verso un’unica direzione, quella di sondare il mistero dell’umano alla luce della ragione e della rivelazione.

Focalizziamoci sul pensiero filosofico. In sintesi quali sono gli elementi più rilevanti?

Al centro della sua filosofia è come sottesa una domanda: chi è l’uomo? Egli si sforza di rispondere a tale domanda a partire dalle esperienze elementari, ma non banali, che ogni individuo compie, scoprendo l’uomo non come il semplice prodotto della biologia, ma quale portatore di un nucleo spirituale che unifica e dà senso a tutte le altre sue facoltà. Considerare l’uomo nella sua realtà naturale e spirituale al tempo stesso, permette a Wojtyla di ricollegarsi alla nozione di “persona”, che è una sorta di nomen dignitatis dell’uomo stesso. La persona, infatti, implica che l’uomo rappresenta sinfonicamente un essere razionale, relazionale, libero, aperto alla verità e capace di amare. A questo punto focale si agganciano le considerazioni inerenti la fondazione delle varie comunità quali luoghi del reciproco riconoscimento dell’umanità, e soprattutto sull’amore, cuore pulsante della morale wojtylana.

La produzione poetica e drammaturgica, in particolare con La bottega dell’orefice, probabilmente è un ambito meno conosciuto. Perché l’aspetto artistico è importante – almeno quanto quello più strettamente filosofico ed alla dimensione della fede – e non può essere considerato un interesse minore o marginale in Wojtyla?  

Vi è come una continuità, anche se con linguaggi e metodi diversi, nel pensiero di Wojtyla. Egli è capace di utilizzare il linguaggio della poesia e dell’arte letteraria in genere per esprimere la bellezza dell’unica verità sull’uomo e sull’amore che egli indaga anche in campo filosofico. In particolare, con la Bottega dell’Orefice, ha raggiunto l’apice della sua esperienza artistica che è legata al Teatro Rapsodico polacco, ossia ad un teatro che è concettuale, le cui scene sono scarne  e in cui gioca quindi un ruolo fondamentale la parola con la sua capacità di evocare nell’uomo un movimento verso il bene. Da questo punto di vista, le opere letterarie di Wojtyla ci presentano lo splendore della verità, mentre quelle filosofiche la ragionevolezza della verità sull’uomo e sull’amore.

Daniele Fazio

Il titolo del secondo capitolo è “Innanzitutto la persona” e sembra richiamare direttamente il titolo del libro.  Serve difendere l’umano – la persona – perché evidentemente è sotto attacco. Secondo Wojtyla da dove proviene questo attacco? 

Vorrei innanzitutto precisare che definire l’uomo come persona richiama una ben precisa prospettiva antropologica che rimanda all’intreccio tra filosofia greca, diritto romano e cristianesimo. Grazie a questo incontro, l’uomo si è rivestito di una dignità intangibile in quanto considerato soprattutto immagine e somiglianza di Dio. Non vi può essere definizione più alta per difendere la persona da altre prospettive filosofiche e successivamente ideologiche che nel corso della storia dell’Occidente hanno disperso un tale tesoro. Ciò è avvenuto a partire dal cartesianesimo, dal materialismo marxista, per giungere alle ideologie del Novecento e trapassare in ultimo nella rivoluzione sessuale del ’68.

Nel terzo capitolo si parla di contro-rivoluzione antropologica. A cosa fa riferimento il termine contro-rivoluzione e come si esplica con riferimento al pensiero wojtylano?

Secondo la scuola cattolica contro-rivoluzionaria, “Rivoluzione” è un processo innanzitutto metafisico che però nella storia si è dipanato attraverso delle tappe ben precise che hanno eroso la società cristiana romano-germanica. Un tale processo ha disgregato prima l’unità religiosa, poi ha disarticolato l’aspetto socio-politico e quindi quello economico. Questo ribaltamento dell’ordine naturale e cristiano non si è fermato ad aspetti macroscopici ma è giunto, ai nostri giorni, protagonisti il relativismo e il nichilismo dominanti, a rendere sempre più difficoltosa la comprensione dell’umano a partire, ad esempio, dai profondi significati della realtà corporea in connessione con la dimensione spirituale. Da questo punto di vista, la filosofia di Wojtyla può essere a giusto titolo considerata una contro-rivoluzione antropologica, ossia una proposta innanzitutto di buon senso a rimettere ordine nell’umano, valorizzando tutte le sue potenzialità, disponendole ognuna al suo posto in modo non solo da resistere alle sirene ideologiche del transumanesimo, ma soprattutto per dimostrare, in positivo e in modo alternativo alle linee rivoluzionarie, le vie di realizzazione dell’uomo come persona. 

Scendiamo in qualche particolare. Qual è stato il rapporto tra il pensiero di Wojtyla e i totalitarismi?

Sin da giovanissimo, Karol Wojtyla dovette confrontarsi prima con il nazionalsocialismo poi con il socialcomunismo. Del resto la sua nazione è la vittima per eccellenza, nel cuore dell’Europa, di queste due ideologie. Egli ha resistito culturalmente a tali totalitarismi prima con l’adesione al Teatro Rapsodico, vissuto in clandestinità, e poi con l’accusa ben fondata filosoficamente nei confronti dei regimi comunisti di calpestare ogni e qualsiasi diritto dell’uomo, a cominciare dalla libertà religiosa. Tante volte da vescovo ha imbracciato, in nome di un tale diritto, battaglie contro il regime, come nel caso della costruzione del quartiere Nowa Huta, pensato dai comunisti come luogo in cui non vi sarebbe dovuto essere alcun simbolo o edificio religioso.

Dal libro sembra emergere un giudizio di Wojtyla sulla modernità non certo benevolo. È così?

