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Il Conservatore è innanzitutto un rivoluzionario

Il Conservatore è un dominio, un blog, una persona, un politico o un intellettuale. Può essere tutto questo insieme.

Non abbiamo la presunzione di avere la risposta e neanche di fare la domanda opportuna ma, in questo spazio, puntiamo a dibattere sulle grandi tematiche del mondo conservatore, dalla vision politica all’eredità storica fino alle issues pensate su questo particolare frame politico.

Essere conservatori oggi vale sia nella vita personale come stile ma può anche essere trasposto su un retro-pensiero di matrice intellettuale, anti-conformista e purista nel genus. In tempi dove tutto è dettato dall’iper-liberismo, qualcosa da conservare si trova ancora. Suona come una domanda ma non lo è. Non somiglia neanche a una risposta. In mezzo, ci siamo noi.

Santi Cautela

Fondatore de Il Conservatore.it

I genitori scalzi protestano contro il Green Pass per i bambini in Lituania

La progressiva cancellazione dei diritti umani prosegue imperante in tutta Europa. Quest’oggi è arrivata la notizia della protesta dei genitori lituani contro l’ennesima infame proposta del governo, il quale si è perfettamente allineato alle direttive provenienti dal resto dell’Europa occidentale. In Italia si etichettano i bambini come “maligni amplificatori biologici“, così da preparare il terreno per l’inoculazione nella fascia dai 5 agli 11 anni.

Il governo lituano sta pensando di introdurre il Green Pass – altresì definito a Vilnius come “Opportunity Pass” – per i bambini sopra i 12 anni. Questa manovra abominevole non ha fatto altro che aumentare la rabbia dei cittadini lituani già vessati da misure grottesche molto simili a quelle italiane (un tampone costa 75€). Un nutrito gruppo di genitori scalzi ha protestato davanti alla sede del governo lituano per evidenziare la natura discriminatoria del provvedimento.

In Lituania, l’Opportunity Pass viene rilasciato alle persone sopra i 16 anni che sono guarite dal Covid-19 negli ultimi 210 giorni, che sono risultate negative al coronavirus usando una PCR o un test antigenico dal costo esoso o che sono state completamente vaccinate. Il certificato funziona allo stesso modo di quello italiano.

“Limitare le opportunità dei bambini è uno dei fattori di rischio per la discriminazione. Non potranno andare in gita scolastica, andare agli eventi, dal parrucchiere o in palestra. Penso che questo sia sbagliato e illegale”, ha detto a LRT.lt Vitalija Jankauskaitė, l’organizzatrice della protesta.

“Non so se c’è un politico che vuole passare alla storia come una persona che ha introdotto la discriminazione e la segregazione dei bambini”, ha aggiunto. Alla domanda perché le madri hanno protestato a piedi nudi, Jankauskaitė ha risposto affermando che simboleggiava la loro intenzione pacifica.

Secondo il ministero dell’Educazione, della Scienza e dello Sport, ai bambini non verrà chiesto di mostrare un certificato Covid quando andranno a scuola o parteciperanno all’educazione non formale. Il ministro della salute lituano Arūnas Dulkys ha detto che il governo deciderà mercoledì se introdurre i certificati Covid ai bambini sopra i 12 anni.

L’Europa vive le sue ore più buie. Il totalitarismo sanitario ha pervaso praticamente tutti. Nascono focolai di resistenza, ma non sembrano sortire alcun effetto. È difficile restare ad occhi asciutti quando una civiltà – la propria – va a fuoco. Il futuro, naturalmente, riserverà altri conflitti. La storia non finisce. La memoria di noi che abbiamo resistito in queste condizioni difficilissime ispirerà sicuramente nuove lotte.

I vincitori di oggi non devono dormire sonni tranquilli. Resta il fatto che il mondo di prima non tornerà più. E quando muore il mondo che ci ha cresciuti, un po’ si muore dentro anche noi.

Berlusconi 10 anni dopo: dalla caduta alla probabile elezione a Capo dello Stato

Roma, Sabato 12 novembre 2011, ore 21.42Silvio Berlusconi non è più il Presidente del Consiglio. Ha consegnato le sue dimissioni nelle mani del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Un atto formale che ha segnato la fine dell’ultimo governo guidato da un premier eletto democraticamente dal popolo. Al Colle nel frattempo si lavora in silenzio per dare vita ad un governo tecnico. Fuori invece migliaia di persone, dopo aver atteso per ore la notizia, festeggiano la fine dell’era Berlusconi.

In quelle ore la folla inferocita gli ha urlato contro praticamente di tutto: “buffone”, “ladro”, “in galera” qualcuno gli ha persino lanciato centesimi di euro. Un’autentica barbarie che riporta la memoria a quel 30 aprile 1993, allorquando l’uscita di scena dell’ex segretario del Psi Bettino Craxi fu accompagnata dal medesimo gesto. Una pioggia di monetine fuori dall’hotel Raphael di Roma scagliate dalla folla all’indirizzo del leader socialista segnarono idealmente la fine della Prima Repubblica.

Oggi, a distanza di dieci anni dalle dimissioni da Presidente del Consiglio, per Silvio Berlusconi si prospetta una possibile candidatura a Capo dello Stato. Ma quanto è realistica la sua elezione quale futuro Presidente della Repubblica? Un’eventuale ascesa al Colle del leader di Forza Italia, in questo momento appare complicata, ma non impossibile. Conti alla mano il centrodestra oggi può contare su 451 voti; 54 in meno di quelli necessari per la maggioranza assoluta, utile dal quarto scrutinio in poi. Rimarrebbero poi i 43 elettori di Italia Viva, più quelli di altri partiti di centro e soprattutto il Gruppo Misto, che oggi conta circa una cinquantina di parlamentari.

Nonostante i numeri, l’operazione appare comunque non facile. Non solo per la possibile presenza di franchi tiratori, ma anche per l’ostilità che una sua eventuale elezione susciterebbe in una parte della popolazione e dei media. Infatti, nonostante negli ultimi anni Silvio Berlusconi sia riuscito a costruirsi un’immagine saggia, responsabile ed istituzionale, ed a guadagnare un certo credito anche fuori dal suo elettorato storico, rimane in ogni caso una figura estremamente divisiva. E ciò, unitamente all’avversione di un non indifferente pezzo di stampa nei suoi confronti, rappresenta probabilmente il principale ostacolo di Berlusconi nella corsa al Quirinale.

SALVATORE DI BARTOLO

Tra il Muro di Berlino e la propaganda sanitaria

Il 13 agosto 1961 il governo comunista di Berlino Est erige proprio nell’odierna capitale un muro per impedire la continua emorragia di persone in fuga verso ovest. Senza computare i tantissimi che già lo avevano fatto fuggendo davanti all’avanzata sovietica, dal 1949 al 1961 passarono da est ad ovest oltre due milioni e mezzo di tedeschi. Solo nel primo semestre del 1961 furono centotrentamila, ovvero ottocento al giorno.

I comunisti allora eressero il muro “antifascista” per proteggere l’est dalle minacce fasciste…

Sigillato il muro della vergogna, una strategia comunista per il sovvertimento dell’intera Germania si attivò con scientifico zelo. La DDR affidò praticamente per intero la direzione dei suoi apparati alle cellule degli ambienti comunisti che erano stati della Luxembourg e prossimi a Trotsky. 

La Stasi venne suddivisa in due tronconi, l’HA (controspionaggio interno) guidata dallo stalinista Erich Mielke e l’HVA (destabilizzazione esterna) che era capeggiata da Markus Wolf, amico personale di Henry Kissinger, inserito saldamente negli ambienti trozkisti, operaisti, insurrezionalisti, attivi sia all’ovest che nel Terzo Mondo con notevoli connivenze e coperture nelle strutture dell’Onu.

