Luci e ombre sulla morte della pallavolista afghana

Praticamente tutti i quotidiani italiani, insieme ai vari siti di notizie nostrani, hanno riportato la notizia della morte della giocatrice della nazionale giovanile di pallavolo afghana Mahjubin Hakimi per mano – si afferma – dei talebani. La notizia era iniziata a circolare da giovedì, ma le fonti non erano certamente affidabili, specie se si parla di alcuni giornali indiani.

Vi sono luci e ombre sul caso della pallavolista afghana e la strumentalizzazione è dietro l’angolo. La storia è piuttosto confusa, soprattutto per via della gigantesca nube di fumo alzata dalle azioni talebane dopo la presa di Kabul. Dal 15 agosto l’Afghanistan è governato dal fondamentalismo islamico tālib e la repressione si inasprisce man mano che i giorni passano.

Ottenere delle informazioni indipendenti sarebbe come cercare un ago in un gigantesco pagliaio. La notizia dell’uccisione di Hakimi sembrava avere trovato iniziale conferma in un articolo dell’Independent, il quale citava una fonte informata dei fatti sostenitrice della versione in cui la pallavolista fosse stata decapitata.

L’allenatrice della squadra ha dichiarato che nessuno, a parte la famiglia di Hakimi, conosceva il modo in cui fosse stata uccisa la ragazza e la notizia non si era diffusa per evitare eventuali minacce da parte dei talebani. L’allenatrice diceva poi che dallo scorso 15 agosto i talebani avevano cercato di identificare le atlete e perquisito le loro case, e che solo «due componenti della squadra erano riuscite a fuggire».

Non è stata diffusa l’identità né dell’allenatrice della squadra né delle due atlete fuggite, per ragioni di sicurezza. Una delle ipotesi che si possono fare a partire dalle informazioni disponibili – e che comunque rimane un’ipotesi, e va presa con estrema cautela – è che le due atlete fuggite potrebbero essere le stesse citate in un articolo di BBC dello scorso 23 settembre: anche in quell’articolo si parlava di una pallavolista uccisa, ma non si specificava la sua identità.

BBC aveva riportato la testimonianza di due pallavoliste afghane che erano scappate dal loro paese e che erano rimaste in contatto con le loro ex compagne di squadra: entrambe, parlando della paura e dei rischi che correvano le donne e le atlete in tutto l’Afghanistan dopo il ritorno dei talebani, riportavano brevemente la notizia dell’uccisione di una ex compagna, avvenuta un mese prima, a metà agosto: quindi due mesi prima rispetto alla data della morte di Mahjubin Hakimi indicata dall’Independent.

Una delle due intervistate, Zahra Fayazi, da poco arrivata nel Regno Unito dopo la conquista di Kabul da parte dei talebani, parlava di una giocatrice uccisa dicendo che i dettagli della sua morte non erano chiari. L’altra giocatrice rifugiata diceva di essere «sicura» che fossero stati i talebani. Entrambe non avevano fatto nomi. Non si sa se quella giocatrice fosse proprio Mahjubin Hakimi, ma non si può escludere.

Un’altra ricostruzione è quella di Mauro Berruto, ex allenatore della nazionale italiana di pallavolo e oggi responsabile sport del PD, che dopo la presa di Kabul ha collaborato all’espatrio di diversi sportivi dall’Afghanistan. In un post pubblicato il 25 settembre aveva raccontato della storia di una pallavolista afghana che era riuscita a scappare durante l’evacuazione.

Dopodiché Berruto citava una compagna di squadra uccisa perché giocava «a pallavolo senza hijab». Berruto ha aggiunto: «Probabilmente è stata uccisa nella prima metà di agosto, prima della presa di Kabul, ma la notizia è uscita solo ora perché la famiglia era stata minacciata di ritorsioni da parte dei talebani. Non è confermata la circostanza della decapitazione, ma questo cambia poco».

Tra mercoledì e giovedì sono emersi nuovi dettagli che sembrano confermare l’ipotesi che Mahjubin Hakimi fosse morta ad agosto, e non a ottobre, anche se c’è molta poca chiarezza sulle circostanze.

Uno dei giornalisti che hanno smentito la notizia data dall’Independent è stato Miraqa Popal, ex direttore della tv locale Tolo News (emittente che ha buona reputazione per la sua indipendenza) e che ora è rifugiato in Albania. Miraqa Popal ha ripreso la notizia dell’uccisione di Hakimi e ha scritto su Twitter che «non è vero» che la donna era stata uccisa a inizio ottobre dai talebani: Hakimi si sarebbe suicidata dieci giorni prima del ritorno dei talebani nel paese, quindi a inizio agosto.

Matiullah Shirzad, direttore della testata afghana Aamaj News, ha detto che Hakimi era morta in circostanze ancora poco chiare prima dell’ingresso dei talebani a Kabul, quindi prima del 15 agosto. Shirzad ha anche detto che la famiglia di Hakimi aveva confermato la notizia. Anche la giornalista Deepa Parent ha smentito la notizia della morte per decapitazione dicendo di aver parlato con la famiglia di Hakimi.

L’unica notizia certa che abbiamo riguarda la morte della ragazza. Sembra molto più probabile che ella sia morta ad agosto e non a inizio ottobre. Nessuno ha la verità in tasca sulla situazione, perché mentre in Italia si parla di omicidio, nel resto del mondo credono si sia trattato di suicidio. Anche la famiglia ha escluso la decapitazione, ma ciò è avvenuto probabilmente per timore di una ritorsione.

Pubblicato da Marco Spada

Dottore in Lettere (curr. Storico) e specializzando in "Scienze storiche" presso l'Università degli Studi di Messina; vivo a Milazzo e mi occupo, nell’ambito della ricerca, della correlazione tra società e dittature novecentesche. Caporedattore del giornale online "Tirrenico News" dal 2019 e collaboratore giornalista del mensile "Cultura Identità". Tradizionalista di stampo evoliano, interista di stampo morattiano.

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