15 anni fa ci lasciava Oriana Fallaci. Ancora viva la sua grande passione per la libertà

La libertà è un dovere. Prima che un diritto è un dovere”.

Il 15 settembre 2006 Oriana Fallaci si trovava nella sua amatissima Firenze. Non avrebbe mai voluto che la morte la cogliesse oltreoceano, in quella New York in cui viveva dal 1990. “Voglio morire nella torre dei Manelli guardando l’Arno dal Ponte Vecchio. Era il quartier generale dei partigiani che comandava mio padre, il gruppo di Giustizia e Libertà. Azionisti, liberali e socialisti. Ci andavo da bambina, con il nome di battaglia di Emilia. Portavo le bombe a mano ai grandi. Le nascondevo nei cesti di insalata”, diceva.


Per permetterle di ritornare in Italia dagli Stati Uniti in modo riservato, Silvio Berlusconi volle metterle a disposizione un aereo privato. Non fu possibile però, data l’inadeguatezza del luogo ad ospitare una persona in precario stato di salute, farla alloggiare nella torre del Mannelli. La scrittrice fu infatti ricoverata nella clinica Santa Chiara, dove poi morì. Ci lasciava così Oriana Fallaci, donna libera, schietta e battagliera, e con lei se ne andavano la sua forza e la sua passione per la libertà, per la giustizia e per la verità.

La giornalista per eccellenza se ne andava in un giorno di fine estate a causa del peggioramento del suo stato di salute dovuto ad un cancro ai polmoni che l’aveva colpita da anni, seminando dietro di sè un’eredità troppo pesante per essere raccolta. Una professionalità ed un talento che nessuno è ancora riuscito ad eguagliare.

Per decenni si è battuta come un leone. Si era presa a cuore i diritti delle donne nei paesi islamici. Ha difeso la cultura occidentale dal terrorismo ed ha dato voce agli oppressi.

Fu una grande sostenitrice della rinascita culturale ellenica e conobbe le più importanti personalità di questa, tra cui Alexandros Panagulis, con il quale ebbe una relazione. Durante gli ultimi anni di vita fecero molto discutere le sue dure prese di posizione contro l’Islam, in seguito agli attentati dell’11 settembre 2001 a New York. Come scrittrice, con i suoi dodici libri ha venduto più di venti milioni di copie in tutto il mondo.

Per sua espressa volontà, gran parte del suo immenso patrimonio librario è stato donato, insieme con altri cimeli come lo zaino usato dalla scrittrice in Vietnam, alla Pontificia Università Lateranense di Roma, il cui rettore di allora, monsignor Rino Fisichella, era amico personale della scrittrice e le stette vicino in punto di morte. Nell’annunciare la donazione, Fisichella ha definito questo come l’ultimo regalo di Oriana a papa Benedetto XVI, per il quale la scrittrice nutriva un’autentica venerazione. Inestimabile è poi il suo lascito culturale. Le sue battaglie, per i diritti, per la civiltà e per la libertà sono vive ancora oggi, a 15 anni dalla sua scomparsa. 

DI BARTOLO SALVATORE

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