Il mio viaggio negli U.S.A. post-covid: tra contraddizioni e identità

Un viaggio negli Stati Uniti bisogna farlo prima o poi. Vorrei provare a raccontare il mio. Non un semplice viaggio di piacere o di svago. Un giornalista ha il dovere di raccontare sempre, anche quando è in vacanza. E quindi, questo mio viaggio, voglio condividerlo con voi. Un’occasione per riprendere a scrivere sul Conservatore dopo tanto tempo.

Mi soffermerò su alcuni aspetti ovviamente che possono invitare a una riflessione più ampia. Una decina di giorni tra New York e Washington sono serviti ad approfondire alcune tematiche a me care, dalla filosofia politica all’attualità passando per l’approccio sociologico alle grandi issues politiche dell’Occidente.

L’America dopo il lockdown: porte aperte agli europei

Novembre è il mese che, dopo 18 lunghi mesi, vede finalmente l’apertura delle dogane per gli europei e gli italiani per volontà del Presidente Joe Biden. Noi, io e mio padre, siamo stati tra i primissimi a visitare la Grande Mela post-covid ma… non tutto è finito. Gli americani hanno vissuto male la pandemia ma nulla si è mai veramente fermato. Le attività hanno continuato a lavorare. I morti e i contagi variano da stato a stato ma l’impressione dataci da un latinos che ci ha accompagnati dall’aeroporto JFK fino in Hotel è che gli americani non hanno preso sul serio la questione. Tanti ancora non si sono vaccinati, numeri molto simili alla provincia messinese anche nella grande New York. E tanti sono i cittadini che abbiamo visto senza mascherina. Ma per accedere a musei, ristoranti e bar, solo con il greenpass. Quello che mi ha colpito maggiormente è la possibilità di fare tamponi covid per strada, sotto un gazebo, accanto a un food track o a un museo, in maniera veloce e sicura. Il tutto gratuitamente, a carico dello Stato. Abbiamo visto solamente turisti fare il tampone. Spostandoci nel Maryland e in Virginia la percentuale di hub vaccinali cala drasticamente. Ma possiamo affermare che l’America di Joe Biden deve ancora veramente uscire dalla pandemia e l’impronta del covid sulla società americana è davvero indelebile, soprattutto per il settore turistico.

Sul concetto di patria: l’esaltazione della bandiera

In riferimento all’attaccamento alle tradizioni, abbiamo partecipato con entusiasmo alle parate per il giorno del Ringraziamento, festa molto sentita in America. Si festeggia “il dono” come ci hanno spiegato, del raccolto ricevuto dai primi padri pellegrini. Un modo per ringraziare Dio e la terra per la ricchezza a tavola. Impressionante l’attaccamento degli States ai simboli. Questo diviene evidente nella Capitale. Bandiere ovunque, issate a festa, ricordano l’attaccamento del popolo americano al concetto di patria che va ben oltre i “nazionalismi” paneuropei. Si può rivivere questa simbologia nei grandi monumenti pensati per il Mall a Washington, questo grande rettangolo dove obelischi, memorial e palazzi del potere si susseguono con una vista che lascia senza fiato. Il marmo, la magnificenza del potere americano, rappresenta l’orgoglio di un popolo forte, fiero e giovane. Un concetto teorizzato bene già dal primo Tocqueville che nei suoi viaggi in America aveva centrato il punto.

Alexis de Tocqueville fu il primo grande studioso del rapporto tra Stati Uniti e simbologia del potere

Gli Stati Uniti non conoscono relativismo e questo è subito chiaro anche nel mondo giornalistico. La ricerca della verità è un valore chiaro nella Carta Costituzionale, la libertà e la proprietà sono i riferimenti di questa grande bussola a stelle e strisce che ha vissuto guerre intestine più che grandi guerre tra nazioni se si escludono quelle per l’Indipendenza delle 13 colonie. L’identità storica di questo popolo è stata “scritta a tavolino” durante la creazione dello Stato di diritto. Da noi lo storicismo, le invasioni, il relativismo e il sofismo sono concetti che hanno ingessato il progresso più che assecondarlo. “Loro” ne sono consapevoli ed è per questo che nonostante i richiami continui al neoclassicismo europeo, gli Stati Uniti restano moderni e proiettati al divenire con velocità e consapevolezza con una cultura fluida, giovane e fortemente incentrata sull’individualismo capitale, con tutte le sue esasperanti criticità.

La città delle contraddizioni

New York è la città delle contraddizioni di cui sopra. Tanta ricchezza, grattacieli e appartamenti costosissimi, racchiudono, nell’isola di Manhattan, tantissime storture. I latinos sono il substrato sociale presente in ogni dove, integrati e non. Lavoratori stagionali e manuali, camerieri, giovani e meno giovani, a New York si parla inglese e spagnolo. Questo non è servito ad ammainare le vele sulle antiche tradizioni di questa città-isola che ha liberalizzato da poco la marijuana ma ha decretato lo stop figurativo alle sigarette (un pacchetto costa 19 dollari) al punto che è più facile drogarsi che fumare tabacco. Molti sono i bar che poi hanno evitato di servire alcolici in alcune ore del giorno.

Le Chiese sono circondate dai grattacieli, è il potere del denaro sul culto secolare

Le contraddizioni sono evidenti anche nella logica del consumo. Il Black Friday porta molti a spendere nei negozi colorati di Broadway e sulla Madison Avenue ma resta alto il tenore della vita mentre in tanti si spostano dalle periferie, decisamente meno care e meno affollate. New York racchiude e ingigantisce le contraddizioni del popolo americano, fortemente “credente” nel suo culto di patria superior, ma fortemente anodino quando si parla di valori assoluti come per la religione. Le Chiese storiche sono circondate dai grattacieli ormai proprietà di banche e istituti finanziari quasi a ricordare che il vero potere non è quello secolare europeo del Vaticano ma quello “nuovo” e aggressivo del capitalismo. Persino il sole non arriva nelle strade che diventano Canyon freddi, nulla è stato risparmiato dal Dio denaro. Un teatro delle opportunità in cui il passaggio tra protagonisti e comparsa non lascia scampo agli ingenui. Ed è per questo che gli italiani sono rispettati…

L’arte e l’italianità vista dagli States

Essere italiani a New York è una vera ricchezza, un ottimo biglietto da visita. Chiunque, saputa la nostra provenienza, ci ha accolto con grande entusiasmo. L’italiano a New York è radicato nella storia della città. Basti pensare che il ponte più lungo è intitolato a un italiano: Giovanni da Verrazzano. Esploratore che per primo arrivò da queste parti. A Washington invece, il distretto autonomo (una sorta di equivalente della nostra Roma Capitale) è Columbus, omaggio a Cristoforo Colombo. A New York poi i vari Giuliani, Di Blasio e Cuomo sono nomi italiani che riecheggiano ancora nelle stanze del potere attuale. La City che non dorme mai è tendenzialmente di sinistra anche se ospita la centralità del mondo “trumpiano” tuttavia è un susseguirsi di inni all’italianità. Innanzitutto per quello che è il cibo. La pizza è il cibo newyorkese per antonomasia – molto diversa dalla nostra per uso di farine e olio – ma sono i ristoranti italiani quelli più frequentati. Stupisce che tra i piatti più importanti risulti lo spaghetto alle meatballs. Le polpette al sugo.

Poche cose sono sopravvissute dall’Italia: la pasticceria è una di queste

Una portata che non si trova più in nessuna nostra osteria. Il cibo italiano si è evoluto, americanizzato, i pionieri che arrivavano dall’Italia hanno conservato il culto della mozzarella e dei salumi che è ancora possibile trovare nella Little Italy a Brooklyn ma non più a Manhattan. La vecchia e storica Little Italy del Padrino è stata dismessa quasi totalmente in favore dei cinesi, che sono ovunque. La pasticceria è però sopravvissuta intatta. Abbiamo provato quella di Buddy Valastro – il famoso Boss delle torte della tv – sulla 42esima e la pasticceria Ferrara a Little Italy: la più antica di New York (addirittura dal 1892). Per entrambi la qualità dei prodotti è altissima e crema e ricotta rispecchiano i sapori siciliani. Ho provato la setteveli alle fragole, i cannoli e le ceste di frutta. Avrei potuto trovarli così anche a Palermo. La pasticceria italiana convive benissimo coi sapori dolci americani. Un po’ meno per il salato. La commistione ha fatto sopravvivere davvero poche cose, a parte gli spaghetti alle polpette e la carbonara col bacon, tutto è stato “riscritto.” Una parentesi diversa merita il mondo dell’arte e dei musei. E’ un continuo omaggio alla cultura italiana. Al Moma, al Metropolitan ma anche al National Gallery di Washington primeggiano i pittori italiani pre-raffaelliti e più attuali. Ma è il Rinascimento il grande tempio dell’arte ricercato dagli americani. E questo è palese nei continui riferimenti all’architettura romana che ha diversi trait d’union con il fascismo e la modernità americana. D’altra parte i primi immigrati italiani vedevano in Mussolini una occasione di riscatto per loro nel mondo. Esiste ancora una via intitolata a Balbo mentre nel marciapiede degli eroi di Wall Street abbiamo trovato politici italiani meno conosciuti. Il legame tra gli States e l’Italia è così forte che quando a Little Italy diciamo di essere siciliani troviamo i nipoti dei “nonni emigrati” intrattenerci per sapere come si sta in Sicilia oggi. E poi la statua del toro di Wall Street messa lì da un siciliano: Arturo di Modica, recentemente scomparso. O come la storia degli scultori della statua del memorial di Lincoln, i fratelli Piccirilli, caduti nell’oblio della storia ma che hanno realizzato importantissimi monumenti negli States (per approfondire https://www.academia.edu/10356918/I_Fratelli_Piccirilli_una_famiglia_di_scultori_tra_le_Apuane_e_New_York)

Un paragrafo a parte meriterebbe Ellis Island. Semplicemente emozionate come una piccolissima isola sia divenuta il bastione da cui oggi, il 40% della popolazione americana, può trovare le sue origini. Anche noi abbiamo trovato i nostri parenti negli enormi database dell’isola di Ellis. E abbiamo potuto vedere come era difficile essere un migrante, imbarcarsi per un viaggio di giorni, arrivare al freddo e al gelo, risiedere in quelle piccole celle in attesa di avere il visto e scoprire di essere ancora lontani dal sogno americano. Eppure molti ce l’hanno fatta e hanno potuto riscrivere la storia della loro vita, come mio pro-zio Antonio che 28enne nel 1921 arrivò in quella sala pensando di cambiare per sempre il corso degli eventi…

La burocrazia? Ecco la cura americana

Dove ci battono gli USA? Certo non nel mangiare. Ma nella burocrazia. Lo si capisce stando fuori dai musei. Code lunghissime scorrono veloci, ai controlli tutto è organizzato a dovere. Per raccontare un aneddoto: dall’Europa a New York abbiamo perso circa due ore in burocrazia. Da New York all’Europa pochi minuti. Anche alla dogana, pochi passaggi. Sia chiaro, entrare negli States non è affatto facile. Ma chi vi dice che servono documenti o questionari mente. Basta l’Esta dell’Ambasciata, il tampone covid e il greenpass. In Europa invece ci siamo inventati: il questionario PLF – una ripetizione inutile dell’ESTA – il questionario sul covid (tutte autocertificazioni) in almeno tre versioni per non parlare dei vari permessi intra-nazionali. Abbiamo visto grattacieli sorgere in poche settimane, strade e ponti inaugurate in pochissimo tempo.

Dove ci battono gli USA? Non certo nel mangiare ma nella burocrazia.

Una legislazione snella che ha permesso di farci avvicinare tantissimo a Capitol Hill dopo i fatti di gennaio mentre nell’anonimo Palazzo Chigi siamo ancora con le transenne. Il peso della burocrazia si vede anche negli scontrini. In America le tasse sono “extra”. L’iva da loro è al 7-8% quindi circa 3 volte meno che in Italia. Le tips o mance non sono in più ma sono incentivi per “guadagnarsi” la scalata alla meritocrazia. E’ un sistema veloce, snello, sicuramente non perfetto ma che permette di realizzare progetti ambiziosi in linea con la potenza economica di una nazione che resta leader in molti settori.

Sono altri i problemi e sicuramente fanno parte dei punti di forza: come l’immigrazione. L’America è enorme ma spesso si respira ancora l’area di ghettizzazione tra etnie diverse, una profonda scalabilità sociale e tanta urbanizzazione (e gentrificazione) non sempre armonizzata con il territorio. Argomenti che meriterebbero altri approfondimenti e altri paragrafi. Ma i miei 8 giorni sono finiti e sono soprattutto volati. Il tempo di un sogno tra un jetlag e un viaggio lungo, lunghissimo, nell’altro-nuovo-mondo a cui in qualche modo potremmo ispirarci oltre il mito proiettato dai film e dalla tv: è l’appartenenza a qualcosa di grande e all’idea pura di libertà. Anche questo un concetto iper-sintetizzato da Alexis de Tocqueville:

“Ai miei occhi le società umane, come gli individui, diventano qualcosa solo grazie alla libertà.”

Negli Stati Uniti questo è divenuto reale prima e virale dopo.

A cura di Santi Cautela

Pubblicato da Santi Cautela

Giornalista pubblicista, Direttore de IlTirrenico.it ed esperto di comunicazione istituzionale. Vive e scrive dalla Sicilia. Conservatore per stile di vita.

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