Andrea Italiano | Guttuso: l’artista inghiottito dal vortice comunista

Qualche anno fa ho comprato, tramite un’asta su Ebay, un quadro, una natura morta, che il venditore mi spacciava come originale di Guttuso. Ingenuamente, o forse peggio che ingenuamente, l’ho comprato. E in effetti ciò che mi è arrivato per posta alla modica cifra di settantacinque euro, a dire delle foto -ma anche del quadro vero e proprio- aveva ed ha tutta l’apparenza di una natura morta di Guttuso.

Tranne che per la firma, che nel mio quadro è non “Guttuso” bensì “Guasto”. Ca va sans dire, sono stato buggerato. Tuttavia, questa fregatura ha aperto in me uno squarcio, come a dire che in fondo sono stato raggirato ma con destrezza, perché a parte la firma mi è stato venduto un quadro in tutto e per tutto “guttusiano”. Lo squarcio è: quanto è facile imitare (con successo) Guttuso? Rispondo senza remore: è molto facile. Perchè Guttuso, ad un certo punto della sua carriera, ha smesso di fare ricerca sul linguaggio artistico e ha imposto una “cifra”, la sua “cifra”.

Dico, imitare una “cifra” non è molto difficile, specie oggi che tutti sanno cosa è una “cifra” e specie la sua che alla fine non è una “cifra” poi così difficile da imitare. Non starò qui a raccontare quale è la “cifra” guttusiana, dico solo che – per me- la novità dell’arte guttusiana si arresta a quel capolavoro che è la Crocifissione (oggi alla Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma, a suo tempo – 1942- vincitore di un premio fascistissimo come il Premio Cremona); dopodichè il pittore ripeterà in tutto e per tutto la stesse immagini (chiaramente con varianti), con gli stessi colori, le stesse posizioni dei personaggi, persino con le stesse espressioni degli astanti.

E considerando che Guttuso è nato a Bagheria nel 1911 e morto a Roma nel 1987, possiamo ben dire che il suo apice è stato attorno ai 30 anni e che per i restanti 47 anni non ha fatto altro che ripetere se stesso. Voi direte, come ha fatto – nonostante questo mio supposto immobilismo- a diventare (dopo la Seconda Guerra Mondiale, quindi durante i suoi 47 anni di supposto immobilismo) il più conosciuto e influente pittore italiano? Ve lo dico subito.

Guttuso si è iscritto al Partito Comunista Italiano e in cambio della sua aderenza totale alla propaganda (addirittura fu lui a disegnare quel famoso simbolo che fu usato fino al 1991) ha ricevuto commissioni, critiche positive, entusiastiche celebrazioni, acquisizioni museali, soprattutto è riuscito a stare sempre al centro del mercato italiano dell’arte, fino a diventare il “Picasso delle contesse”. Ha ricevuto tanto e tanto ha dovuto dare, innanzitutto la qualità della sua ricerca. Perché non ha avuto più bisogno di sperimentare e migliorarsi, in ogni caso il partito gli avrebbe assicurato fama e soldi. Insomma, è diventato il più importante pittore del secondo Novecento italiano ma poteva essere il più grande, se il grande vortice comunista non lo avesse inghiottito.

Guttuso è stato per ben due volte eletto senatore nelle file del PCI e non mancava occasione che non ricordasse come il comunismo fosse la salvezza del mondo. O per lo meno, un ricettacolo di santi e di eroi. Come ad esempio vediamo in quel megalodonte pittorico che è I funerali di Togliatti (al Mambo di Bologna), un superpippone celebrativo dei comunisti passati presenti e futuri, tutti – piattamente- dietro la salma del Migliore e tutti accomunati da espressioni dure e pure di eroi e santi. Nella città di Messina abbiamo un lavoro monumentale di Guttuso, la pittura sui pannelli montati sul soffitto del Teatro “Vittorio Emanuele”, rappresentate il tuffo del mitico Colapesce nelle acque dello Stretto.

E’ un lavoro imponente, realizzato tuttavia non tanto da Guttuso quanto da una serie di collaboratori parlanti il verbo guttusiano, e si vede. Infatti quello che abbiamo davanti ai nostri occhi (o sopra le nostre teste) è per lo più un lavoretto rinsecchito e inacidito, durissimo in alcuni punti, con tratti di pittura naife o dilettantesca, figlia di nessuna ricerca e di nessuna ricercatezza. Forse Guttuso si sarà riservato per sé la parte del mitico nuotatore; infatti sembra lo stesso corpo (capovolto) della donna nuda nella Crocifissione del 1942, ma il Colapesce messinese è del 1985: dico, quarantatre anni di solita solfa. Adesso vi mostro un altro punto dolente della produzione guttusiana: le donne dipinte.

Guttuso aveva una compagna (Mimise) e un’amante (Marta Marzotto) che era pure la sua modella. Ebbene, affascinato – come tutti- dai fianchi larghi e dai seni generosi della “contessa”, Guttuso trasse da questo tema e vendette migliaia di olii e di disegni, serigrafie ed incisioni, tanto che alla fine sono più i lavori “buttati lì”, volgari e senza grazia (sia interna che esterna), che le opere d’arte vere e proprie (ed infatti i falsi di questa “contessa” sono migliaia e pure a buon prezzo). Ma non tutto Guttuso è da squalificare, altrochè! I suoi ritratti “laici” e poetici, le sue nature morte (i peperoni, i meloni, i pesci, le brocche, le bottiglie, le arance, i pennelli, le stoffe adagiate sui tavoli, le pere, i limoni soprattutto) sono bellissime e sempre attuali, più sublimi di quelle di Morandi, con un colore che vibra e vive oltre la tela e oltre il tempo, come se svincolato dalla retorica delle figure “impegnate” il bagherese potesse essere davvero libero e davvero grande. Insomma, Renato Guttuso, poteva essere il più grande ma è stato solo il più influente artista del suo tempo: colpa del PCI. Per la serie, i tamburini (e potrei fare tanti altri nomi oltre a quello del Nostro) che razza disgraziata!

A cura di Andrea Italiano

Andrea Italiano

Pubblicato da Santi Cautela

Giornalista pubblicista, Direttore de IlTirrenico.it ed esperto di comunicazione istituzionale. Vive e scrive dalla Sicilia. Conservatore per stile di vita.

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