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Il Conservatore è innanzitutto un rivoluzionario

Il Conservatore è un dominio, un blog, una persona, un politico o un intellettuale. Può essere tutto questo insieme.

Non abbiamo la presunzione di avere la risposta e neanche di fare la domanda opportuna ma, in questo spazio, puntiamo a dibattere sulle grandi tematiche del mondo conservatore, dalla vision politica all’eredità storica fino alle issues pensate su questo particolare frame politico.

Essere conservatori oggi vale sia nella vita personale come stile ma può anche essere trasposto su un retro-pensiero di matrice intellettuale, anti-conformista e purista nel genus. In tempi dove tutto è dettato dall’iper-liberismo, qualcosa da conservare si trova ancora. Suona come una domanda ma non lo è. Non somiglia neanche a una risposta. In mezzo, ci siamo noi.

Santi Cautela

Fondatore de Il Conservatore.it

Salvini e Meloni sotto attacco a ridosso del voto, ecco la cronistoria di Quarta Repubblica

Nicola Porro smaschera la sinistra. Nel corso della trasmissione di Rete4 Quarta Repubblica, andata in onda lo scorso lunedì, un servizio rivela la strategia del fango messa in piedi dapprima alla vigilia delle amministrative del 3 e 4 ottobre, e poi dei ballottaggi, allo scopo di mettere in cattiva luce il centrodestra. Il tempismo è praticamente perfetto. Tutto inizia lo scorso 27 settembre, allorquando scoppia il caso Morisi. L’ormai ex responsabile della comunicazione social di Matteo Salvini, viene accusato di cessione di stupefacenti in seguito ad un’indagine condotta più sui giornali che nelle Procure, come spesso si è soliti fare in una certa sinistra da trent’anni a questa parte. Tonnellate di inchiostro per riempire pagine intrise di accuse finite poi nel dimenticatoio. All’indomani del 4 ottobre si scopre casualmente che non è stato Morisi ad aver ceduto la droga dello stupro ai due escort rumeni con cui ha passato la notte del 14 agosto. 

L’ormai archiviato caso Morisi non è stata tuttavia l’unica grana con cui il centrodestra ha dovuto fare i conti a ridosso delle urne. Il 30 settembre viene diffusa un’inchiesta condotta da Fanpage, che questa volta mira a colpire Fratelli d’Italia ed alcuni suoi dirigenti, su tutti l’europarlamentare Carlo Fidanza. Questa volta non si tratta di droga, ma il nuovo ordigno ad orologeria riguarda presunti finanziamenti illeciti al partito di Giorgia Meloni. Anche in questa occasione però qualcosa non torna. Il quotidiano online si rifiuta infatti di fornire le circa 100 ore di girato per fare chiarezza sull’accaduto, e tutto svanisce, ancora una volta, dopo il voto. 

L’attacco elettorale al centrodestra non si ferma qui: il 9 ottobre il candidato sindaco capitolino Enrico Michetti, si trova a dover fare i conti con accuse di antisemitismo per alcune frasi da lui pronunciate sulla Shoah. In un articolo datato 2020, ed anche in questo caso balzato agli onori della cronaca a distanza di un anno, Michetti si interrogava sul motivo per cui l’Olocausto venga ritenuto dai buonisti preminente rispetto ad altri eccidi. In seguito a queste frasi il candidato sindaco, inutile dirlo, finisce nel tritacarne mediatico e viene addirittura accusato di essere ‘hitleriano’.


Ed infine è il turno dell’assalto alla Cgil avvenuta per mano di personaggi vicini al mondo neofascista quali Roberto Fiore Giuliano Castellino. Nonostante le violenze siano state perpetrate dai vertici di Forza Nuova, la responsabilità viene fatta ricadere ancora una volta su Fratelli d’Italia e Lega, ree, secondo la sinistra, di non aver preso le distanze in maniera abbastanza netta dagli episodi romani. 

Si giunge così alla vigilia dei ballottaggi con un centrodestra che in sole due settimane si è visto piovere addosso le accuse più disparate, con un tempismo che ha davvero dell’incredibile. Accuse tutte rigorosamente cadute nel vuoto il giorno dopo il voto. E c’è da scommettere che sarà così anche questa volta: dal prossimo 19 ottobre lo spettro di una deriva fascista verrà nuovamente risposto in un armadio, pronto per essere tirato fuori alla prossima tornata elettorale.  

SALVATORE DI BARTOLO

Lettera degli studenti UniMe contro il Green Pass: “Ribadiamo la nostra volontà di ritornare alla normalità senza scendere a compromessi con nessuno” 

Gli studenti dell’Università di Messina si destano contro il diktat del lasciapassare governativo. Stamane hanno inviato una lettera al Rettore Salvatore Cuzzocrea, al Consiglio di Amministrazione dell’ateneo, al Senato Accademico, al Corpo Docenti, agli studenti e ai media per affermare la loro volontà di non venire a un accomodamento con nessuno.

Un piano d’azione che non ha eguali in tutta Italia. Gli studenti dell’UniMe sono i primi, in tutto lo Stivale, a voler ritornare alla normalità senza passare da alcun trattamento sanitario. Come si legge all’interno della lettera:

L’applicazione del cosiddetto “Green Pass” non ha evidenze scientifiche per la prevenzione del contagio. Contrariamente da ciò che si cerca di teorizzare ed applicare, il Green pass è un documento fortemente discriminatorio e lesivo per la privacy dell’individuo, oltre che oneroso per chi dovesse decidere, “in totale libertà”, di non vaccinarsi […] l’individuo perde ogni suo diritto di consenso libero ed informato a un trattamento sanitario. Ciò è illegittimo, scorretto, ma soprattutto in totale contrapposizione con l’etica del nostro occidente europeo.

È altresì fortissimo il richiamo alla storia:

L’Università degli studi di Messina, ateneo dalla nobilissima storia sin dal 1548, non può piegarsi ai diktat anti-democratici del governo Draghi.

Il diritto allo studio è il punto cardine della lettera inviata dagli studenti peloritani:

Il ritorno nelle aule con la capienza al 100% rappresenta un ulteriore motivo di sfida nei confronti di chi ha deciso di esercitare la sua libera scelta da cittadino di questa Repubblica.
Noi studenti ribadiamo la nostra volontà di ritornare alla normalità senza dover scendere a compromessi con nessuno.

Sulla stessa lunghezza d’onda dei portuali di Trieste, gli studenti messinesi – e non solo – hanno deciso di dare una grossa svolta alla narrazione pandemica in ambito accademico. Le nuove generazioni non sono allora così amorali e avvizzite. Noi conservatori non possiamo che condividere ed appoggiare la loro coraggiosissima battaglia.

D’altronde, come recita il motto del nostro blog: “Il conservatore è innanzitutto un rivoluzionario“. E gli studenti dell’UniMe contro il Green Pass sono rivoluzionari che vogliono conservare a tutti i costi quella normalità che a molti, ahimè, sembra essere diventata vetusta e noiosa. Onore a loro.

L’ultimo delirio di Gad Lerner: Meloni come Mussolini prima del ’22

Nella puntata di ieri sera di Otto e Mezzo, il programma di approfondimento politico di La7 condotto dalla sempre imparziale (si fa per dire!) Lilly Gruber, è andato in scena l’ultimo delirio di Gad Lerner. Il giornalista, non di certo nuovo ad uscite infelici, questa volta si spinge ben oltre la polemica politica ed arriva a paragonare Giorgia Meloni a Benito Mussolini: Secondo la Meloni, cito testualmente il suo libro, il bipolarismo dei prossimi anni in Italia vedrà da una parte il Partito Democratico, partito collaborazionista delle ingerenze straniere, e dall’altra Fratelli d’Italia, il movimento dei patrioti. E’ lo schema antichissimo di chi inneggia alla libertà, come faceva il tumultuoso Mussolini prima del ’22, per affermare: io rappresento il popolo sovrano, il popolo depredato, i miei avversari invece sono subdoli strumenti del grande burattinaio straniero che ci vuole opprimere”.

Questo è quanto ha affermato Lerner nel corso della trasmissione di La7, che poi conclude: “Questa è la dialettica che fa paura, è la radice culturale che ha molto a che fare con il fascismo del passato ma che è oggi riproposta negli Stati Uniti, in Ungheria, in Polonia”.

SALVATORE DI BARTOLO

Gli antifascisti del lasciapassare si rassegnino: il fascismo è morto nel 1943

Ecco l’ennesima prova che all’inferno si scende a piccoli passi. La meravigliosa manifestazione di Piazza del Popolo di sabato, la quale ha raccolto più di ottantamila persone, è stata abilmente squalificata tramite l’utilizzo di infiltrati e personaggi dalle storie parecchio torbide. Credere ai proclami di Forza Nuova è anacronistico e banale, d’altronde il fascismo è morto in quel giorno di luglio del 1943.

Quel che non è deceduto, purtroppo, è un carattere politico tipico di terre ben più ad est rispetto alla nostra. Soltanto il quotidiano indipendente “La Verità” insieme a pochi altri, incluso questo blog, hanno denunciato il crescente clima di esasperazione che serpeggia nella nostra società causato dall’introduzione del lasciapassare. Ad agosto nascevano le prime incongruenze, come ad esempio quella che garantiva l’accesso libero alla Santa messa, ma non ai musei di tutta Italia.

Da subito si è cercato di far notare l’inapplicabilità della misura, ma il governo cosiddetto dei “migliori” ha tirato diritto (!!) e ha mandato in edicola i suoi giornali con titoli del genere: “Criminali no vax“, “Caccia ai no vax“. La linea moderata non può certamente appartenere ad un regime che va pian piano instaurandosi tramite l’utilizzo delle emergenze.

Tramite il ricatto del lasciapassare, secondo Speranza e compagnia cantante “Bella ciao“, si sarebbero obbligatoriamente dovuti sottoporre al siero oltre 23 milioni di lavoratori. Ma non è andata così. Mancano all’appello 8 milioni di italiani, i quali sarebbero degli ignoranti, delle persone facilmente condizionabili. D’altronde, in un modo o nell’altro, i vescovi del diktat culturale della sinistra dovranno pur imporre la loro superiorità culturale.

Sta di fatto che i “migliori”, dopo aver ridotto al rango di talebani coloro che hanno rifiutato o hanno dei dubbi sul siero, adesso si trovano di fronte ad un bel problema. L’assalto alla Cgil e i conseguenti scontri tra le vie dell’Urbe sono da condannare, questo è certo. Ma chi ha deciso che dal 15 ottobre 5 milioni di lavoratori senza Green pass dovranno essere sospesi e lasciati senza stipendio dovrebbe riflettere sugli errori commessi.

In Piazza del Popolo non c’erano professionisti delle sommosse o sedicenti squadristi capitanati dal Farinacci di turno, bensì persone normali che vogliono lavorare senza sottoporsi ad alcunché. Draghi e Speranza – i principali indiziati per questo caos – hanno innescato una bomba sociale. Con i loro diktat hanno espulso milioni di italiani dalla società civile creando così dei cittadini di serie B.

Il buonsenso non è di casa in un governo che ha annichilito il ruolo delle Camere e ha esautorato il garante della Costituzione. È da stupidi e inetti dare quotidianamente del cretino a chi non vuole vaccinarsi. Altresì è inutile e molto pericoloso dare del criminale a chi rifiuta il siero. Nel resto dell’insieme dei vari paesi democratici non vi è alcun obbligo. Al massimo si chiede il tampone. Vi siete mai chiesti il perché?

Scriviamo di stati come la Francia e la Germania, i quali contano molti meno vaccinati e parecchi contagi in più rispetto a noi, ma nessuno ha più osato parlare di obbligo. Qui in Italia, complice la rimbecillita mentalità cattocomunista, si insiste nel cercare gli sbagli degli altri. Il lasciapassare non è altro che una manovra economica: oltre 5 milioni di persone verranno lasciate a casa senza stipendio e forse anche senza il reddito di cittadinanza che tanto piace ai compagni col pugno alzato davanti alla sede della CGIL.

Proprio questi compagni urlano al fascismo, nonostante esso sia morto e sepolto già da parecchi decenni. È semplice urlare al pericolo nero, quando in realtà sono loro ad aver instaurato un regime quasi perfetto. Scrivo “quasi” perché le ribellioni divampano e non sarà di certo un nuovo DL atto a bloccare le manifestazioni a fermare il ribollire del sangue italiano.

Proprio un nuovo decreto potrebbe farci scivolare direttamente nel Cocito. Se ne parla già sui giornali e molti non vedono l’ora. Se Draghi dovesse squalificare le piazze rivoltose, in tutto lo Stivale deflagrerebbero nuovi e più pesanti moti di ribellione. Questo è un appello al buonsenso: lasciate il fascismo agli storici che lo studiano e concentratevi sulle vostre malefatte. Perché anche quelle, prima o poi, passeranno alla storia. E il giudizio sarà tremendo.

Caso Morisi verso l’archiviazione, vittima della ‘bestia’ mediatico-giudiziara

Archiviazione. All’indomani del voto il caso Morisi si rivela per quello che ai più appariva sin dal principio: una mera vicenda privata. E ormai ampiamente assodato, infatti, che la droga non apparteneva al guru social della Lega. Ai magistrati della Procura di Verona non resta dunque che archiviare il fascicolo e far cadere nel dimenticatoio il caso che così tanto clamore ha destato sull’opinione pubblica e così tanto ha ispirato i giornaloni che tanto piacciono alla sinistra radical chic.  

Scoppiato (casualmente) qualche giorno prima delle elezioni amministrative dello scorso 3 e 4 ottobre (nonostante il fatto risalisse allo scorso 14 agosto), il caso si è immediatamente sgonfiato dopo poche ore dal voto. Ennesimo caso di giustizia ad orologeria, quindi, servito solo ed esclusivamente a screditare il leader della Lega Matteo Salvini alla vigilia di un’importante tornata elettorale che vedeva coinvolte le principali città italiane. Subito dopo il voto, infatti, è venuta meno la ragione per la quale l’intero caso era stato montato, l’interesse politico è andato via via scemando così come si è (anche qui casualmente) arrestata la macchina del fango progressista.

A voler essere maligni sembrerebbe quindi la riproposizione del medesimo copione tanto caro ad una certa sinistra: si individua il nemico giurato da abbattere, si alimenta la ‘bestia mediatico-giudiziara’ ed una volta raggiunto l’agognato obiettivo tutto improvvisamente si sgonfia. Si dirà che potrebbe essere tutto frutto del caso. Una mera coincidenza. Possibile si, per carità. Ma sarà un caso che in questo Paese il caso (scusate il gioco di parole) ha sempre un tempismo così invidiabile? Ognuno tragga liberamente le proprie conclusioni, ma come avrebbe detto in questi casi qualcuno che di politica (ed anche di caso) qualcosa s’intendeva ‘a pensar male si fa peccato ma spesso ma spesso ci si indovina’!

SALVATORE DI BARTOLO

Ecco la nuova destra di Daniele Capezzone: Antitasse, pro libertà, dalla parte dei dimenticati dalla sinistra

Lo scorso 5 ottobre è uscito il suo nuovo libro ‘Per una nuova destra. Antitasse, pro libertà, dalla parte dei dimenticati dalla sinistra’, edito da Piemme. E non avrebbe potuto scegliere un momento migliore Daniele Capezzone per il lancio del suo ultimo lavoro, già in cima alle classifiche dei bestseller più venduti su Amazon.

Giornalista, opinionista e saggista, Capezzone ha lasciato l’arena politica nel 2018 dopo essere stato per due volte deputato ed aver presieduto la Commissione attività produttive (2006 – 2007) e la Commissione Finanze (2013 – 2015). Nel corso della sua carriera politica Capezzone ha inoltre ricoperto, tra l’altro, il ruolo di segretario nazionale dei Radicali Italiani (2001 – 2005) e di portavoce dapprima di Forza Italia e successivamente del neonato Pdl. Attualmente scrive per il quotidiano La Verità (per cui cura anche la rassegna online LaVeritaAlleSette) e per il magazine Atlantico. In tv appare come commentatore in diversi programmi Mediaset di successo. Atlantista, liberale classico, detesta il politicamente corretto.

Con lui, oltre a discutere della sua ultima fatica, abbiamo voluto analizzare l’esito delle elezioni amministrative dello scorso 3 e 4 ottobre nonché l’attuale situazione del centrodestra.

Dopo il successo di Likecrazia è da poche ore è uscito il suo nuovo libro “Per una nuova destra”. Qual è l’idea di destra di Daniele Capezzone? 
Il sottotitolo del libro offre tre ‘indizi’: antitasse, pro libertà, dalla parte dei dimenticati dalla sinistra. La battaglia fiscale è cruciale, insieme a quella per l’allargamento della sfera di scelta di individui, imprese e famiglie (e quindi per ridurre simmetricamente la sfera di decisione pubblica e statale). E tutto ciò lo si può fare pensando sia agli autonomi e alle imprese che al lavoro dipendente. La working class sembra non importare più a una sinistra che pensa alle élite urbane e al lavoro pubblico, non ad altre fasce sociali. 
A proposito di destra, come ne esce il centrodestra da quest’ultima tornata elettorale?
Malissimo. Raccoglie ciò che ha purtroppo seminato: candidature fragili, assenza di visione, silenzio sui temi economici e fiscali. 
Lei ha recentemente dichiarato che la svolta moderata e la scelta di candidati civici non paghi. Crede che in tema di consensi tali decisioni abbiano punito il centrodestra? 
Non so cosa siano i mitici ‘moderati’. Vedo invece elettori di centrodestra che giustamente scelgono, premiano o puniscono: se gli offri candidati deboli, respingono questa offerta politica. E’ bene che la destra lo capisca: gli elettori, da questa parte, sono giustamente esigenti.
E invece, le vicende Morisi e Fidanza che ruolo crede abbiano giocato nell’economia di queste elezioni? 
Rispetto al voto, poco. Ma moltissimo in termini di tentata demonizzazione di Salvini e Meloni. La sinistra e i suoi media di riferimento non cambiano mai. 
Chiudiamo con un proposito per il futuro. Da dove dovrebbe ripartire il centrodestra secondo Daniele Capezzone? 
Dallo studio delle campagne elettorali di Trump nel 2016 (e pure nel 2020, nonostante la sconfitta) e di Boris Johnson nel Regno Unito. C’è molto da imparare.

SALVATORE DI BARTOLO

La piovra del ricatto vaccinale estende i suoi tentacoli su Messina

In un modo o nell’altro, in barba allo stato di diritto e alla nozione di scienza, tutti dovranno vaccinarsi. Non potrà esimersi nessuno perché così vuole il Governo Supremo. La scienza è ormai inglobata nell’ideologia e perciò degradata a mera superstizione, mentre la nozione di diritto è divenuta puro arbitrio. Il 30 settembre la Gazzetta del Sud, noto quotidiano finanziato dal fondo stabilito dal Governo per comprare l’informazione (clicca qui per approfondire), pubblica un articolo dal titolo: “Covid, Messina e 16 comuni della provincia lontani dal target: rischiano la zona rossa“.

Immediata la chiosa del commissario Firenze, ovvero il fautore del grottesco duo birra-vaccino presso la Fiera di Messina: “Se entro il 15 ottobre non verrà raggiunto il target del 75% di vaccinati, i comuni rischiano di finire in una zona ad alto rischio, altrimenti nota come zona rossa con gravi danni per le località e per le attività che operano in quel territorio”. Quando e dove è stato stabilito questo target? Perché la comunicazione governativa non ci ha mai edotti sul fatto?

Eppure, come in ogni avvenimento e/o dichiarazione che riguarda il Covid-19 in questi ultimi due anni, vi è qualcosa di fortemente controverso. Il sistema delle zone a colori, repressivo e assurdo nel suo concepimento, non dipende ufficialmente dal dato delle ospedalizzazioni? Come può il commissario Firenze cambiare i parametri ufficiali senza alcuna autorizzazione? La zona rossa dovrebbe scattare quando le terapie intensive superano il 30% e il tasso di occupazione dei posti letto in area medica va oltre il 40%.

Non esiste alcun riferimento al tasso dei vaccinati. Anzi, si tratterebbe soltanto dell’ultimo passo verso l’esasperazione di un conflitto orizzontale già in atto. Prendiamo ad esempio uno dei casi più eclatanti, ovvero quello di Villafranca Tirrena. Secondo quanto riferisce il sito byoblu.com, il sindaco Marco De Marco legge l’articolo sulla Gazzetta del Sud e contatta il commissario Firenze per avere spiegazioni. Il funzionario conferma quanto dichiarato al quotidiano.

A quel punto il sindaco emette una comunicazione ufficiale per invitare i suoi concittadini a prenotare l’inoculazione in occasione dell’open day del 13 ottobre o con altre modalità. La comunicazione del sindaco riporta in sostanza il messaggio dichiarato a mezzo stampa dal commissario: se entro il 15 ottobre non si raggiunge il 75% di vaccinati, il comune di Villafranca, insieme ad altri, rischia di essere messo in zona rossa “con gravi danni per tutta la cittadinanza ed in particolar modo per le attività commerciali”.

Il commissario Firenze ne sa una più del diavolo. Dopo la censura sul caso dell’infermiere Antonio Mondo e sulle assurde offerte “birra-vaccino”, adesso sogna di creare il “divide et impera” perfetto. Non importa se una parte della cittadinanza decide legittimamente di rifiutare un trattamento farmacologico sperimentale. Le ripercussioni ci saranno comunque. Tra due o tre mesi, quando altri avranno ceduto al ricatto, le percentuali saliranno all’ottantacinque o al novanta percento?

A proposito dell’ultima grottesca novella di Firenze, l’avvocato Giuseppe Sottile ha così commentato:

Ventuno comuni rischiano la zona rossa se non raggiungono il 75%. Una comunicazione più obiettiva dovrebbe rappresentare la situazione in termini più corretti, scrivendo che i cittadini di 21 comuni della Provincia di Messina stanno sotto la minaccia che se non continuano a vaccinarsi i loro territori diventeranno zona rossa. 

Un ricatto vero e proprio che ineluttabilmente confligge con la libertà vaccinale e con il diritto a non essere discriminati previsti dal Regolamento Europeo e dai principi costituzionali.

Una minaccia che rischia di esacerbare ulteriormente le divisioni tra chi si è vaccinato e chi per libera scelta ha deciso di non vaccinarsi, che viene così additato e colpevolizzato da una narrativa che non trova più riscontro nei dati oggettivi, posto che, ovunque, ad una più alta percentuale di vaccinati, non corrisponde affatto una diminuzione dei contagi. 

Avv. Giuseppe Sottile 

Coordinatore provinciale e dirigente nazionale Italexit con Paragone.

‘La mia esistenza al servizio dei più fragili e dei giovani. Adesso scendo in campo per rappresentarli’

La mia professionalità, il mio impegno ed il mio sapere sono da sempre al servizio dei più fragili e dei giovani. Adesso vorrei poter rappresentare le loro istanze anche all’interno delle Istituzioni“. Con questo spirito Vincenzo Marra, pugliese di Manduria classe 1988, ha lasciato giovanissimo la sua terra con una valigia carica di sogni per trasferirsi in Lombardia e seguire la sua grande passione: mettersi al servizio dei più fragili.

Così, dopo la laurea in Scienze Infermieristiche conseguita presso l’Università degli Studi di Milano, Vincenzo ha iniziato a svolgere la libera professione di infermiere specializzato in provincia di Varese, prendendosi cura di anziani e disabili, ma anche di giovani, essendo, tra l’altro, un esperto di medicina sportiva.

Un’esistenza dedicata alla medicina ed alla cura dei più deboli quella di Vincenzo. Un giovane di 33 anni dal cuore grande che trascorre anche 16 ore al giorno al fianco degli anziani nelle Rsa, di pazienti affetti da disabilità, di malati terminali, ma anche di bambini, attraverso lo svolgimento di varie attività mediche all’interno delle scuole.

Un’attività essenziale quella svolta dal giovane infermiere, la cui utilità, inutile dirlo, si è accresciuta ancor di più in questi ultimi difficili mesi in cui il Covid ha messo a dura prova il sistema sanitario e minacciato seriamente quei pazienti fragili di cui Vincenzo si occupa da sempre, e per i quali lo stesso si è rivelato essere un vero e proprio punto di riferimento.

E poi c’è l’altra grande passione di Vincenzo: lo sport. Passione che lo ha spinto a specializzarsi in medicina sportiva per poter mettere le proprie competenze e la propria professionalità anche al servizio dei giovani sportivi: “Amo lo sport. Tutti gli sport. Così ho scelto di dedicarmi alla medicina sportiva, anche per assistere i giovani e spingerli a praticare sport. Lo sport è vita e allontana i nostri giovani dalla strada e dalla droga che invece è morte”.

Quegli stessi giovani che ora Vincenzo Marra si propone di rappresentare candidandosi tra le fila della Lega al consiglio comunale di Busto Arsizio, la città in provincia di Varese che ha adottato Vincenzo dopo il suo trasferimento in terra Lombarda. I giovani, sì. Ma anche gli anziani e i disabili, che dal prossimo 5 ottobre potrebbero ritrovare il loro angelo custode a rappresentarli anche all’interno delle Istituzioni.

SALVATORE DI BARTOLO

Le fiamme della ribellione divampano lungo lo Stivale

L’Italia s’è desta! Centinaia di migliaia di persone si sono ritrovate nelle piazze di tutta Italia per continuare a manifestare il loro dissenso nei confronti dei provvedimenti dragoniani. L’eroico discorso del vicequestore Schilirò in piazza San Giovanni a Roma ha risvegliato dal torpore numerose categorie di lavoratori ormai stanchi di essere vessati dalle nuove politiche terapeutiche ordite dai palazzi del potere.

Con il suo coraggio, il vicequestore di origini catanesi ha lanciato il guanto di sfida ai farraginosi apparati burocratici del Viminale. Lo scranno occupato dal ministro Lamorgese trema sotto i colpi della ribellione. In un’Italia disastrata dai continui sbarchi di migranti, da feste abusive e violenze quotidiane nei confronti dei cittadini; il Viminale ha deciso di concentrare le sue forze esclusivamente sul caso del vicequestore.

Schilirò rischia la sanzione disciplinare e addirittura il licenziamento. Se ciò dovesse accadere, si paleserebbe davanti ai nostri occhi la definitiva vittoria della tecnica biopolitica contro il logos, dunque l’umanità. Per la prima volta in questo bailamme terapeutico, il conflitto trasmuta verticalmente. È la lotta di una donna libera contro un governo di inetti.

Quando ha preso la parola sul palco di piazza San Giovanni, l’agente era consapevole della sua scelta di intervenire contro la repressione in atto. Avrebbe dovuto pensare alla carriera? No. Vi è in gioco molto, molto di più. Difatti Schilirò ha beatamente ignorato i suggerimenti delle amiche e dei suoi parenti. Con atteggiamento indomito ha afferrato il microfono perché “chi la pensa diversamente dal pensiero dominante ha il diritto di esprimersi, anche se veste una divisa”.

Perché “la Costituzione difende le minoranze”. Perché a volte “bisogna fare ciò che è giusto” e non “cioè che conviene”. L’ha fatto perché, corretto o sbagliato che sia, crede in ciò che professa anche se va “contro i miei interessi”. Crede che il green pass sia una “tessera della discriminazione”. Ritiene un errore “limitare il diritto al lavoro, alla libertà e alla vita sociale del cittadino”.

Ed è convinta che “il lasciapassare verde” sia “incompatibile con la nostra Costituzione”: “Nessun diritto può essere subordinato al possesso di un certificato”.
La Marianna di Delacroix si è materializzata nell’Urbe. Al tempo stesso, migliaia di “lupi di strada” solcano l’asfalto con andatura lenta unendosi alle proteste nelle piazze. La logistica è una belva titanica, ma fiacca. Gli effetti si vedranno nel tempo.

Intanto in tutte le piazze divampa la ribellione. Da Messina a Torino, una direttrice solca lo Stivale ed unisce milioni di persone. Nessuno potrà tirarsi indietro, la posta in gioco è troppo alta. In molti lo hanno già dichiarato senza remore: preferiamo l’indigenza al compromesso. Chi vi scrive si aggrega ad essi. Troppi uomini sono vili? Ma, accanto a coloro la cui viltà è una bestemmia alla vita, vi sono tutti coloro – li si scorga o meno – i quali salvano il mondo e l’onore del vivere.

È l’ora di tornare ad essere realmente conservatori. Amanti del proprio paese, fedeli soltanto alla bandiera e al popolo che la rappresenta.

Rdc: i furbetti sono più di 123 mila

In Italia sono più di 120 mila gli ormai arcinoti furbetti del reddito di cittadinanza. Al 31 agosto 2021, infatti, su una platea di 3.027.851 percettori del sussidio, ben 123.697 hanno subito la revoca dell’assegno a causa di false dichiarazioni.

Come spiega il Corriere della Sera, le anomalie più frequenti alla base delle dichiarazioni false prodotte dai richiedenti riguardano la composizione del nucleo familiare, il reddito complessivo, la mancata dichiarazione dello stato di detenzione, o della presenza di condanne di particolare gravità. E le somme percepite, e probabilmente già spese dai furbetti, difficilmente potranno essere recuperate, nonostante i pseudo beneficiari non ne avessero in realtà il diritto a riceverle.

Ennesima beffa dunque per i contribuenti, visto che lo Stato oggi arriva a spendere ben 7,2 miliardi di euro l’anno per sostenere 1,37 milioni di nuclei familiari considerati poveri. Considerati, appunto, visto che il livello di povertà non è identificato in una determinata soglia uguale per tutti ma dipende dalle entrate mensili in rapporto al costo della vita del luogo in cui si vive. Ciò vuol dire che oggi il 36% di coloro che percepiscono il Reddito di Cittadinanza non è in realtà povero. Mentre c’è un 56% di reali poveri che invece oggi non riceve alcun sussidio. Una disparità che riguarda soprattutto le famiglie con più figli. Infatti, se oggi un single può ricevere un sussidio di un ammontare fino a 780 euro, in una famiglia con tre figli si ricevono al massimo 1.280 euro.

La scala che assegna le risorse andrebbe quindi rimodulata in funzione del costo della vita dei territori e del numero dei componenti, visto che oggi tale misura tende a penalizzare eccessivamente le famiglie con tanti figli, mentre, spesso e volentieri finisce col premiare soggetti che non avrebbero diritto a ricevere il tanto agognato sussidio.

SALVATORE DI BARTOLO