Il martire Dalla Chiesa

A Palermo, quella sera, il clima era quello di un tipico fine estate siciliano: umido, non necessariamente troppo caldo. Godibile. Di lì a poco, purtroppo, la pioggia avrebbe colpito l’animo di un’intera città e non solo. Non si trattò di una pioggia fresca, bensì di una vera e propria tempesta di piombo. Essa colpì una macchina ben precisa: la A112 del generale dei Carabinieri e prefetto di Palermo Carlo Alberto Dalla Chiesa. In quegli istanti si erano appena concluse le cento giornate del generale. Sono bastati poco più di tre mesi per eliminare un personaggio scomodo a certi poteri.

Conosceva già il suo destino il generale Dalla Chiesa: “Un uomo viene colpito quando viene lasciato solo“, disse durante la sua ultima intervista al giornalista Giorgio Bocca. Possiamo soltanto immaginare l’amaro in bocca con il quale Dalla Chiesa disse queste ultime parole. Da quelle parole emergeva un senso di frustrazione ed impotenza per quanto stava avvenendo a Palermo nella lotta contro la mafia. La risposta di Cosa Nostra ai continui reclami del generale fu brutale. Lo uccisero insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente di scorta Domenico Russo tramite l’utilizzo di un fucile d’assalto Ak-47.

Tramite l’utilizzo di un’arma da guerra, Cosa Nostra aveva lanciato un segnale: è guerra totale. Palermo si risveglia sgomenta, distrutta; al carcere dell’Ucciardone si brinda mentre la speranza dei palermitani onesti è appena defunta. L’omelia del cardinale Salvatore Pappalardo tuona contro i poteri romani citando Tito Livio: “Mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata“. Carlo Alberto Dalla Chiesa lo aveva già preventivato questo destino atroce. “Non guarderò in faccia nessuno“, disse quando venne nominato generale.

È proprio così che vanno combattute le battaglie contro la barbarie. In Sicilia era partito con un rapporto contro 162 boss e da quel momento si posero le basi per il primo maxiprocesso con 475 imputati. I processi di questi ultimi trentanove anni hanno portato allo svelamento di una verità parziale e che mai sarà effettivamente completa. Sono stati condannati Riina, Provenzano, Greco e Calò, ma i lati oscuri permangono e rimarranno.

Qualcuno entrò in casa di Dalla Chiesa con la scusa di cercare lenzuoli per coprire i cadaveri, ma in realtà ne approfittò per portare via documenti scottanti, compreso un dossier sul caso Moro. Ecco che gli apparati deviati fanno la loro entrata in scena. Sul generale Dalla Chiesa se ne sono sentite tante, c’è anche chi – con tanto di falce e martello al seguito – ha imbrattato un murales dedicato al generale. Noi lo ricordiamo come simbolo assoluto di onestà e giustizia. Quel 3 settembre 1982 la lotta alla mafia si fece ancora più arcigna.

Pubblicato da Marco Spada

Dottore in Lettere (curr. Storico) e specializzando in "Scienze storiche" presso l'Università degli Studi di Messina; vivo a Milazzo e mi occupo, nell’ambito della ricerca, della correlazione tra società e dittature novecentesche. Caporedattore del giornale online "Tirrenico News" dal 2019 e collaboratore giornalista del mensile "Cultura Identità". Tradizionalista di stampo evoliano, interista di stampo morattiano.

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