Dall’incendio del Reichstag 2.0 alla nuova Saigon: tornano gli USA che conoscevamo

Ecco che tornano gli USA che conoscevamo. Effettivamente in molti ne avevano sentito la mancanza. Io no. Gli effetti delle devastazioni del democratico-imperialista Barack Obama continuiamo a subirli giornalmente. Tra le basi (NATO) sulle quali si fonda la nostra Repubblica e il continuo andirivieni di esseri umani dalle coste sud del Mediterraneo, non ci siamo dimenticati certamente – in questi 4 anni a.B. (avanti Biden) – dell’egemonia statunitense.

Eppure la “reductio ad Hitlerum” continua imperterrita nei confronti del ciuffo biondo che fa impazzire il mondo, Mr. Donald Trump, il quale ha la gravissima colpa (e non solo questa) – secondo i Dem e le strutture allineate – di non aver continuato a devastare delle terre già tremendamente martoriate. Altresì è colpa sua se la marcia trionfale della Cina, seppur per poco tempo prima del Covid, è stata bloccata con politiche lungimiranti.

Difatti il “virus cinese“, così giustamente denominato dall’ex POTUS, ha parzialmente cancellato quanto di ottimo è stato fatto in questi 4 anni da Trump. La disoccupazione praticamente azzerata, la ripresa del suo Pil del 33% su base annua. Risultati fantastici in campo economico e anche sul piano della politica internazionale. Il bastone tra le ruote alla Cina ha cambiato l’agenda politica mondiale, bloccando un processo che – ahimè – ha ripreso a pieno regime il suo avanzare.

L’unico dato in rosso è il tasso di partecipazione al lavoro, sceso di 0,1% punti. La disoccupazione è più bassa di 1,2 punti e la tassa sui redditi delle società è stata tagliata di 14 punti. Il rapporto deficit/Pil prevede un rapporto al 3,9% per il 2018 (nel grafico è riportato un erroneo 12,5%). Il rendimento dei buoni del tesoro americani è salito di oltre 3,10% punti per il Treasury decennale. Il Nasdaq ha guadagnato il 48% rispetto al pre-elezioni, lo S&P 500 il 32%.

La serie di importanti trattati di pace sembra essere un lontano ricordo per tutti, specialmente adesso che al potere sono tornati i Dem/Neocon. In sostanza è lui che avrebbe meritato il Nobel per la pace, non Obama. Trump, specialmente dopo lo stop all’immigrazione, li ha letteralmente fatti impazzire. Ha smontato pezzo dopo pezzo il sistema mediatico ai servigi del Deep State americano e ha – inconsapevolmente – prenotato numerose visite gastroenterologiche agli imitatori provinciali italiani dell’establishment mediatico.

La “reductio ad Hitlerum”

Ogni anno se ne vedono e se ne sentono di cotte e di crude di lagne “contro l’odio“, ma mai nessuno si è scandalizzato per il trattamento riservato a Trump dal giornalismo progressista italico. Figuriamoci che qualcuno, su La7, durante l’incendio del Reichstag 2.0, ha mandato in onda le immagini di un noto film hollywoodiano (Project X) per continuare a far ribollire l’odio dei globo-sovietici nei confronti del Tycoon. Fidatevi dei professionisti dell’informazione.

Oltre al “Direttorissimo“, un altro “odiatore professionista” è stato Giuliano Ferrara, il quale ha bombardato Trump dal 10 agosto 2015 in poi: “noto tamarro“, “cialtrone in chief“, “Donald non sa un cazzo“, “capo di una cricca“, “infantile e carogna“. Ci sarebbe da piangere, invece si ride per il gigantesco travaso di bile dei nostri, ma direi più precisamente “dei loro”, professionisti dell’informazione.

Come dimenticare le parole cariche di odio del giornalista Serra, il quale lo definì l’11 novembre 2016 come: “una persona dalla biografia ripugnante, dai modi ripugnanti e dalle idee ripugnanti“. Anche quelle di Saviano sono parole indimenticabili, il paladino dei più poveri che si gode la vita da New York: “è il simbolo dell’America profonda, quella cafona, tracotante e ignorante”. 75 milioni di bifolchi, dunque?

E se ne sono sentite tante, tante altre da chi impartiva lezioni di stile e tuonava contro l’odio, la volgarità e la rozzezza. Disgraziatamente continua a scorrere quel fiume carsico tipicamente sovietico che erode senza sosta la nostra Italia. Ultime, ma non per importanza, sono le infelici uscite di Friedman nei confronti dell’ex First Lady Melania Trump che potrete trovare qui di seguito.

Eppure il Tycoon ha fatto molto di più rispetto ad Obama, idolo della platea giornalistica nostrana. Trump, bistrattato come xenofobo, è il presidente della riforma giudiziario-carceraria, della riduzione della povertà e della promozione delle Zone di Opportunità economiche. E gli afroamericani se ne sono accorti. Nel 2016 Trump aveva avuto l’8% del voto della comunità suddetta, ma nel novembre 2019, un sondaggio dell’Emerson College dava a Trump un ratio di approvazione tra i neri del 34,5%.

Trump, come ha scritto Glauco Maggi nel suo “Il Guerriero Solitario-Trump e la Mission Impossibile“, è “il razzista che piace sempre più ai neri“. Secondo un sondaggio Harvard Caps/Harris Poll di febbraio 2020, il rating favorevole tra i neri è al 22%, e una stessa percentuale ha registrato Zogby Analytics, che ha scoperto consensi crescenti anche tra le altre minoranze: il 36% degli ispanici e il 38% degli asiatici.

Il “razzismo sistemico” è frutto dell’ideologia dei Dem pro-Biden e pro-Ocasio Cortez e dei loro violenti alleati di strada BLM e Antifa. Milioni di africani fanno ogni anno domanda per vincere la green card ed immigrare nel paese statunitense. Trump aveva deciso di abolire la lotteria, puntando ad una riforma dell’immigrazione regolare basata sui meriti delle persone che intendono immigrare negli Usa, non sul caso.

I numeri valgono molto più dei sermoni. Difatti essi dimostrano che proprio gli emigranti neri fanno la fila, a legioni, per lasciare l’Africa e diventare americani. Per l’anno fiscale 2020, il numero di candidati provenienti da 47 nazioni dell’Africa sub-sahariana ammissibili alla lotteria è stato di 9,2 milioni, rispetto ai soli 2,8 milioni del 2011. Tra il 2010 e il 2016 la media è stata di 14,9 milioni, ma dal 2017 al 2020 essa è aumentata di altri 7 milioni per un totale di 21,9.

Ogni anno il governo decide quali nazioni possono partecipare al concorso. In Africa è esclusa soltanto la Nigeria. Dunque, come si può definire l’America un paese razzista? Pew Research riporta che gli immigrati africani hanno più probabilità degli americani complessivamente di avere una laurea e un recente studio dell’Università del Kansas rivela che il loro tasso di partecipazione alla forza lavoro è del 73%.

Secondo alcune misure, i nigeriani sono il gruppo di immigrati di maggior successo nel paese. Il cinquantanove per cento ha una laurea, più del doppio della popolazione nel suo complesso; e nel 2018 il loro reddito familiare medio era di quasi 7000 dollari in più rispetto alla media.

“Sette elettori su dieci affermano che l’economia statunitense è forte”; “Sempre più lettori affermano che la loro situazione finanziaria è migliorata rispetto al 2017”. Grafici della Harvard Caps/Harris Poll (Febbraio 2020)

L’incendio del Reichstag 2.0

Rudolph Giuliani non è certamente un uomo qualunque. Avvocato, imprenditore statunitense, ex sindaco di New York per il Partito Repubblicano dal 1° gennaio 1994 al 31 dicembre 2001. Durante il suo mandato ha attuato una politica di repressione del crimine definita “tolleranza zero”, che gli ha permesso di accreditarsi come l’uomo che aveva ridotto il numero di crimini commessi migliorando la situazione newyorkese.

Grande amico dei giudici Falcone e Borsellino, Giuliani è considerato un liberista e la sua visione politica si può riconoscere nel conservatorismo liberale. Giuliani è tornato alla ribalta mediatica per aver assistito Trump durante l’enorme scandalo dei brogli elettorali adeguatamente escogitati dai Dem. Sarebbe folle affermare il contrario, come sarebbe assurdo negare che una larga fetta dei voti americani sia andata a Biden soprattutto a causa del Covid.

Giuliani è stato insultato, offeso, denigrato dagli stessi giornalisti che ho testé citato. La sua colpa? Difendere il Tycoon. L’intera platea del giornalismo nostrano ha dimenticato le azioni compiute da Giuliani, specialmente dopo l’attentato delle Torri Gemelle. Lo hanno obliato perché adesso si è schierato con il “nemico”. Per il governo della nuova Saigon, adeguatamente blindata per le celebrazioni del 46° presidente americano, Giuliani e la sua banda non sono altro che dei veri e propri fuorilegge.

Serviva un pretesto per annichilire la resistenza dei repubblicani ai brogli dei Dem e in poco tempo è accaduto quello che tutta la platea ha raccontato come l’attacco alla più grande democrazia del mondo. Serviva un pretesto per zittire Trump e l’assalto a Capitol Hill è stato lo scacco matto dei Dem. La ciclicità della storia è indubbia, soprattutto di fronte a questi eventi.

L’incendio del Reichstag non fu altro che un pretesto da parte del partito nazionalsocialista per mettere fuori legge qualsiasi opportunità di contraddittorio nella Germania del nuovo Reich e per eliminare lo stesso Reichstag, simbolo della vecchia Germania. Il pretesto di Capitol Hill servirà ai Dem, da oggi in poi, per plasmare l’opinione pubblica: “Avete visto di cosa sono capaci i Repubblicani? Come potrete votarli ancora in futuro dopo tutto questo?“.

Ragionandoci adeguatamente, che senso aveva – per Trump – incitare la folla repubblicana ad attaccare la sede del Parlamento statunitense se in mano teneva delle prove schiaccianti contro i Dem? D’altronde nel suo discorso pre-protesta, lo stesso Trump aveva chiesto ai suoi seguaci di protestarepeacefully“, pacificamente.

Eppure i colpi di Stato si facevano in maniera diversa, almeno così dice la storia. Pinochet si era presentato con il “Tanquetazo“, non come la parodia di Aldo vestito da sciamano. Al momento dei tafferugli, Trump ha chiesto ai manifestati di lasciare Washington per evitare ulteriori guai e loro hanno ubbidito. Da lì si è scatenato l’inferno. Twitter e Facebook hanno chiuso gli account del POTUS così che non si potesse più vedere quanto i suoi messaggi incitassero ad una protesta pacifica.

In milioni si sono inorriditi per i piedi appoggiati sul tavolo della Pelosi da parte di un manifestante, ma dov’erano questi paladini del buon senso quando la stessa Speaker della Camera ha strappato il discorso di Trump alle sue spalle?

Tutto questo in una nazione messa a ferro e fuoco dalle terrificanti manifestazioni dei BLM. Alcuni chiedono che i legislatori che appoggiano Trump siano espulsi dall’incarico. Il Washington Post ha affermato che “i repubblicani sedizioni devono essere ritenuti responsabili“. Anche la campagna anti-social media è ricominciata sul serio, con Parler e GAB già accusati di consentire il “linguaggio violento” sulle loro piattaforme.

La nuova Saigon di Biden

La cerimonia di insediamento del nuovo presidente degli USA, Joe Biden, è avvenuta a Washington in un’atmosfera surreale degna di quella Saigon durante l’offensiva del Tet. Di certo la capitale americana non sembrava affatto una città del libero occidente nel ventunesimo secolo. Subito dopo la celebrazione, il nuovo Presidente ha firmato una serie di ordini esecutivi che delineano il nuovo corso della politica statunitense.

La maggior parte di essi stravolgono la linea dell’esecutivo Trump e spaziano in diversi contesti: dal ritorno degli Usa nell’Oms e negli accordi di Parigi sul clima sino alla costruzione del muro al confine col Messico, inaugurato dell’amministrazione Clinton col provvedimento Illegal Immigration Reform and Immigrant Responsibility Act del 1996 e portato avanti da tutte le successive a fasi alterne. Per quanto riguarda l’enclave geopolitica euro-russa, il presidente Biden ha messo al centro del mirino Mosca.

La capitale russa è ritenuta una minaccia per la democrazia e la stabilità globale. Questo atteggiamento tenderà a favorire il caso Navalny, l’Ucraina, la Bielorussia e i vari trattati “New Start“, la Cyber Warfare e la Siria. Washington vuole prolungare per un quinquennio gli accordi di riduzione degli armamenti nucleari (New Start), i quali stavano per essere abbandonati dall’amministrazione Trump per via della mancata partecipazione della Cina.

Ma senza ombra di dubbio, la mossa più eclatante di Biden riguarda l’adozione di una politica di scontro con Mosca. L’azione più indicativa è rappresentata dal fronte siriano, nel quale è stata inviata una coalizione militare nella provincia nord-orientale di Hasakah. Trump si era limitato a tenere dei “cani da guardia” alle installazioni petrolifere, mentre Biden – secondo Rt Arabic – ha inviato un convoglio di 35 camion con rifornimenti per le forze militari statunitensi. Un biglietto da visita parecchio particolare.

Sul caso Navalny, arrestato appena atterrato su suolo russo, la Casa Bianca non usa mezzi termini: Jake Sullivan, il nuovo consigliere per la Sicurezza Nazionale statunitense, ha condannato con forza l’arresto del magnate russo chiedendone “l’immediato rilascio”, sottolineando “l’inaccettabile violazione dei diritti umani” e rinnovando la richiesta che i “responsabili del tentato omicidio al leader dell’opposizione venissero individuati e processati”.

Per quanto riguarda gli Stati che rappresentavano la vitale sfera di influenza russa nel suo settore occidentale – Ucraina e Bielorussia – i segnali che arrivano dall’amministrazione Biden sono parecchio preoccupanti. L’amministrazione Dem ha promesso di accogliere alla Casa Bianca Svetlana Tikhanovskaya, oppositrice di Alexander Lukashenko, costretta a fuggire all’estero dopo le passate elezioni in Bielorussia. Inoltre l’amministrazione Usa sarebbe intenzionata a comminare delle sanzioni nei confronti di Minsk.

Il Cremlino si è spesso trovato in imbarazzo davanti a certi “colpi di testa” di Lukashenko, ma di certo non può perdere un altro stato così dopo gli eventi ucraini. Soprattutto perché la Bielorussia rappresenta, per motivazioni geografiche e storiche, una delle due porte verso il cuore del Paese russo.

Il dossier ucraino è forse quello più scottante e che, insieme a quello bielorusso, farà da cartina tornasole per la politica statunitense verso la Russia. In ballo non c’è solamente la questione della Crimea o del Donbass, dove la situazione è in un caso molto difficilmente reversibile e nell’altro stagnante, ma quella del possibile ingresso di Kiev nell’Alleanza Atlantica.

Da questa amministrazione ci si aspetta una posizione molto più aggressiva attraverso l’implementazione delle relazioni politiche e militari. La nomina a nuovo segretario di Stato di Anthony Blinken, che nel 2014 aiutò a coordinare le sanzioni contro la Russia dopo l’invasione della Crimea, non fa prospettare nulla di buono da questo punto di vista: se Washington farà dell’integrazione euro-atlantica dell’Ucraina una delle sue priorità, la rottura con Mosca sarà quasi totale e molto pericolosa in prospettiva; del resto mettere un avversario con le spalle al muro non è mai una scelta diplomaticamente saggia, e Pearl Harbor avrebbe dovuto insegnare qualcosa ai democratici.

Basta poi dare uno sguardo alle nuove nomine volute da Biden nei ruoli chiave dell’amministrazione per capire quale sia l’atteggiamento generale della politica estera Usa: il nuovo direttore della Cia, Williams Burns, è stato ambasciatore a Mosca, ma soprattutto da temere è Victoria Nuland, nuovo sottosegretario al Dipartimento di Stato per gli Affari Politici, che coordinò le politiche dell’amministrazione Obama durante la rivolta di “EuroMaidan”.

Gli Stati Uniti quindi, dopo un quadriennio di “America First” che ha visto, in certi settori di globo, il disimpegno militare, ma sicuramente caratterizzato dal pregio di non aver inaugurato nessun nuovo conflitto e cercato di porre termine a quelle che sono state definite “guerre infinite”, riprendono la loro politica estera assertiva e quella “promozione della democrazia” che ha causato sconvolgimenti e instabilità, in tempi più o meno recenti, in ampi settori del Medio Oriente e del Nord Africa: il progetto del presidente Biden di convocare entro il primo anno del suo mandato un “Summit delle Democrazie”, più che definire le priorità di un sistema di alleanze fra Paesi democratici per “contenere le autocrazie che minacciano stabilità e sicurezza globale” rischia seriamente, stante i precedenti storici, di diventare un congresso dove si decide quale Paese destabilizzare con la reale possibilità di vedere un ritorno di fiamma del terrorismo e la nascita di nuovi conflitti, questa volta boots on ground.

Pubblicato da Marco Spada

Dottore in Lettere (curr. Storico) e specializzando in "Scienze storiche" presso l'Università degli Studi di Messina; vivo a Milazzo e mi occupo, nell’ambito della ricerca, della correlazione tra società e dittature novecentesche. Caporedattore del giornale online "Tirrenico News" dal 2019 e collaboratore giornalista del mensile "Cultura Identità". Tradizionalista di stampo evoliano, interista di stampo morattiano.

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