“Perché falliremo”: introduzione al regime sanitocratico

“Perché guariremo. Dai giorni più duri a una nuova idea di salute”. Il titolo dell’ormai celeberrimo scritto ideologico del ministro della salute Roberto Speranza nasconde una chiave di lettura del futuro ormai ben delineato davanti ai nostri occhi. Questo libro, edito da Feltrinelli, è stato pubblicato per la prima e unica volta nell’ottobre del 2020. Successivamente è stato tolto dal mercato. Una mossa strana, la quale tenterò di spiegarvela nel corso di questa rubrica con cadenza settimanale. Sicuramente non vi saranno riedizioni del suddetto, ma indubbiamente gli scaffali saranno occupati da altri tomi narranti il fantomatico successo del Recovery Plan o dal racconto sull’efficacia dei vaccini. Pura propaganda tipica del Agitprop di sovietica memoria.

L’attuale ministro comincia il suo scritto con una premessa che, visti i tempi, vi farebbe già consegnare il libro alle calde braccia delle fiamme ardenti del vostro camino. “Non ci sono dubbi. Guariremo“. Bisognerebbe già correggere il tiro con un altro verbo, ben più pessimistico: “Non ci sono dubbi. Falliremo“. Ma è soprattutto in questo verbo che si origina il dibattito riguardante il futuro. Saremo noi, in quanto italiani e proprietari privati, a fallire. Loro – dunque la forza governativa e le élite globalcapitaliste – non falliranno, anzi si godranno i frutti di un silenzio servile.

Sempre nella premessa è altresì possibile scontrarsi con un’altra dichiarazione spiazzante: “[…] sul come riformare, oggi, la sanità italiana, il patrimonio più prezioso che abbiamo”. Il ministro pecca di ipocrisia. Ha per caso dimenticato quei tagli alla sanità imposti dall’austerity europea da lui perennemente appoggiata insieme ai suoi compagni di partito? Nell’ultimo decennio sono stati sottratti ben 37 miliardi al Servizio Sanitario Nazionale. Per non parlare delle cifre astronomiche degli ultimi quarant’anni. Tutto questo in nome dell’ideologia monetarista di Bruxelles&Strasburgo.

Non è tutto. Speranza discute celermente anche della prossima caduta di due ideologie a lui poco care, visto il suo sovietismo: “Nazionalismo e liberismo, dopo decenni di successi, barcollano, vanno in crisi, perdono egemonia nella società […] rigide e miopi leggi di bilancio, sull’austerità e il taglio degli investimenti […]”. Se n’è accorto soltanto adesso? Non credo che ciò sia possibile. Difatti qualche riga dopo dichiara testualmente: […] è finalmente maturo il tempo di cambiamenti radicali”. In primis il passaporto vaccinale, materia di questi giorni, il quale annichilisce quello Schengen per cui Speranza tesserà le lodi qualche capitolo dopo.

Conclusasi la premessa, ecco arrivare un’altra delle grandi contraddizioni a cui siamo soggetti da più di un anno: “<< È solo un’influenza un po’ più grave >>, sento dire nei bar. […] il peso della consapevolezza di quel che sta succedendo e di quel che sta per succedere, lo portiamo ancora in pochi”. Praticamente il ministro ci ha appena dichiarato che conoscevano già il pericolo reale derivante da questa pandemia. Eppure la data sottostante il titolo del prologo è emblematica: 22 febbraio 2020. Meno di un mese prima l’ex premier Conte – con la sua solita spocchia – si era recato negli studi della Gruber per rassicurare gli italiani circa la risposta del Paese al Covid-19.

Questa divisione non deve trarvi in inganno, ma la spiegheremo nei prossimi appuntamenti con questa rubrica. Nel frattempo nel Lodigiano e poi anche in Veneto iniziano le prime chiusure. Speranza si interroga: “La tutela del diritto alla salute […] può portarci a restringere altri diritti fondamentali, garantiti dalla stessa Costituzione?”. La risposta è semplice: l’individuo rinchiuso in casa per preservare la salute non è più né un individuo libero né un individuo tout court: è semplicemente nuda vita, mera sopravvivenza.