Wolf e l’HVA della Stasi operarono praticamente al cuore del terrorismo e del sovversivismo mondiale, spesso a braccetto con il Mossad, e con oggettive convergenze da parte americana ed inglese, ancor più che sovietica, che pur non mancò.

Soltanto 28 anni dopo il Muro cadde e Berlino potè finalmente riunirsi. In quasi tre decenni le storie che avvennero e che ancora oggi devono essere scoperte o vengono volutamente dimenticate sono migliaia. Ezio Mauro con il suo ultimo libro “Lo scrittore senza nome” ci racconta di Julij Daniel’, uno scrittore dichiarato colpevole da un tribunale sovietico per aver pubblicato all’estero sotto pseudonimo delle opere antisovietiche. Rimasero per un anno in aula agli arresti per poi essere inviati in un gulag. Condannato ai lavori forzati, venne successivamente estraniato a vita.

Un libro audace, da leggere, ma che ancora non riesce a fare quel piccolo passo in avanti per denunciare in maniera netta il comunismo. Nella quarta di copertina del libro di Mauro non compare mai la parola comunismo, “saggiamente” sostituita da formule come “regime sovietico” o “potere sovietico”. La sinistra italiana continua a non voler fare i conti con il suo passato che sa ancora di presente.

All’inizio del libro Daniel’ si presenta davanti agli agenti del Kgb e chiede quando finiranno di perseguitarlo: “Fino a quando durerà tutto questo?”. Risposta: “Tocca a lei dimostrare di aver capito cos’è giusto e cos’è sbagliato. Mentre ci pensa, le ricordo che dovrà seguire alcune regole molto semplici: alle dieci di sera deve essere a casa, non può uscire dalla città senza permesso. Non può andare al ristorante, a teatro, al cinema, a riunioni letterarie o raduni politici”.

Queste parole non vi fanno pensare alla situazione che stiamo vivendo da due anni? Di certo non vi sono i gulag, le fucilazioni e il Kgb. Ma vi sono certi tratti culturali e certi modi di esercitare il potere, a lungo praticati dai comunisti italiani sull’esempio sovietico, che oggi si ripresentano nei talebani del vaccino. Il disprezzo verso il dissenso è il medesimo.

Il cittadino inerme è responsabile delle restrizioni a tempo indeterminato. Su tutti i giornali si leggono le stesse formule e sempre le stesse menzogne utili a rafforzare la traballante narrazione istituzionale. C’è chi vorrebbe valutare un lockdown per i no vax. Il mondo progressista non ha mai elaborato fino in fondo il passato comunista. Si continua ad assumere un atteggiamento antico e terribile, di superiorità antropologica, di odio per il diverso.

Il comunismo sovietico è fortunatamente morto, ma i suoi discepoli continuano ad imperare con metodi analoghi in situazioni differenti. Oggi in Italia si festeggia il “Giorno della libertà”, ma da celebrare c’è ben poco in un paese che balla sull’orlo di un vulcano.

Pfizergate, una ricercatrice confessa: “Dati falsificati, troppe irregolarità”

La religione vaccinale comincia a vacillare. No, non è il solito incipit sensazionalistico tipico di quei messaggi Telegram che spesso portano gli utenti a gettare il telefono dalla finestra. I primi scossoni ad un credo già di per sé traballante arrivano direttamente dal British Medical Journal. Che penserebbero gli adepti al dio Pfizer e al lasciapassare dal gusto sovietico se uno scienziato che ha testato il farmaco confessasse di aver operato in laboratori brancaleonici?

Sul sito della prestigiosa rivista scientifica (clicca qui per visualizzare l’inchiesta) è comparsa un’inchiesta, scaturita dalla denuncia di una “whistleblower”, su presunte falle nelle sperimentazioni del vaccino di Pfizer negli Usa. A rivelare che la velocità nel test può essere stata ottenuta “a scapito dell’integrità dei dati e della sicurezza dei pazienti“, è un’esperta di trial clinici, Brook Jackson, precedentemente impiegata nel centro di ricerca di Ventavia in Texas, dove, nell’estate del 2020, si è svolta la fase tre delle sperimentazioni di Comirnaty.

La testimonianza della dottoressa fa rabbrividire: la Jackson dichiara che “la compagnia ha falsificato dati, deanonimizzato pazienti, assunto vaccinati privi di adeguata formazione ed è stata lenta nel seguire gli eventi avversi riportati“. Sarebbe niente, se il regolatore americano, la FDA avesse disposto un’ispezione. Invece non è successo assolutamente nulla, anzi, poche ore dopo l’email di rimostranze che Jackson aveva inviato alla FDA, l’unico ad arrivare è stato il licenziamento da Ventavia.

La ricercatrice “talpa” si era premurata di raccogliere foto, posta elettronica e registrazioni vocali di conversazioni compromettenti. Nelle immagini, riferisce il BMJ, si scorgono “materiali per l’impacchettamento dei vaccini, recanti i numeri d’identificazione dei partecipanti al trial”, lasciati in bella vista, così che chiunque avrebbe potuto associarli ai singoli pazienti, violando la regola dell’anonimato.

Un’accortezza che non deriva da scrupoli di privacy, bensì dalla necessità di confrontare correttamente il gruppo che riceve il medicinale e quello che riceve il placebo. Le “check-list sulle verifiche di qualità” sarebbero state aggiornate con due mesi di ritardo, quando un migliaio di reclute aveva già preso parte ai test. Peraltro Ventavia non avrebbe garantito standard sufficienti nemmeno nella raccolta dei dati. Tanto che Icon, un’organizzazione partner di Pfizer, nel settembre 2020, inoltrò una mail al sito texano, evidenziato oltre 100 quesiti, cui rispondere entro 24 ore.

Tra le voci, ce n’era una sulle reazioni avverse gravi. La sollecitazione era chiara: contattare telefonicamente i soggetti che avessero patito effetti collaterali seri e poi aggiornare il relativo form. I vertici di Ventavia non sembravano ignari delle irregolarità. Un dirigente avrebbe riferito di aver “suggerito verbalmente” a un membro dello staff di “cambiare i dati senza annotare l’ultimo accesso“.

La situazione appariva talmente fuori controllo che, durante un meeting, uno dei capi avrebbe manifestato preoccupazioni per un controllo da parte di FDA: “Come minimo, ci beccheremo una lettera d’informazione…”, cioè una sorta di richiamo formale. Dopo il suo licenziamento, la Brooks ha tenuto i contatti con alcuni ex colleghi, che le hanno confermato che quelle pessime pratiche erano state mantenute.

Alcuni, appunto, hanno definito quello di Ventavia “un ambiente di lavoro organizzato a casaccio“. Rassicurante: il siero che ha raggiunto la percentuale maggiore di inoculazioni nel nostro Paese sarebbe stato testato proprio in un sito in cui si lavorava “a casaccio”. Nella mail del 25 settembre 2020 all’autorità regolatori, che le è costata il posto, Brook Jackson aveva segnalato diverse circostanze allarmanti:

“Partecipanti piazzati in un salone dopo l’iniezione, senza monitoraggio da parte dello staff clinico, mancanza di un puntuale follow up dei pazienti con effetti avversi, deviazioni dal protocollo non registrate, vaccini conservati a temperature improprie, campioni di laboratorio etichettati in modo errato, accanimento sul personale di Ventavia che segnalava questi problemi”.

Nessun ispettore bussò mai alla porta della società. In compenso, meno di tre mesi dopo, FDA autorizzò il vaccino. Domani verrà autorizzato per la fascia 5-11 anni. Lascio a voi le conclusioni.

Un Giorgetti che non t’aspetti detta la linea: Draghi al Quirinale e Lega nel Ppe

È un Giorgetti che non ti aspetti quello che si confessa con Bruno Vespa nel libro “Perché Mussolini rovinò l’Italia (e perché Draghi la sta risanando” in uscita il 4 novembre per Mondadori Rai Libri. Il numero due della Lega, sempre attentissimo a dosare per bene le parole, questa volta si lascia andare e detta la linea del suo partito toccando tanti punti cruciali del futuro prossimo: dall’elezione del nuovo Capo dello Stato fino al probabile ingresso della Lega nel Partito Popolare Europeo.

