Salviamo l’Italia dall’estinzione

Circa 700 mila morti a fronte di soli 400 mila nati, saldo naturale negativo di 300 mila unità, matrimoni diminuiti del 50,3% rispetto all’anno precedente, 85 mila nell’anno appena trascorso contro i 170 mila del 2019.

Sono questi alcuni dei dati contenuti nel documento “Primi riscontri e riflessioni sul bilancio demografico 2020” pubblicato l’1 febbraio 2021 a firma del presidente dell’ISTAT Gian Carlo Blangiardo.

Certamente su questi numeri ha inciso l’effetto covid-19 – si pensi ad esempio al fatto che per ritrovare un saldo naturale tra morti e nascite così negativo bisogna risalire alla pandemia di spagnola del 1918 – ma producendo effetti e accelerando processi all’interno di un trend ben definito e che evidentemente va ormai avanti da troppi anni, considerato che già quarant’anni fa si registrava un numero di figli per donna al di sotto del tasso di sostituzione – 2,1 –  che permette di mantenere stabile la popolazione.

L’età media è sempre più alta, i matrimoni sono in costante calo e si fanno sempre meno figli, questa è l’Italia dei nostri giorni, un Paese sempre più in via d’estinzione, immerso – come gran parte dell’Occidente – in un inverno demografico senza precedenti dal quale sembra incapace di uscire.

Anche Papa Francesco, al termine dell’Angelus del 7 febbraio 2021, ricordando la XLIII Giornata nazionale per la Vita, che come ogni anno si è celebrata in Italia la prima domenica di febbraio, si è detto preoccupato perché continuando su questo crinale «il futuro è in pericolo».

Le cause di questa crisi demografica sono sì anche economiche – va però detto che la stessa crisi economica è conseguenza del calo demografico – ma più profondamente culturali, da ricercare principalmente – volendo circoscrivere temporalmente l’analisi ai soli decenni più recenti – nella rivoluzione antropologica del Sessantotto.

Dunque anche l’azione politica e sociale per cercare di invertire la rotta non può limitarsi ad interventi di tipo economico, pure importanti e spesso fondamentali, ma deve andare più in profondità, puntando a creare non solo le condizioni materiali, ma anche ambientali, culturali appunto, ancor meglio spirituali, affinché i giovani non solo siano messi nella condizione di farsi una famiglia e generare dei figli, ma soprattutto ricomincino a desiderarlo, a porlo come obiettivo importante ed a sentirlo come senso della propria vita.

Quindi ben vengano bonus, assegni, asili, sgravi, detrazioni, sussidi e ogni altro tipo di sostegno ma, se si vuole davvero che tornino ad essere affollati gli asili più di quanto lo sono le RSA, sarà necessario che rinasca la voglia di fare figli.   

Si tratta di una strada lunga e difficile, proprio per questo è bene cominciare a percorrerla al più presto, prima di giungere al punto di non ritorno, senza illudersi che il saldo naturale negativo possa eventualmente essere sanato favorendo l’arrivo di un maggior numero di immigrati, operazione dal sapore di sostituzione etnica che rischierebbe anche di aggravare i problemi e le tensioni sociali, oltre a impoverire di risorse i Paesi di provenienza.

Dunque si prenda atto del rischio mortale che stiamo correndo come popolo e si inizi subito a porre rimedio.

Luca Basilio Bucca

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