“[…] con serietà e rigore Luciana Lamorgese si impegna a organizzare in poche ore le nostre forze dell’ordine”: benvenuti alla nuova “presa del Palazzo d’Inverno” o “Marcia su Roma” che dir si voglia. Il nuovo potere si è appena instaurato. A nulla sono serviti gli appelli riguardanti la chiusura dei confini.

La nostra amata Italia è nelle mani di kamikaze avviluppati nella loro becera ideologia. Nel secondo capitolo del suo scritto, Speranza ci illustra alcuni dei tagli fatti alla sanità e la situazione del nostro Servizio Sanitario. “Il patto per la Salute […] Al mio arrivo al ministero, l’avevo trovato fermo al 2014. Scaduto da oltre due anni.”, ma non vi è alcuna citazione sul piano pandemico, il quale ha sollevato non poche polemiche.

Speranza dovrebbe chiarire se era a conoscenza della richiesta che, stando alle chat intercettate di Ranieri Guerra (ora indagato) con Silvio Busaferro, sarebbe partita dal suo capo di gabinetto, di insabbiare il dossier dell’OMS che evidenziava il fallimento gestionale della pandemia. Sia che lo fosse sia che non lo fosse, la cosa è molto grave ed esigerebbe una responsabile presa di posizione da parte di chi ricopre un ruolo diventato oggi così importante.

La conclusione del secondo capitolo è emblematica: “Gli studi di medicina generale o dei pediatri di libera scelta, in Italia, sono oltre 45.000 […] Il medico di medicina generale è assieme una figura importante e sottoutilizzata, in tanti lo considerano una specie di funzionario della salute […]quella del medico di famiglia non è solo una funzione sanitaria fondamentale, è anche un incredibile presidio sociale. […] L’Italia va modernizzata organizzando un SSN che si prenda cura del cittadino, sul territorio”.

Leggendo queste parole ho avuto un sobbalzo. Com’è possibile che questo ministro sia ancora al suo posto? Con i suoi protocolli ha annichilito il ruolo del medico di base. Quasi si cura(va) di nascosto. Qualche giorno fa ha presentato ricorso alla sentenza del Tar del Lazio sulle cure domiciliari. Si è praticamente tornati alla “Tachipirina e vigile attesa” che ha ucciso migliaia di persone. Di fronte ad una nuova stagione stragista, la quale serve a legittimare il regime sanitocratico, l’italiano medio alza le mani come segno di arresa e altrettanto fanno i piccoli partiti in Parlamento. Salvini docet.

In un regime di chiusure impensabile si sta instaurando sempre più una “normalità” fatta di divieti, obblighi e protocolli orwelliani che tanto si adattano alla mentalità di quelle forze politiche che fondano la loro ragione sociale sull’obiettivo strategico di “cambiare la società fino all’ultimo bottone”, così come scrisse in un celebre verso Vladimir Majakovskij, il cantore della rivoluzione d’ottobre “suicidato” da Stalin. 

Quante volte abbiamo sentito pronunciare: “Il problema è il Covid!”? Troppe. Questo è il sintomo più grave. Il vero problema riguarda ciò che abbiamo testé detto, in primis gli attori scesi in campo. Finché non vi sarà consapevolezza di ciò, continueremo a vivere in gabbia. A presto.

Pubblicato da Marco Spada

Dottore in Lettere (curr. Storico) e specializzando in "Scienze storiche" presso l'Università degli Studi di Messina; vivo a Milazzo e mi occupo, nell’ambito della ricerca, della correlazione tra società e dittature novecentesche. Caporedattore del giornale online "Tirrenico News" dal 2019 e collaboratore giornalista del mensile "Cultura Identità". Tradizionalista di stampo evoliano, interista di stampo morattiano.

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