Cronaca di un omicidio di Stato

Gli apparati giornalistici hanno liquidato l’affaire De Donno con una semplice quanto drammatica parola: “suicidio“. Non ragionerò oggi pomeriggio sulle varie ipotesi, bensì argomenterò la mia tesi sulla morte del padre della cura col plasma. È indubbio il fatto che in Italia si vive dentro una pericolosa cupola fatta di Tachipirina e vigile attesa. Ad essa, manovra non di profilassi ma politica, si sono contrapposti numerosi medici con delle terapie domiciliari efficaci e antigovernative.

Queste argomentazioni risulteranno sicuramente astruse e prive di logica per chi verrà dopo di noi e leggerà di quanto è avvenuto nel nostro Paese. Eliminata la profilassi atta a contrastare le polmoniti, si preferì curare i pazienti – forse per inurbanità – con un antipiretico che nascose lo stato reale dell’infiammazione. Dunque arrivò il turno dei pneumologi in reparto.

Il dottor De Donno, pneumologo dell’ospedale di Mantova, sperimentò per la prima volta al mondo durante la pandemia da Covid-19 la cura col plasma iperimmune. La profilassi ebbe subito un grande risalto tra i media, ma il risultato fu quello opposto rispetto ad un grido di gioia a lungo cercato durante i mesi più bui del 2020. De Donno venne dato in pasto agli avvoltoi del web – Lucarelli e Tosa in primis – e avvicinato alle politiche “fascioleghiste“, come affermano i seguaci di questi pericolosi pennivendoli del web.

La medicina declinata alla politica, sic et simpliciter. Nulla poteva contrastare la profilassi governativa, bisognava attendere a tutti i costi il vaccino cercando di limitare i danni. Ma non è andata esattamente così. De Donno si è scontrato con un potere molto più forte di lui ed è stato massacrato a livello mediatico.

Secondo uno studio realizzato da De Donno tra aprile e maggio 2020, su 46 pazienti gravi trattati con il plasma iperimmune ne erano morti solo 3, invece dei 6-7 previsti sulla base delle statistiche disponibili. Questi risultati iniziali avevano creato molte attese e raccolto notevole attenzione intorno alla figura di De Donno affinché l’Agenzia del Farmaco (Aifa) approvasse ufficialmente la cura a base di plasma.

La cura non è andata avanti per un semplice motivo. La difficoltà di valutare tali terapie è oggettiva. Il Covid-19 ha una mortalità relativamente bassa (circa l’1% dei contagiati) e richiede di osservare un campione di malati molto più ampio di qualche decina o centinaia per stabilire l’efficacia di un farmaco. Pochi decessi in più o in meno, infatti, potrebbero dipendere solo dalla casualità.

Ma raccogliere più pazienti in ambiente ospedaliero non è sempre possibile e necessita di tempi incompatibili con l’emergenza di una pandemia. Il trial «Solidarity» dell’Oms, progettato per trovare farmaci efficaci contro il Covid, ha coinvolto centinaia di Paesi e ospedali di tutto il mondo, un’impresa impensabile per un singolo governo. E in questa incertezza statistica possono celarsi sia le cure promettenti ma trascurate da una comunità scientifica disattenta o conservatrice che le terapie inefficaci promosse dagli scienziati-guru.

Dunque arrivò la delegittimazione per la cura col plasma iperimmune, ma non solo. Ad essa si aggiunse anche un’indagine da parte dei Nas. In un’intervista a La Verità, l’ex primario disse che in ospedale addirittura arrivarono i Nas:

“Non so né per cercare cosa né chi li ha mandati. Non cerco polemiche, ma le cose non avvengono a caso. Qualcuno, alla fine, dovrà spiegare ai familiari degli ammalati e al Paese cosa sta succedendo”.

Giuseppe De Donno, La Verità, 2020

L’esperto ritenne “gravissimo” proibire l’uso del plasma: “La comunità scientifica dovrà rispondere ai cittadini di questo“. E poi sui social difese a spada tratta il suo operato: “Se qualcuno crede di scoraggiarmi, non ci riuscirà“.

Dichiarazioni riprese da Paolo Grimoldi, deputato della Lega, che sul proprio profilo Facebook ha rilanciato l’articolo dell’intervista. L’esponente del Carroccio ora pretende chiarezza e vuole i dettagli di quanto avvenuto in passato, alla luce di ciò che De Donno rivelò: “Chi nel governo Conte mandò i carabinieri a un medico che salvava vite? Perché? Ci sono di mezzo soldi? Voglio il nome, potrebbe essere responsabile della morte del dottore“.

La giornalista Maria Giovanna Maglie, ha puntato il dito contro i virologi e i colleghi scienziati che  hanno calunniato o offeso in televisione e sui social De Donno. “Troppe calunnie, insulti, irrisione dei colleghi da talk tv col sopracciò. Gli stessi che ci impongono il greenpass”, ha cinguettato. Tra i primi a commentare la vicenda anche Red Ronnie, lo storico conduttore di Roxy Bar che recentemente aveva intervistato il medico mantovano. “Lo hanno lasciato solo, e così lo hanno ucciso” è il duro sfogo di Gabriele Ansaloni che è andato in diretta su Facebook appena ha appreso la morte del medico. 

A proposito di questa macchina del fango, sarebbe cosa buona e giusta riprendere le parole del filosofo Guy Debord: “Lo spettacolo è l’ideologia per eccellenza, perché espone e manifesta nella sua pienezza l’essenza di ogni sistema ideologico: l’impoverimento, l’asservimento e la negazione della vita reale. Lo spettacolo è materialmente “l’espressione della separazione e dell’estraniarsi dell’uomo dall’uomo”.

“La nuova potenza del reciproco inganno che vi si è concentrata ha la sua base nella produzione precisa da cui “con la massa degli oggetti cresce… il regno degli enti estranei ai quali l’uomo è soggiogato”. È lo stadio supremo di un’espansione che ha ritorto il bisogno contro la vita. “Il bisogno di denaro è quindi il vero bisogno prodotto dall’economia politica, e il solo che essa produca. Lo spettacolo estende a tutta la vita sociale il principio che Hegel, nella Realphilosophie di Jena, concepisce come quello del denaro: “La vita di ciò che è morto, moventesi in se stesso”.

E ancora: “Lo spettacolo, che cancella i limiti dell’io e del mondo con l’annientamento dell’io, assediato dalla presenza-assenza del mondo, cancella ugualmente i limiti del vero e del falso con la rimozione di ogni verità vissuta sotto la presenza reale della falsità assicurata dall’organizzazione dell’apparenza. Chi subisce passivamente la propria sorte quotidianamente estranea è dunque spinto verso una follia che reagisce illusoriamente a questa sorte con il ricorso a tecniche magiche”.

“Il riconoscimento e il consumo delle merci sono al centro di questa pseudorisposta ad una comunicazione senza risposta. Il bisogno di imitazione che prova il consumatore è precisamente il bisogno infantile, condizionato da tutti gli aspetti del suo spossessamento fondamentale. Secondo i termini che Gabel applica ad un livello patologico diverso, “il bisogno anormale di rappresentazione compensa qui un sentimento torturante di essere ai margini dell’esistenza”.

Sulla distruzione della logica ne parlerò in un altro articolo. Ragioniamo su questo omicidio di stato e prepariamoci ad ulteriori peggioramenti. Urge un ritorno nelle piazze.

Pubblicato da Marco Spada

Dottore in Lettere (curr. Storico) e specializzando in "Scienze storiche" presso l'Università degli Studi di Messina; vivo a Milazzo e mi occupo, nell’ambito della ricerca, della correlazione tra società e dittature novecentesche. Caporedattore del giornale online "Tirrenico News" dal 2019 e collaboratore giornalista del mensile "Cultura Identità". Tradizionalista di stampo evoliano, interista di stampo morattiano.

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