Il revisionismo sulle Foibe non è affatto scevro dalle ideologie

Il 10 febbraio non è un giorno qualunque. Oltre alla sua genesi, della quale non tratterò per evitare di deviare l’attenzione del lettore, è fondamentale scrivere della potenza divisoria che questo giorno esercita tra i due schieramenti “classici” della politica nostrana. Ciò influenza – ahimè – anche la ricerca storica. Difatti a qualcuno (che più avanti citerò) brucia ancora lo stomaco quando si tratta di parlare dei crimini di quel boia di Tito.

Un boia ben accolto dalla nostra neonata Repubblica Italiana, infatti è scolpita sulla dura pietra del web l’onorificenza conferitagli il 2 ottobre del 1969: “Cavaliere di Gran Croce Ordine al Merito della Repubblica Italiana“. Ai tempi il Presidente era il socialdemocratico Saragat, poi venne Leone e fu lui a portare – per primo – una corona di fiori a Basovizza (poi bruciata nella notte); infine venne Pertini.

Sì, proprio quel Pertini che tre italiani su quattro ricordano per la famosa partita a carte con la Nazionale di calcio di ritorno dalla vittoria ai Mondiali 1982. Ma c’è almeno un italiano su quattro (forse) che ricorda ben altro a proposito della figura e delle azioni di Pertini. Come Presidente della Repubblica non si scordò certamente dei suoi compagni: dal caso del “boia di PorzusMario Toffanin, il quale venne fatto riparare in Jugoslavia da Botteghe Oscure dopo la condanna all’ergastolo, al dittatore Tito passando per la fucilazione di Ferida.

È indimenticabile il suo gesto di commiato nei confronti del boia croato. Nel giorno del suo funerale, l’ex Presidente della Repubblica si commosse e pose una mano sul feretro del dittatore a mo’ di ultimo saluto ad un grande eroe. Un gesto di una lordura indelebile. Fortunatamente c’è chi, con grande senso dello Stato, precisamente 365 giorni fa ha tenuto un discorso da brividi, al quale vi rimando tramite questo link.

Caro Presidente Mattarella, mi rivolgo proprio a lei. Grazie per le splendide parole, ma adesso revochi quell’onorificenza al boia. L’Italia gliene sarebbe profondamente grata.

Il vergognoso revisionismo di Gobetti

C’è uno “storico” col pugno alzato e la bandiera rossa che si diverte a pubblicare le sue tesi negazioniste con la casa editrice Laterza. Tale Eric Gobetti non fa di certo scudo alle sue simpatie ideologiche, facendosi ritrarre – senza remore alcuno – proprio nel modo in cui l’ho introdotto. Poco tempo fa ha pubblicato la sua ultima “ricerca”. Definirla assurda e irrispettosa è dir poco.

Cito testualmente per facilitare la lettura: “Non ci sono prove documentarie certe che a Basovizza siano avvenute esecuzioni né che vi siano state sepolte vittime delle epurazioni […]”. Vi è davvero bisogno di aggiungere altro per capire il personaggio? Probabilmente allo “storico” Gobetti non basta l’ennesimo aggiornamento sulla mappatura delle foibe, delle quali il totale è salito a 581. La sua ideologia lo acceca sulla possibilità di ritrovare altre centinaia di migliaia di vittime del suo eroe Tito.

Il tentativo del Gobetti è chiaramente inteso a bloccare la riesumazione delle vittime il cui numero è gigantesco. Non dimentichiamoci che il lavoro dei pompieri che riesumavano gli infoibati a Basovizza fu improvvisamente interrotto dallo scaricamento di parecchi camion contenenti bombe inesplose sulle vittime. Ciò impedì la riesumazione delle povere salme.

Questo episodio ha alimentato la propaganda negazionista, la quale si basa sul fatto che i cadaveri estratti erano pochi. Purtroppo dimenticano (o evitano) di dire che ciò era avvenuto per l’intervento degli anglo-americani. Il Giorno del Ricordo continua a costituire un pericolo per una certa sinistra italiana che ebbe un ruolo vergognoso nell’appoggiare la cessione delle nostre terre alla Jugoslavia di Tito e a tacere per 50 anni dell’Esodo che fu provocato dal terrore delle Foibe.

Si continua a giustificare il terribile eccidio con le stragi fasciste nella guerra in Jugoslavia. Si vuol far cominciare la questione adriatica con la reazione dell’Italia, prima giolittiana e poi fascista, nei confronti della popolazione slave omettendo una data ed un fatto che non viene praticamente mai citato da nessuno: 12 novembre 1866, Francesco Giuseppe I disponeva che gli organi statuari dell’Impero colpissero in ogni modo i suoi sudditi di lingua italiana.

Questo ha determinato tra il 1866 ed il 1917 con l’incoronazione dell’Imperatore Carlo I, un’azione di snazionalizzazione prima della Dalmazia, ma poi anche di Fiume che nell’Impero faceva parte del Regno d’Ungheria, dell’Istria, di Trieste, di Gorizia e del Trentino con il trasferimento di popolazioni croate in Dalmazia e nel centro dell’Istria e slovene nella Venezia Giulia per slavizzare le terre tradizionalmente italiane.

Di questo non si può e non si deve parlare e, quindi, il rimpatrio degli sloveni da Trieste, importati dall’Austria negli anni della guerra, da parte dell’Italia giolittiana e fascista viene considerato come una snazionalizzazione ai danni degli sloveni e dei croati dell’Istria e non un giusto e corretto riequilibrio, peraltro assai parziale, delle presenze etniche veneto italiane, slovene e croate.

Di questo non se ne parla mai, ma ricordatevi, compagni, che la verità verrà a galla prima o poi. La storia vi renderà il conto e allora saremo noi a divertirci.

Pubblicato da Marco Spada

Dottore in Lettere (curr. Storico) e specializzando in "Scienze storiche" presso l'Università degli Studi di Messina; vivo a Milazzo e mi occupo, nell’ambito della ricerca, della correlazione tra società e dittature novecentesche. Caporedattore del giornale online "Tirrenico News" dal 2019 e collaboratore giornalista del mensile "Cultura Identità". Tradizionalista di stampo evoliano, interista di stampo morattiano.

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