La catastrofe afghana evidenzia i limiti a stelle e strisce

Gli eventi che hanno portato alla Caporetto americana sono molteplici. Trovo necessario partire da un racconto cronistico dei fatti per porre meglio la questione del fallimento a stelle e strisce nella questione afghana.

Partiamo dall’inizio della “forever war”. George W. Bush, appena una settimana dopo la distruzione delle Torri Gemelle, firmò una risoluzione congiunta per autorizzare “l’uso militare della forza” nei confronti dei responsabili dell’attacco. Tra questi rientravano anche i Talebani, che controllavano il Paese dal 1996 e avevano fornito – si presuppone – supporto ad Al Qaida.

Le operazioni armate proseguirono fino al 2003, anno di dispersione delle forze di Al Qaida tra l’Afghanistan e il Pakistan. Dopodiché Bush si impegnò a ricostruire il Paese tramite l’utilizzo di un fondo di 38 miliardi di dollari. Durante la prima quiete, in Afghanistan si contavano circa 8mila soldati americani e l’invasione del vicino Iraq era appena iniziata.

Oggi siamo chiamati a difendere la libertà contro nemici spietati. E, ancora una volta, abbiamo bisogno di fermezza, coraggio e speranza. La guerra contro il terrorismo sarà lunga.

George W. Bush, discorso del 17 aprile 2002

L’arrivo di Obama alla Casa Bianca coincide con il record di soldati presenti in terra afghana: si stima che nel 2010 le truppe USA constassero di oltre 100mila unità. Il 2 maggio 2011, quasi dieci anni dopo la distruzione delle Torri Gemelle, il “Team 6” dei Navy Seals scova e uccide il leader di Al Qaida Osama Bin Lâdin. L’evento viene celebrato con grande euforia e Obama decide di cominciare un graduale ritiro delle truppe. Secondo i piani stabiliti, il Paese doveva essere lasciato in mano alle forze locali entro il 2016.

Dobbiamo distruggere, smantellare e sconfiggere la rete di Al Qaida in Pakistan e in Afghanistan, e impedire un loro ritorno nel Paese in futuro.

Barack Obama, discorso del 27 marzo 2009

Oltre 90mila soldati vennero effettivamente evacuati, ma la restante parte rimase per addestrare i soldati afghani per combattere le rimanenze di Al Qaida. Anche questi 10mila soldati avrebbero dovuto lasciare l’Afghanistan entro il 2016, ma alla fine del secondo e ultimo mandato di Obama, nel 2017, erano ancora lì.

Con l’arrivo del Tycoon giunsero le prime, serie, mosse sullo scacchiere afghano. Inizialmente l’istinto era quello di ritirare le truppe, ma Trump aveva poi deciso di continuare il conflitto per evitare che si creasse “uno spazio per i terroristi” subito dopo la partenza delle truppe. Il 29 febbraio 2020 viene firmato l’accordo di Doha, il quale prevedeva il ritiro completo delle 12mila truppe americane presenti sul territorio afghano. I talebani avrebbero dovuto, in cambio, interrompere ogni rapporto con i gruppi terroristi.

Con l’arrivo di Biden e le conseguenti mosse alla Cadorna, il territorio afghano ha ricominciato a sentire il fischio dei proiettili e l’ululato delle bombe. La prima offensiva talebana ha avuto luogo nella provincia di Helmand, nel sud del Paese, il 4 maggio. Dopodiché i talebani hanno conquistato Kabul e costretto alla fuga il presidente Ashraf Ghani verso l’Uzbekistan. Una vera e propria fuga con la coda tra le gambe senza rispettare gli accordi di Doha e di conseguenza il piano dell’amministrazione Trump.

Con l’arrivo dei Talebani a Kabul subentrano anche le nuove leggi. I nuovi padroni del Paese hanno garantito di non voler irritare nessuno, poiché i loro nemici sono fuggiti a gambe levate facendo loro una grossa cortesia. I Pashtu si impegneranno a rispettare i diritti delle donne sotto il sistema della Sharia, non di certo in modo libertario. Inoltre guardando verso la regione del Panjshir – notoriamente in guerra contro il potere talebano – il ribelle Ahmad Massoud non sembra costituire una questione di grossa rilevanza.

I Talebani fatturano oltre 1,6 miliardi di dollari l’anno tramite numerose attività, dunque il movimento ribelle del Panjshir non potrà scalfirli. La potenza dei Pashtu deriva dall’estrazione mineraria, dal duo oppio-eroina, dalle esportazioni, dalle tasse e dal settore immobiliare. Sono numerosi i paesi stranieri che donano ai Talebani: Pakistan, Iran, Arabia Saudita, EAU e il Qatar. I loro maggiori clienti sono la Cina e gli Emirati Arabi Uniti.

A meno che non venga intrapresa un’azione globale, i Talebani rimarranno un’organizzazione estremamente ricca, con un flusso di finanziamenti autosufficiente e supporto esterno dai Paesi della Regione. Il ruolo di forza destabilizzante, non solo nell’Asia meridionale ma a livello globale, è stato rafforzato dal ritiro degli USA e dal previsto ritorno all’equazione del potere a Kabul.

Torniamo adesso all’origine di questo articolo, ovvero ai limiti evidenti dell’illusione liberale che prospetta il suo naufragio. Oltre alle ovvie colpe dell’amministrazione Biden, c’è chi a sinistra tira ancora in ballo Trump con ossessività. Il fallimento riguarda un intero modello politico. Fare ingegneria sociale in qualunque società, inclusa la propria, è un compito straordinariamente complicato.

L’idea del liberalismo progressista ha distrutto parecchi sogni a stelle e strisce. Negli USA vi è un ribollire di scontri fra minoranze e gruppi sociali. Il Me too, poi il BLM, poi le lotte Lgbt e l’assalto a Capitol Hill: la tendenza liberale a combattere le identità larghe rafforza quelle più ristrette e le infiamma. Allo stesso modo, il tentativo di sopprimere le nazioni per creare nuovi ordinamenti sovranazionali o inoculare un modello unico sviluppa reazioni tribali.

Se l’Afghanistan insegna qualcosa è che i popoli vogliono autodeterminarsi, e chi prova a impedirglielo viene combattuto. A costo di favorire l’ascesa di inquietanti barbuti che disprezzano persino la musica. Non sorprendiamoci se quel fantomatico esercito di 300mila afghani addestrati dalle forze Nato si è sfilacciato in poco e nulla.

I nostri soldati hanno fatto bene dal punto di vista tattico, ma corruzione, pensiero e clan non si possono addestrare. Questa operazione ha creato le condizioni per eliminare Bin Lâdin. Per tutto il resto è un mezzo fallimento. Abbiamo perso 53 persone, ricordiamocelo.

Gen. Giuseppe Morabito, “Il Giornale” – 18 agosto 2021

Il pericolo di un nuovo Bin Lâdin non è da escludere. La gestione di questa ritirata è da ritenersi catastrofica. La ricchezza in espansione dei Talebani e l’apertura del dialogo tra loro e la Cina rappresentano una pericolosissima minaccia per l’Occidente. Il fallimento testé citato del liberalismo progressista deve riportare in auge l’identitarismo per difendere il continente europeo da scelte operate da stati estranei.

Pubblicato da Marco Spada

Dottore in Lettere (curr. Storico) e specializzando in "Scienze storiche" presso l'Università degli Studi di Messina; vivo a Milazzo e mi occupo, nell’ambito della ricerca, della correlazione tra società e dittature novecentesche. Caporedattore del giornale online "Tirrenico News" dal 2019 e collaboratore giornalista del mensile "Cultura Identità". Tradizionalista di stampo evoliano, interista di stampo morattiano.

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