L’individualismo tra Cervantes e Ricossa: punti comuni e divergenze

Il paragone tra il celeberrimo Cervantes e l’economista anarco-borghese Ricossa risulterebbe impossibile se non si mettesse a fuoco un certo aspetto che accomuna entrambi: l’individualismo.

1547Alcalá de Henares: nasce Miguel de Cervantes Saavedra, romanziere, drammaturgo, poeta, se non il più grande ingegno della letteratura spagnola, sicuramente il più conosciuto a livello mondiale. Il XVI secolo rappresenta l’apogeo politico, militare, e culturale della Spagna e certamente il periodo fu propizio alla penna di Cervantes che partorì uno dei personaggi più noti della storia della letteratura: Don Chisciotte della Mancia. 

Se Kierkegaard può essere considerato il padre dell’individualismo filosofico, Don Chisciotte può essere definito il padre dell’individualismo letterario. Egli è un hidalgo, un nobile decaduto, ma non sappiamo nulla della sua nascita, della sua infanzia e della sua giovinezza. Non ci è fornita nessuna informazione circa i suoi avi perché, come scrisse Miguel de Unamuno nel 1905, “lui apparteneva a una di quelle stirpi che sono e non furono. La sua stirpe comincia con lui”. Cervantes sceglie di tacere queste informazioni perché riteneva che ognuno è figlio delle proprie azioni e che si va costruendo secondo come vive ed opera. 

Don Chisciotte è povero e dedito all’ozio ma, poiché non di solo pane vive un uomo, inizia a leggere libri sulla cavalleria con tanta dedizione e diletto, da trascurare quasi del tutto l’amministrazione della sua proprietà, arrivando al punto di vendere molti ettari di terra da semina per comprare libri di cavalleria. Ben presto però, la pagina inchiostrata si rivela insufficiente a saziare il desiderio di gloria del nostro eroe che, dunque, decide di passare all’azione.

Cervantes ci rivela che “a forza di dormir poco e di leggere molto, gli si inaridì il cervello al punto che perse il senno”; e così il nostro eroe decide di farsi cavaliere errante. Ma perché? La lettura dei romanzi cavallereschi fu la profasis, un semplice pretesto, mentre la ragione effettiva, l’aitìa, va ricercata nel desiderio di gloria per sé e per la patria. 

È in quest’ottica che va letto l’individualismo di Don Chisciotte: egli intende perfettamente che prima di tutto deve accrescere il proprio onore, e poi mettersi al servizio della patria. Il novello cavaliere, nonostante sia tacciato di follia dalla società che lo circonda, è lucidissimo e, a distanza di quattro secoli, ci ricorda che l’uomo deve in primis lavorare su sé stesso in quanto singolo individuo e poi, qualora sia riuscito nella prima impresa, può impegnarsi a servire la patria e la comunità. Se tutti avessimo chiaro questo modus operandi, individualismo ed egoismo non verrebbero più considerati sinonimi, a tutto vantaggio della collettività.

È in questi anni che iniziò a svilupparsi la borghesia, una classe sociale intermedia la cui nascita fu agevolata dalla scoperta dell’America che, a livello economico, favoriva il commercio. In Spagna però dominava una mentalità per cui erano deprecabili tutti i lavori che non fossero le Lettere, l’Arte o l’Arte della guerra. Un nobile spagnolo non si sarebbe mai sporcato le mani in un’attività tanto “plebea” come il commercio (esercitato invece da ebrei e mori, cioè quegli arabi rimasti nella penisola dopo essersi convertiti). 

La mentalità spagnola del tempo disprezzava i lavori manuali quindi le enormi ricchezze che dalle Americhe giungevano in Spagna non venivano fatte fruttare, ma venivano utilizzate unicamente per l’acquisto di immobili e beni di lusso di cui si potesse fare sfoggio.

Secondo Ricossa la borghesia è ben altro. Per l’autore di Straborghese è un carattere; innato o da coltivare. Un atteggiamento e un’attitudine. “Non contano i soldi e la posizione sociale“, spiega il professore torinese; “si può nascere mezzo borghesi in una famiglia contadina od operaia”: borghesi lo si è nell’anima/o, in sostanza

L’essere borghesi è uno stile di vita: è l’individuo che, con personale etica e rigore, sceglie questa “modalità” per portare avanti i propri interessi. Nella sua vita il borghese sperimenta, crea, innova: cerca di migliorare l’ambiente attorno a sé e di migliorarsi interiormente; due elementi che renderanno le sue azioni più proficue. Insomma: fa di testa sua, tocca con mano, sperimenta, rischia.

Ricossa mette in guardia chiunque voglia diventare borghese, perché “la borghesia trasforma la vita in una continua competizione”. È dunque chiaro che il borghese sia un essere irrequieto: non è calmo, non conosce riposo. “Il borghese è essenzialmente chi vuole farsi da sé“. Colui che crede nel libero mercato e nella libera competizione tra gli individui, animati dalla voglia di fare, produrre ed inventare.

Il borghese lo si riconosce per l’individualismo, “lo spirito di indipendenza, l’anticonformismo, l’orgoglio e l’ambizione, la volontà di emergere, la tenacia, la voglia di competere, il senso critico, il gusto della vita”. “Gusto della vita” che non vuol dire sprecare o scialacquare le risorse a propria disposizione (il borghese ha rispetto del denaro); “la borghesia odia […] che si sprechi anche solo una briciola”. 

Specialmente perché sa quanto ci vuole per guadagnarsi ogni singolo centesimo. Il borghese è l’homo ludens, “cioè chi ama vincere, in gara con gli altri o con se stesso”. Continua Ricossa: “il borghese ha fede in se stesso e poco altro”, non si fida molto degli altri, tuttavia non è sospettoso di principio e soprattutto non è in malafede.

Egli “si studia intensamente, si conosce senza ipocrisie, vede le sue debolezze”. Non mente di fronte allo specchio. Il borghese non “si” racconta bugie: cerca di non essere ipocrita – aborrisce l’ipocrisia imperante nella società dei teatrini e dei costumi delle (finte) “buone maniere” –; ha dunque ha un “suo” orgoglio.

Il borghese “morirebbe di fame pur di non chiedere l’elemosina. Perciò il mendicante non lo impietosisce oltremisura” così come “il fallimento altrui non lo disturba” più di tanto. Ben lontano dall’immagine dell’egoismo che gli viene affibbiata dagli invidiosi di turno, il borghese basa la propria etica e convinzione eco-social-politica “sulla responsabilità individuale, sulla colpa individuale e sulla punizione individuale”.

Il borghese si autoregola ed ha un forte senso del dovere: sa che ad ogni azione o parola corrisponde inevitabilmente una conseguenza; e non fa finta di credere che non sia così.

A cura di Marco Spada e Francesca Speziale

Pubblicato da Marco Spada

Dottore in Lettere (curr. Storico) e specializzando in "Scienze storiche" presso l'Università degli Studi di Messina; vivo a Milazzo e mi occupo, nell’ambito della ricerca, della correlazione tra società e dittature novecentesche. Caporedattore del giornale online "Tirrenico News" dal 2019 e collaboratore giornalista del mensile "Cultura Identità". Tradizionalista di stampo evoliano, interista di stampo morattiano.

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