Il tradizionalismo giapponese nell’architettura tra il XIX e il XX secolo

L’architettura è una delle testimonianze più importanti dell’uomo sulla terra. Essa è storia per eccellenza. Il conservatore non tollera affatto che i simboli architettonici della storia del suo paese vengano abbattuti con cotanta facilità come si propone oggi di fare con metodi barbarici. Anzi, esso lotta affinché la memoria architettonica rimanga salda e venga incentivata tramite la cultura dei patrimoni presenti sul suolo natio.

Il Giappone, all’interno del Patto tripartito, rappresenta sicuramente la soluzione più esotica e più ricca di particolarismi rispetto ai grandi spazi della Volkshalle o degli stadi del Fascismo. L’espressione della dimensione del potere nipponico differisce in maniera netta rispetto alle scelte dei camerati occidentali. Essa non riunisce grandi eserciti, ma conserva la cultura del focolare domestico e convive in un tutt’uno con la natura.

L’unione simbiotica tra gli spazi architettonici e i giapponesi ricorda molto quell’unione tra le antiche civiltà europee e le loro opere d’arte in travertino o in marmo pentelico.

Tra gli anni 20 e gli anni 30 del XX secolo, e successivamente a seguito del secondo dopoguerra, il movimento moderno, ancora agli esordi, inizia a insinuarsi progressivamente in alcuni territori in via di sviluppo, in particolar modo in Australia, America Latina e Giappone. Tale processo mostra un atteggiamento che, a differenza di quanto professato dai suoi stessi principi, di base apparentemente slegati dalla tradizione culturale di un territorio, appare qui particolarmente legato all’incontro con l’antico.

Mentre per i primi due Paesi si tratta di un processo più spontaneo e lineare, dati i precedenti rapporti con l’Occidente attraverso il colonialismo europeo, per il Giappone il processo di innovazione nei confronti della modernità e dell’industrializzazione appare meno immediato, vista la sua nota chiusura nei confronti dei Paesi occidentali almeno sino agli anni 50 dell’800, che lo porta ad essere un territorio profondamente radicato nella propria cultura e nei propri usi e costumi, a discapito di nuovi principi architettonici e artistici, visti il più delle volte ancora come estranei.

Altro fattore di chiusura è rappresentato dalla sconfitta del Giappone durante il secondo conflitto bellico nel 1945, a cui conseguiranno una grave crisi economica, un enorme fabbisogno abitativo, causato dalla distruzione portata dalla guerra. Eppure il Giappone tradizionale, prima di farsi suggestionare dai caratteri della modernità, sarà egli stesso portatore di nuove influenze, che si riveleranno fondamentali per lo sviluppo del movimento moderno occidentale.

I primi passi nei confronti del Giappone si muovono inizialmente attraverso gli esordi dello stile liberty alla fine dell’800, che si interessa agli oggetti tradizionali esportati dai nuovi scambi commerciali dell’isola con la Germania: kimono, porcellane, dipinti su seta, paraventi, caratterizzati da una composizione per sovrapposizione di piani e dalla totale assenza di prospettiva, diventano parte integrante della quotidianità europea, che in quegli anni comincia a produrre articoli in serie.

Un altro segno di apertura nei confronti del mondo occidentale è rappresentato dalle esposizioni universali, specchio della nuova società industrializzata che sta prendendo piede in tutto l’occidente, in cui il Giappone non perde occasione per dare sfoggio dei propri principi costruttivi tradizionali, che vengono per la prima volta visti dagli architetti moderni europei e americani come precursori del nuovo linguaggio: concetti legati a razionalismo, funzionalità, purezza delle forme e attenzione all’ambiente esistono da secoli in Giappone, e dall’istante in cui vengono finalmente svelati, personaggi come Walter Gropius in Germania, Le Corbusier in Francia, Charles Rennie Mackintosh insieme alla moglie Margaret in Scozia e Frank Lloyd Wright in America, solo per citare i più illustri, ne faranno le basi per porre quelli che saranno i punti fondamentali dei loro ideali architettonici.

Basti pensare alla fiera Colombiana del 1893 a Chicago, in cui un giovane Wright resterà così colpito dall’ “Ho-o-den”, il padiglione giapponese che riproduceva un tempio tradizionale su un’isola, tanto da compiere numerosi viaggi in Giappone per il resto della sua vita e affermare come l’architettura americana avesse la necessità di doversi completamente allontanare dallo stile europeo avvicinandosi alla cultura giapponese, della quale l’architetto, per le sue “case della prateria”, riprende concetti quali l’organicità dei materiali, il rapporto tra interno ed esterno, la sacralità del focolare domestico, i forti aggetti verso l’esterno per proteggere il giardino.

Senza dimenticare che egli stesso sarà uno dei più appassionati collezionisti di stampe giapponesi, i cui studi culmineranno nel volume del 1912 “Le stampe giapponesi. Una interpretazione”. Mackintosh, architetto di Glasgow, sarà invece introdotto nell’universo della cultura giapponese grazie alla moglie Margareth Macdonald, produttrice di kimoni per l’alta società scozzese, dai quali trarrà spunto per realizzare le sue famose vetrate, decorate attraverso le tipiche rose avvolte in un poligono.

L’architetto trae ispirazione dalla cultura orientale per dar vita a un nuovo stile architettonico scozzese, indipendente da quello neogotico inglese della regina Vittoria. Qui lo studio delle case dei contadini scozzesi si mescola allo studio della tradizione giapponese, dando vita a un linguaggio nuovo, che non mette da parte il retroscena culturale d’origine ma che lo reinventa, introducendo concetti quali semplificazione degli spazi, funzionalità e flessibilità, come ad esempio l’utilizzo di pannelli scorrevoli per riadattare delle aule da disegno a mensa scolastica all’interno della Scuola di Arti applicate di Glasgow, progettata a partire dal 1899. 

Nel 1954 Walter Gropius, fondatore della celebre scuola del Bauhaus, parla dell’architettura giapponese in una lettera a Le Corbusier, connotandola alla modernità attraverso l’impiego di elementi comuni, come ad esempio l’uso di strutture prefabbricate. Lo stesso Le Corbusier si recherà pochi anni dopo in Giappone, restando particolarmente colpito dalla Villa Imperiale di Katsura a Kyoto, considerata in assoluto l’emblema capace di rappresentare pienamente i principi architettonici tradizionali giapponesi: l’intero edificio è pensato per adattarsi al territorio in cui è situato, ad esempio attraverso l’utilizzo di un basamento in muratura capace di renderlo resistente a terremoti e a forti piogge; il basamento stesso inoltre è sopraelevato in modo da non causare problemi di umidità vista la presenza delle risaie.

La struttura è interamente in legno e pensata per essere modulare, anche in relazione alla dimensione dei panelli in carta di riso, prodotti in modo da poter essere resistenti ma non troppo dispendiosi. I pannelli di riso rendono l’intero edificio perfettamente flessibile rispetto a eventuali modifiche dei vari ambienti, a loro volta disposti su diversi livelli in relazione alla funzione. il fulcro della casa è rappresentato dalla stanza del tè, libera da arredi e decorazioni: per la filosofia zen il vuoto non è visto come una mancanza, ma come elemento capace di conferire maggiore importanza all’incontro e all’accoglienza.

Infatti, coerentemente con tale principio, gli oggetti per la conservazione del tè sono funzionalmente disposti in un’intercapedine all’interno del pavimento.

A cura di Marco Spada e Mirella Pino

Pubblicato da Marco Spada

Dottore in Lettere (curr. Storico) e specializzando in "Scienze storiche" presso l'Università degli Studi di Messina; vivo a Milazzo e mi occupo, nell’ambito della ricerca, della correlazione tra società e dittature novecentesche. Caporedattore del giornale online "Tirrenico News" dal 2019 e collaboratore giornalista del mensile "Cultura Identità". Tradizionalista di stampo evoliano, interista di stampo morattiano.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: