160 anni d’Italia,tra certezze (tante) e “questioni” ancora aperte

Oggi 17 marzo ricorre il 160° anniversario dell’Unità d’Italia. Si tratta di una data fondamentale sia per le difficoltà che il processo di unificazione incontrò nel XIX secolo, sia per il notevole ritardo storico con il quale si costituì lo stato nazionale in Italia rispetto ad altri paesi europei.

Nonostante i 160 anni trascorsi, tuttavia, da più parti ancora si sprecano gli interrogativi relativi la bontà del processo di unificazione. Ciò che oggi si può affermare è che senza il conseguimento dell’Unità, l’Italia non avrebbe raggiunto lo status di paese moderno e civile. Un’Italia divisa in macroregioni sarebbe rimasta politicamente insignificante, rimanendo terreno di caccia per le potenze straniere.
Infatti, com’è noto la mancata unificazione tra il XV e il XVI secolo impedì all’Italia di poter raggiungere una linea avanzata di sviluppo; anzi, la mise in una condizione di arretratezza, destinata a permanere anche nel corso del XVIII secolo. 

Fu infatti il Risorgimento che diede all’Italia la possibilità di dare attuazione ad una statualità capace di rappresentarla politicamente, ma anche socialmente e culturalmente. Il Risorgimento, sviluppatosi in continuità con la tradizione rivoluzionaria francese, contribuì a dare allo stato nazionale unitario una fisionomia tipicamente moderna. Lo stesso può dirsi per il tipo di sviluppo economico-sociale, che segnò il passaggio da un modello di sviluppo tipicamente agrario verso un modello dapprima industriale e successivamente capitalistico. 

Ma, nonostante il giudizio complessivamente positivo sull’unificazione italiana, non può non tenersi conto anche degli aspetti negativi che l’hanno caratterizzata. Com’è noto, infatti, già all’indomani della proclamazione del nuovo regno nacquero le “questioni” che lo segnarono per tanto tempo, alcune delle quali tuttora al centro dell’agenda politica, su tutte quella “meridionale”. 
Infatti, nonostante le 160 primavere dalla raggiunta unificazione, ancora abissali rimangono i gap economici, produttivi ed infrastrutturali tra nord e sud del paese. Differenze che potrebbero essere, almeno parzialmente, colmate con un importante piano di investimenti per lo sviluppo del mezzogiorno da attuarsi con i fondi del programma di aiuti europei Next Generation EU, che ad oggi appare l’ultima vera possibilità per sancire l’unità economico-produttiva del belpaese. 

DI BARTOLO SALVATORE

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