Bisogna comprendere cosa s’intende per modernità. Il giudizio di Wojtyla riguarda la modernità filosofica, ossia quel cammino di contrapposizione e subordinazione del pensiero all’essere e in fondo di chiusura dell’uomo alla trascendenza. Se ciò vede il suo emergere con il dubbio iperbolico cartesiano ha certamente nell’epilogo delle ideologie del XX secolo un laboratorio politico che mira a costruire un mondo in cui al posto di Dio viene eretta ora la razza, ora la classe, ora il partito etc. Tuttavia, l’atteggiamento di Wojtyla verso la modernità è anche quello di comprenderne le domande profonde, rimodularle, valorizzarne, in un nuovo ambito teoretico, le istanze migliori, cercando di superarne le contraddizioni. La stessa filosofia di Wojtyla è uno dei tentativi di conciliazione tra la filosofia della coscienza, quale portato della modernità, e la filosofia dell’essere, quale portato della migliore stagione della metafisica aristotelico-tomista. Egli intreccia così la fenomenologia, che è una delle più importanti correnti filosofiche contemporanee, e la filosofia di Tommaso d’Aquino, quale insuperata sintesi tra fede e ragione. Mi piace pensare di conseguenza che il pensiero di Wojtyla non è semplicemente opposto alla modernità immanentistica, ma riesce ad elevarsi oltre di essa.

Qual è invece la posizione di Wojtyla rispetto al pensiero conservatore?

La dimensione del pensiero filosofico di Wojtyla è resistente ad ogni tentativo di stravolgere la realtà dell’umano. In tal senso, la sua antropologia e la sua etica poggiano sul legame tra la nozione di persona e il diritto naturale. Egli, dunque, presenta, seppur con un linguaggio nuovo, le costanti antropologiche ed etiche valide in ogni stagione, ossia una metafisica della persona. Una tale mentalità mi sembra possa afferire ad un orizzonte di pensiero conservatore, a patto che con tale termine non s’intenda  conservare, come in un museo, strutture sociali o politiche del passato, ma far emergere l’eternità di principi naturali e cristiani senza i quali il mondo diventa disumano e la società perde la bussola del bene comune. Alla luce di questo, si comprende la sua appassionata e ferma battaglia, espressa durante gli anni del suo pontificato, per la difesa del diritto alla vita, dal concepimento alla morte naturale, per la difesa della famiglia, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, per la libertà religiosa ed educativa e per il riconoscimento delle radici cristiane dell’Europa.

Guardando al Wojtyla sacerdote e poi vescovo, come il suo pensiero filosofico si è espresso nel suo modo di essere pastore?

Direi che il pensiero di Wojtyla, oltre a fonti culturali e filosofiche, ha un radicamento speciale nella sue attività pastorali. Sarebbe, infatti, impensabile l’opera Amore e Responsabilità senza il suo impegno di direzione spirituale di giovani amici, né tantomeno è pensabile l’interesse per l’uomo, e quindi il suo personalismo, senza il richiamo all’attualità ecclesiale della celebrazione del Concilio Vaticano II, la cui missione è stata ed è proprio quella di ricondurre l’uomo del nostro tempo, a partire dalla condizione in cui si trova, a riscoprire se stesso alla luce di Gesù Cristo, vero uomo e vero Dio. La summa del suo pensiero filosofico Persona e Atto fu scritta anche sui banchi delle sessioni conciliari, cui partecipò come Arcivescovo di Cracovia.

Dicevamo all’inizio che il libro presenta il pensiero di Wojtyla e non di Giovanni Paolo II. Però si tratta comunque della stessa persona, seppure in due fasi di vita e ruoli diversi. Quale rapporto intercorre dunque  tra il pensiero di Karol Wojtyla e il pensiero e l’azione di San Giovanni Paolo II?

Giovanni Paolo II ci lascia un magistero monumentale. Il magistero dei papi non scade con la loro morte ma rappresenta, mutatis mutandis, per i cattolici un fondamentale elemento di formazione e una luce per rispondere alle sfide contemporanee, a maggior ragione se un tale magistero è stato prodotto anche in tempi relativamente recenti quindi con riferimenti precisi a situazioni compatibili con l’attuale contesto socio-culturale. Andare al pensiero di Karl Wojtyla ci permette, altresì, un ulteriore approfondimento del suo magistero, ci permette di scoprirne le radici. Ad esempio, egli esordisce da pontefice con catechesi sull’amore umano, che successivamente saranno anche definite “teologia del corpo”. Possiamo, quindi, ritrovare nella sua antropologia filosofica un laboratorio di idee che si riverserà nel suo alto magistero.

Un’ultima domanda fondamentale per comprendere l’importanza di questo testo. Qual è l’attualità di Karol Wojtyla oggi?

Oggi vi è una certa fatica a comprendere chi sia l’uomo, viene disintegrata l’unità essenziale tra il suo corpo e il suo spirito. Lo scrittore inglese Clive Staples Lewis ha parlato addirittura di una abolition of man. L’antropologia di Wojtyla, allora, si può concepire come una grande risposta alla crisi dell’umano del nostro tempo, sia come difesa di fronte a tutte quelle nuove correnti ideologiche che dal relativismo giungono al postumano, sia come presentazione della nozione di persona che tuttora rappresenta una visione capace di integrare le varie componenti umane, rintracciando l’alta vocazione dell’uomo ad incontrare la verità, ossia a riconoscere chi veramente è. Ho pensato questo volume non solo nell’ottica di far conoscere il cuore poetico e filosofico del messaggio di Karol Wojtyla, ma anche come un manuale che possa fornire materiale utile a quanti vogliano essere alternativi alla catastrofe antropologica in scena nel nostro tempo.

Luca Basilio Bucca

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: