Il rilancio dell’Italia fuori dai meccanismi europei: intervista a Gianluigi Paragone

Direi di cominciare dalla politica interna. Quali saranno le prossime mosse di Italexit?

Noi consideriamo l’architettura dell’Unione Europea un’architettura sbagliata. Essa rischia di portare via quella che è l’essenza del made in Italy, cioè la piccola impresa che è cresciuta con un mondo del credito che era vicino e che sosteneva i piccoli imprenditori, le famiglie e i lavoratori. Ci ergiamo a difesa del lavoro, dunque noi pensiamo che difendere questo insieme di cose con le regole europee sia impossibile perché l’Europa tende a standardizzare, tende a trovare un comune denominatore che se tu non hai niente e io ho 10 ti porta a fare la media del pollo di Trilussa. Io non ho nulla contro gli olandesi, contro i danesi, i cosiddetti “paesi frugali”; però di sicuro non mi faccio spiegare da loro come si fa impresa. Noi non abbiamo assolutamente nulla da farci insegnare dai paesi frugali. Però siccome essi sono dentro il Consiglio e saranno anche loro ad avere parte del controllo sui famosi soldi che arriveranno nel piano PNRR, purtroppo dovremo fare i conti anche con loro. Quindi le regole dell’Europa sono delle regole in cui tutti devono e possono dare un giudizio molto vincolante sul made in Italy. Io per conservare il made in Italy non posso stare dentro una media.
Devo stare dentro una spesa pubblica, a maggior ragione oggi che viviamo una doppia crisi, la coda della crisi economico-finanziaria precedente e adesso quella economico-sanitaria. Devo scegliere: o mi faccio prestare i soldi da questo soggetto europeo oppure devo ricominciare a pensare ad uno Stato che è protagonista di una politica monetaria.

Lei a chi si ispira per portare avanti la sua battaglia politica?

A mio nonno. Penso che i nostri nonni hanno consegnato ai nipoti un’Italia che sapeva fare impresa senza tirarsela. Avevano una grande cura dell’ambiente. I miei nonni mi dicevano sempre di curare un pezzo di terra e soprattutto avevano una grande cultura del sacrificio e del risparmio. Loro ci dicevano che nella vita non bisogna indebitarsi perché non si sa mai. Quindi bisogna fare sempre i passi misurati alla gamba. Io vorrei tornare ad un mondo che è solido in un contesto in cui tutti parlano di globalizzazione, di società liquida. Io delle definizioni del cosiddetto politichese non so cosa farmene. Dunque se devo pensare a qualcuno a cui ispirarmi, sicuramente tornerei ai nostri nonni perché hanno saputo fare – forse soltanto con la terza elementare – più di tutto quello che adesso i professoroni che escono dalle università ci dicono di dover fare.

Facciamo un piccolo confronto. Cosa ne pensa di Farage e di quello che è successo in Gran Bretagna?

Ha avuto ragione. Era una scommessa cominciata da lontano, iniziata con un partito che non si chiamava “Brexit party” e che nel momento giusto quel nome è diventato la zampata finale. La Gran Bretagna non si è mai sentita parte dell’Unione Europea essendo un’isola e la Gran Bretagna non era neanche nell’Eurozona quindi è stato un po’ più facile “svincolarsi” dai Trattati. Farage ha vinto perché ha saputo costruire dentro le istituzioni europee la minaccia, mentre dentro il suo paese ha saputo costruire la narrazione giusta.

Meglio un’Italia sovranista o un’Unione Europea differente da quella odierna, dunque una comunità di tradizioni composta da differenti sovranismi?

Io intanto punterei a riprenderci la piena sovranità. Dopo, se volessimo creare una confederazione di stati pienamente sovrani e con piena sovranità anche monetaria potremo anche pensare ad una confederazione “light”. Mi preme precisare però che non sono uno che crede tanto nell’Europa come contenitore politico. L’Europa è fatta di grandi identità, di grandi tradizioni, di paesi che sono sovrani e difficilmente l’Unione Europea riuscirà ad elidere la loro storia per un progetto che non non ha un idem sentire. Quindi sono disponibile a ragionare, ma soltanto dopo che avremo riconquistato la nostra piena sovranità e soprattutto che questa sovranità non venga messa a rischio in nome di ulteriori progetti metapolitici. Dobbiamo stare attenti perché la sfida è: o difendi lo stato o difendi i metastati. L’UE è un metastato, le multinazionali sono un metastato, la finanza è un metastato. Quindi dobbiamo essere bravi a capire chi siamo noi realmente e se fin dei conti ci teniamo a difendere quello che noi siamo.

Quale potrebbe essere un interlocutore nazionale?

Gli italiani. È già difficile riuscire a far capire che siamo dentro un’ipnosi. Quindi prima di preoccuparmi di quali interlocutori politici, la mia prima preoccupazione è cercare di far capire alla gente comune l’inganno dentro il quale stiamo vivendo.

E un interlocutore internazionale?

Siamo noi nel Mediterraneo. Noi soltanto, capendo il nostro valore in un’area strategica delicatissima, acquisiamo potere negoziale. Se non capiamo che la nostra forza negoziale la conquistiamo capendo i dossier dei mediterranei, allora non andremo molto lontani.

Pubblicato da Marco Spada

Dottore in Lettere (curr. Storico) e specializzando in "Scienze storiche" presso l'Università degli Studi di Messina; vivo a Milazzo e mi occupo, nell’ambito della ricerca, della correlazione tra società e dittature novecentesche. Caporedattore del giornale online "Tirrenico News" dal 2019 e collaboratore giornalista del mensile "Cultura Identità". Tradizionalista di stampo evoliano, interista di stampo morattiano.

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