Due soluzioni per la corsa al Quirinale, secondo Giancarlo Giorgetti, che afferma che “la soluzione sarebbe stata confermare Mattarella ancora per un anno, se questo non è possibile, va bene Draghi il quale potrebbe guidare il convoglio anche dal Quirinale. Sarebbe un semipresidenzialismo de facto – aggiunge Giorgetti – in cui il presidente della Repubblica allarga le sue funzioni approfittando di una politica debole”.

Il numero due di via Bellerio passa poi a discutere la linea politica della Lega a guida Matteo Salvini, indirizzando consigli al segretario leghista intrisi di accenti talvolta anche critici. “Se vuole istituzionalizzarsi in modo definitivo, Salvini deve fare una scelta precisa. Capisco la gratitudine verso Le Pen, che dieci anni fa lo accolse nel suo gruppo. Ma l’alleanza con l’AfD non ha una ragione” secondo il parere del ministro per lo Sviluppo economico, che definisce poi ‘incompiuta la svolta europeista di Salvini. In merito ad un probabile ingresso della Lega nel Ppe, Giorgetti non esclude del tutto la possibilità: ”è un’ipotesi che regge se la Cdu non si sposta a sinistra”.

Nelle anticipazioni diffuse sul libro di Bruno Vespa, Giancarlo Giorgetti parla anche di Salvini, affermando: “Matteo è abituato a essere un campione d’incassi nei film western. Io gli ho proposto di essere attore non protagonista in un film drammatico candidato agli Oscar. È difficile mettere nello stesso film Bud Spencer e Meryl Streep. E non so che cosa abbia deciso…”. E quando il conduttore di Porta a Porta gli fa notare che “intanto la Meloni continua a mordervi il fondo dei pantaloni”, il ministro per lo Sviluppo economico risponde: “E’ vero, ma i western stanno passando di moda. Secondo me, sono finiti con ‘Balla coi lupi’. Adesso in America sono molto rivalutati gli indiani nativi”.

Un Giorgetti per certi versi inedito, dunque, che non si risparmia nell’esternare i suoi propositi quirinalizi e non risparmia critiche al suo segretario. Come reagirà adesso Matteo Salvini? L’unica cosa certa è al momento la convocazione per oggi del Consiglio federale della Lega in cui con tutta probabilità si discuterà delle esternazioni del numero uno del Mise. È certamente azzardato parlare già di ‘spaccatura’ e di ‘due leghe’ come ampiamente avvenuto nelle ultime ore, ma una questione politica esiste dalle parti di via Bellerio ed attiene soprattutto alla futura collocazione del partito in Europa. Come sarà la nuova Lega? Sovranista o europeista? O per meglio dire, prevarrà la linea Salvini o si realizzerà la tanto agognata ‘svolta moderata’ fortemente sponsorizzata da Giancarlo Giorgetti?

SALVATORE DI BARTOLO

“Comprimere la libertà di manifestare”: a Trieste vietate le manifestazioni, inizia l’ascesa del governo militare

L’instaurazione di un governo di tipo militare è ormai alle porte. Il prefetto di Trieste non ha avuto alcun remore a pronunciare la frase: “Dobbiamo comprimere la libertà di manifestare“. Parole gravissime, inaccettabili per un paese occidentale. Trieste è la città simbolo della protesta dei portuali che hanno irradiato a tutta l’Italia la loro volontà di combattere il regime sanitocratico.

Non è dunque un caso questa scelta così mirata. Inoltre il porto di Trieste è uno snodo commerciale fondamentale per i compari di merende del Draghistan, ovvero cinesi e tedeschi. Dunque sarebbe stato impossibile continuare a mantenere un clima di tensione così elevato in un porto così rilevante. La scelta più saggia sarebbe stata quella di tornare indietro sul lasciapassare dal gusto sovietico.

Non è andata così, anzi, è accaduto l’esatto contrario. È stato cancellato anche l’articolo 17 della Costituzione, la quale è ormai divenuta carta straccia, che così recita:

“I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi.

Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso.

Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica.”

Su cosa ha fatto leva il prefetto per vietare le manifestazioni? Sulla risalita dei contagi, ovviamente, ma si tratta soltanto di una bubbola propagandistica. Secondo un raggelante servizio del Tg1 capace di far impallidire anche i fanatici della Pravda:

Prima i cortei contro il green pass e adesso l’impennata dei contagi. Trieste rischia di tornare in zona gialla. È il focolaio più importante del Friuli Venezia Giulia. Colpa degli assembramenti dei giorni scorsi, che la polizia ha dovuto addirittura disperdere con gli idranti. Gli ospedali sono in difficoltà per il gran numero di persone che si sono ammalate di Covid e si sono presentate nei pronto soccorso con i sintomi della polmonite. I letti sono tornati a riempirsi e i reparti dedicati ai positivi e al coronavirus sono saturi”.

La realtà non è assolutamente questa e ce lo dicono i numeri: il 30 ottobre del 2020 in Friuli Venezia Giulia si registravano 505 contagi – con 6.107 tamponi eseguiti -, 7 decessi, 35 terapie intensive occupate e 161 pazienti Covid ricoverati in altri reparti, oggi si contano 249 positivi – con ben 23.036 tamponi fatti -, 3 morti, 12 terapie intensive impegnate e 63 pazienti Covid ricoverati con sintomi. Eppure, a sentire la giornalista che ha confezionato il pezzo, la situazione ospedaliera della regione governata dal leghista Fedriga sarebbe prossima al collasso.

Chi protesta contro il Green Pass è un nemico del popolo che fa risalire la curva del contagio e spedisce all’inferno centinaia di cittadini inermi a causa della sua scelleratezza. Il messaggio diffuso dalla Rai è praticamente questo. Si usa l’indicativo, come nei regimi, e si prosegue sulla falsa riga del capro espiatorio. Neanche una parola sui manifestanti riunitisi (giustamente, poiché è un diritto sancito dalla Costituzione!) a Milano per protestare contro la decisione del Senato sul Ddl Zan.

Vette del bipensiero orwelliano, metodi da regime, compressione netta delle nostre libertà. A chi starnazza affermando: “In nessuna dittatura vi avrebbero permesso di manifestare così”, ecco arrivato il contentino. Stiamo vivendo l’ora più disperata che il nostro Paese abbia mai affrontato in 76 anni. Chi decide di protestare contro il lasciapassare governativo viene ridotto al rango di disertore.

Il sindaco Dipiazza della città triestina ha recentemente dichiarato che: “La pazienza è finita. Se questa è una guerra, c’è chi in guerra ha paura, scappa, fugge dai combattimenti e viene fucilato per diserzione. Qui non fuciliamo nessuno, ma le limitazioni dovranno gravare soltanto su chi ha deciso di non vaccinarsi”.

In un Paese in cui si utilizza un vocabolario da guerra, vi è una tensione sociale altissima e le armi per combattere il conflitto sono in mano ad un militare; dove potrà mai finire? Il governo militare è alle porte, ma non bisogna certamente mollare la lotta adesso. Arriveranno nuove e ben più pesanti compressioni delle nostre libertà, ma non l’avranno vinta. La plutocrazia, dopo l’ultima mossa odierna, ha vita breve.

Manovra: arriva il sacrosanto aumento per i sindaci, ma attenzione al voto del Consiglio

Dopo una lunghissima attesa arriva con almeno qualche decennio di ritardo il tanto agognato riconoscimento economico per i sindaci. Grazie ad una norma contenuta nella manovra varata dal governo Draghi, i primi cittadini potranno finalmente vedere ritoccata verso l’alto la loro indennità restituendo così dignità e, magari anche un pizzico in più di appetibilità, a quella che ormai sembra essere divenuta la più bistrattata e meno ambita delle cariche politiche.

Ad oggi, l’indennità prevista per i sindaci passa da un minimo di 1.290 euro lordi per i Comuni fino a 1000 abitanti ad un massimo di 7.800 euro lordi per quelli con oltre 500 mila abitanti. Adesso, per effetto della norma contenuta nella nuova finanziaria, i Comuni potranno incrementare l’indennità dei primi cittadini portandola nel caso dei sindaci delle Città al di sopra dei 500 mila abitanti allo stesso livello di quelle percepite dai presidenti di Regione, mentre per tutti gli altri sindaci sono previsti aumenti che diminuiscono percentualmente in base al decrescere della popolazione. Unitamente allo stipendio del sindaco, i Comuni potranno poi aumentare, utilizzando i medesimi criteri, anche gli emolumenti del vice, degli assessori e del presidente del consiglio comunale. Per garantire la copertura finanziaria della norma il governo ha stanziato un fondo ad hoc di 100 milioni di euro per il 2022, 150 milioni per il 2023 e 220 milioni a decorrere dal 2024.

Fin qui tutto fantastico però l’attesissimo aumento innesca inevitabilmente una delicatissima questione politica: l’attuazione di tale norma prevede in capo ai Comuni l’onere di una variazione di bilancio approvata dal consiglio comunale. In epoca di tagli radicali e di antipolitica militante siamo proprio certi che i sindaci se la sentiranno di sostenere il peso politico e le probabili ricadute in termini di consenso elettorale connesse all’attuazione di un provvedimento assolutamente sacrosanto ma che rischia di farli finire sulla graticola come spesso accade in Italia quando si parla di costi della politica?

SALVATORE DI BARTOLO

Ddl Zan: ecco gli errori da correggere nella strategia del centrodestra

In Senato il centrodestra si è aggiudicato la votazione sul Ddl Zan, ma la partita sul tema discriminazioni è tutt’altro che chiusa, per cui attenzione a non cadere nelle trappole della sinistra o, ancora peggio, a gettarsi da soli la zappa sui piedi. La questione è infatti ancora aperta e sono molto gli spigoli in cui, senza la dovuta attenzione, si rischia di andare a sbattere.

Il primo errore in cui il centrodestra potrebbe incorrere è quello di farsi affibbiare con fin troppa facilità l’etichetta di omofobi. In questo senso, a sinistra sono partiti sin da subito i primi tentativi di adagiare sulle spalle dei contrari al disegno di legge Zan la casacca di retrogradi e intolleranti. Una trappola, quella orchestrata dal mondo progressista, in cui in questi mesi troppo spesso i rappresentanti del centrodestra sono incappati. 


Altro errore da evitare è lasciare la palla in mano al Partito Democratico sul tema discriminazioni. Bisognerebbe infatti superare l’idea secondo la quale solo a sinistra ci si può occupare di determinate tematiche. Sbagliatissimo! Il mondo Lgbt rappresenta una fetta importante della società per cui il centrodestra gli riconosca lo spazio che merita. Aprire un dialogo costruttivo e farsi promotore delle istanze Lgbt non può e non deve essere un’esclusiva della sinistra. 


Un ultimo errore, probabilmente il più grande, che il centrodestra pagherà a caro prezzo, ed in parte sta già pagando, è l’aver lasciato l’egemonia social in mano ai progressisti. Nelle ultime ore si è infatti assistito ad un’autentica sollevazione social di decine di migliaia di giovani in tutto il paese che, probabilmente per la prima volta, hanno assunto una chiara posizione politica e condannato il blocco del Ddl Zan. La propaganda social degli ultimi mesi portata avanti da seguitissimi influencer ha fatto sì che molti giovani si facessero una determinata idea sul tema e si schierassero apertamente in favore della legge Zan. Il centrodestra comprenda che i millenial non leggono i giornali e non guardano la televisione. Le migliaia di informazioni che ogni giorno ricevono provengono quasi esclusivamente dai social. Se si vuole davvero contrastare l’egemonia progressista e diffondere una cultura alternativa al politicamente corretto non si può non passare dai social network. 

SALVATORE DI BARTOLO

Stop Ddl Zan: in Senato nuova maggioranza con vista Quirinale, ma la partita sulle discriminazioni non è chiusa

Il Senato della Repubblica, a scrutinio segreto, ha votato a favore della cosiddetta “tagliola” proposta da Lega e Fratelli d’Italia per il ddl Zan: 154 senatori a favore, 131 contrari e due astenuti su un totale di 288 presenti. Si blocca dunque l’esame del testo di una legge da mesi al centro di polemiche e scontri politici il cui cammino sembra diventare ogni giorno più impervio.

Guai a cantare vittoria però per il centrodestra. Almeno su una questione il segretario del Partito Democratico Enrico Letta ha ragione: una fetta del paese è da un’altra parte e avverte l’esigenza di una più ampia tutela nella lotta contro le discriminazioni. Questione che presto o tardi tenderà a riproporsi con esiti che, c’è da scommettere, risulteranno assai diversi da quelli visti ieri. Ragion per cui sarebbe auspicabile nei prossimi mesi un impegno trasversale dei partiti per ricercare una soluzione politica largamente condivisa che possa permettere di trovare delle adeguate soluzioni atte a superare le criticità avvertite alla voce ‘discriminazioni’.

Aldilà delle questioni di merito sulla legge Zan, ciò che traspare dal voto di ieri in Senato è un importante dato politico: una nuova maggioranza possibile alternativa a quella giallorossa esiste, e ciò assume un peso determinante soprattutto nell’ottica dell’ormai imminente corsa al Quirinale per l’elezione del prossimo Capo dello Stato, nella quale, come già accaduto per la nascita del governo Draghi, Italia Viva ed il suo leader Matteo Renzi giocheranno un ruolo determinante.

SALVATORE DI BARTOLO

L’anticasta Di Maio giura amore alla politica

Il prossimo 26 ottobre uscirà per Mondadori Un amore chiamato politica’, il libro scritto dal Ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Non è ancora noto se il sentimento nutrito dal grillino verso l’arte del buon governo sia ricambiato, ma una tale dichiarazione d’amore appare quantomeno singolare, soprattutto se proviene da chi, come Di Maio, ha fatto dell’antipolitica militante un vero e proprio marchio di fabbrica, e su di essa ha costruito le proprie ed altrui fortune. Ma d’altronde, si sa, l’amore é cieco, talmente tanto da poter essere sfiorati dall’amletico dubbio che la politica possa davvero innamorarsi di colui che fino a qualche tempo fa voleva a tutti i costi annientarla.

Amore o no, l’attuale Ministro degli Esteri procede a piccoli passi verso una lenta trasformazione attraverso la quale si sta cercando di costruire un profilo istituzionale. Un mutamento necessario per un personaggio che appena tre anni or sono chiedeva a gran voce la messa in stato d’accusa del Capo dello Stato e si faceva fotografare per le vie di Parigi con i gilet gialli.

Nonostante Luigi Di Maio abbia già ampiamente dimostrato di sentirsi a proprio agio con le trasformazioni, dovrebbe comunque riuscire a comprendere che non sempre è sufficiente scrivere un libro e sbandierare ai quattro venti il proprio amore verso la politica per dimostrare di capirci qualcosa. Nell’ormai lontano 1988, un illustre predecessore di Di Maio pubblicò il libro, sempre edito da Mondadori, ‘Dove andiamo a ballare questa sera? Guida a 250 discoteche italiane’. Quel ministro era il socialista Gianni De Michelis, uomo dalla fulgida intelligenza dotato di un’impareggiabile visione politica che ad oggi, nonostante nel suo libro dichiarasse la sua passione per un’arte meno nobile della politica, rimane uno dei migliori ministri degli esteri della storia repubblicana.

SALVATORE DI BARTOLO