Reddito di cittadinanza: cronaca di un fallimento

“Abbiamo abolito la povertà”! Così annunciava in pompa magna un euforico Luigi Di Maio dal balcone di Palazzo Chigi dopo la definitiva approvazione del reddito di cittadinanza. Quella foto, divenuta rapidissimamente uno dei meme più utilizzati sui social, si è trasformata per il ministro degli Esteri, e per il suo movimento, in un vero e proprio boomerang, con gli avversari politici pronti in ogni momento a ricordare allo stesso Di Maio che evidentemente qualcosa non deve essere andata per il meglio.

Unica nota positiva correlata al Rdc: l’assunzione di circa 2700 navigator che dovrebbero – il condizionale è d’obbligo – aiutare i percettori del RdC a trovare un lavoro.
Ad oggi, infatti, gli altri numeri risultano essere impietosi: tra il 2020 e il 2022 il reddito di cittadinanza graverà nel bilancio dello stato per ben 26 miliardi di euro, per soddisfare i bisogni di circa tre milioni di persone. Secondo l’Inps, a fine 2020, in seguito alla crisi innescata dalla pandemia, il numero di beneficiari era aumentato del 25%, mentre l’importo medio erogato era pari a 563 euro.

Fin qui, tuttavia, i freddi numeri non danno una chiara fotografia di cosa veramente sia il RdC. Per meglio comprendere la portata del fallimento, bisogna tornare al principio, a quei navigator che, a regime, dovrebbero essere oltre 11mila, ma che essi stessi combattono per conservare il proprio posto di lavoro. Si é detto e si dirà che il reddito di cittadinanza serve a trovare un impiego e, nel mentre, a garantire una soglia minima di sussistenza. Ebbene: su tre milioni di persone coinvolte complessivamente dal provvedimento, ad oggi sono stati trovati circa 370mila posti di lavoro. Davvero poca cosa. 

A chi sono ascrivibili le colpe? Sarebbe troppo facile scaricarle solo sulla politica, che pure ha le sue enormi responsabilità per avere complicato il tutto con procedure a dir poco cervellotiche. Ma anche le istituzioni hanno una buona dose di responsabilità. Intanto, perché sono tre i soggetti chiamati a collaborare: Inps, Anpal e centri per l’impiego. Un vero girone infernale che ha prodotto veri e propri obbrobri. Obbrobrio, si. Non esiste termine più azzeccato per dare una definizione del fatto che mafiosi, ndranghetisti, camorristi, ex brigatisti e criminali di vario ordine e grado abbiano percepito in questi mesi, ed ancora spesso percepiscono, il reddito di cittadinanza. Una vera e propria truffa legalizzata ai danni dello stato che è stata possibile solo perché – cosa molto diffusa in Italia – tra le mille teste che dovrebbero reggere questo sistema si perdono le responsabilità. E dunque in città come Messina, Reggio Calabria, Palermo e Napoli, boss pluripregiudicati vanno in giro con la loro tessera gialla a spendere i denari gentilmente erogati dallo stato, mentre in altre zone d’Italia, quei brigatisti che lo stato volevano annientarlo, oggi se ne prendono gioco vivendo alle spalle dello stesso. Ed è proprio questa l’immagine che meglio rende l’idea del fallimento del programma governativo dell’universo pentastellato. 

DI BARTOLO SALVATORE

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