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Il Conservatore è innanzitutto un rivoluzionario

Il Conservatore è un dominio, un blog, una persona, un politico o un intellettuale. Può essere tutto questo insieme.

Non abbiamo la presunzione di avere la risposta e neanche di fare la domanda opportuna ma, in questo spazio, puntiamo a dibattere sulle grandi tematiche del mondo conservatore, dalla vision politica all’eredità storica fino alle issues pensate su questo particolare frame politico.

Essere conservatori oggi vale sia nella vita personale come stile ma può anche essere trasposto su un retro-pensiero di matrice intellettuale, anti-conformista e purista nel genus. In tempi dove tutto è dettato dall’iper-liberismo, qualcosa da conservare si trova ancora. Suona come una domanda ma non lo è. Non somiglia neanche a una risposta. In mezzo, ci siamo noi.

Santi Cautela

Fondatore de Il Conservatore.it

Quegli intellò che uccisero Calabresi: cronache di un paese che dimentica

Quando si principia un commento è necessario esplicare le proprie intenzioni, altrimenti il destinatario potrebbe fuorviare i nostri propositi. Vi assicuro che il tempo di lettura sarà davvero infimo, probabilmente il vostro autobus sarà già arrivato quando avrete finito di leggere queste poche righe. Conoscete già la malinconia che vi assale quando, durante un caldo pomeriggio di primavera, osservate un tramonto mentre tornate a casa perché i fasti di un tempo sono ormai terminati?

Quella malinconia, da piccolo cristallo gelosamente custodito, è divenuta un mostro. Esso è continuamente assetato di sangue, pretende e non concede nulla in cambio, vi assoggetta imponendo il suo pensiero. Da volontà di potenza – la quale avrebbe dovuto modificare i destini dell’Europa e dunque del nostro paese – a volontà di proseguire indenni nel grande meccanismo della catena di montaggio.

È questa la forma mentis: rassegnazione e silenzio in cambio della sopravvivenza. Vi fu chi però non rinunciò mai alla sua libertà in cambio della vita e della giustizia. Essa è fin troppo a senso unico e lo abbiamo visto in più occasioni dal 1992 ad oggi. Altresì essa diede alcune perfide dimostrazioni già durante gli anni 70 e 80: è il caso Calabresi. Un uomo che aveva il senso dello Stato, che credeva al decoro delle istituzioni e alla dignità del suo ruolo, che aveva la responsabilità di uomo d’ordine. Un’espressione antica, terribilmente demodé, le compendiava tutte: Servitore dello Stato; ha scritto Veneziani oggi sul suo sito.

Il caso Calabresi è una ferita ancora sanguinante nel consesso “civile” del nostro paese. Quella borghesia che sarebbe sfociata nel radical chic, nel becero del becero, nell’ignominia; Calabresi l’aveva conosciuta. Proverranno da lì i suoi carnefici materiali: Sofri, Bompressi, Marino e Pietrostefani. I primi due otterranno la grazia di Napolitano quando il Quirinale era ancora affare suo.

Un gioco rosso, terribilmente putrido, quello che condusse Calabresi alla morte. Tre quarti degli intellò italiani si mobilitarono contro di lui firmando una lettera aperta della Cederna all’Espresso dove si firmava la condanna a morte nei confronti del commissario capo della Questura di Milano. Cinquant’anni dopo la sua orrenda morte, i nani e le ballerine che lo hanno ucciso continuano ad imperare tra i banchi (non scaffali!) delle librerie assoggettate e all’interno dei circhi televisivi.

La malinconia del “potere” è diventata ciò che aveva giurato di distruggere. E ancora una volta si dimentica perché non si è in grado di cambiare.

Qui di seguito alcuni dei nomi che firmarono la lettera aperta della Cederna. Incredibile come anche PPP e Bruno Zevi si macchiarono di ciò:

Vando Aldovrandi, Sergio Amidei ,Giorgio Amendola,Giulio Argan, Gae Aulenti, Arialdo Banfi, Andrea Barbato, Franco e Vittorio Basaglia, Aldo Bassetti, Marco e Piergirgio Bellocchio, Giorgio Benvenuto, Bernardo Bertolucci, Laura Betti, Alberto Bevilacqua, Norberto Bobbio, Giorgio Bocca, Renato Boeri, Tinto Brass, Maria Luisa Brenner, Mauro Calamandrei, Leonida Calamida, Giacomo Calì, Pierre Carniti, Andrea Cascella, Liliana Cavani, Mario Ceroli, Lucio Colletti, Enrica Collotti Pischel,Furio Colombo, Luigi Comencini, Sergio Corbucci , Roberto D’Agostino, Sandra Dal Pozzo, Maria Teresa De Laurentis, Fausto De Luca, Umberto Eco, Giulio Einaudi, Sergio Erede, Gianni e Marina Fabbri, Federico Fellini, Inge Feltrinelli, Paola Fini, Roberto Finzi, Dario Fo, Luciano Foà, Carla e Manuele  e Massimiliano Fontana, Franco Fortini, Paolo Fossati, Edoardo Garrone, Natalia Ginzburg, Vittorio Gorresio, Ugo Gregoretti, Renato Guttuso, Margherita Hack, Gabriele Invernizzi, Alberto Jacometti, Lino Jannuzzi, Giuseppe Lanza, Marina e Vito Laterza, Felice Laudato, Franco Lefevre, Carlo e Primo Levi, Laura Lilli, Marino Livolsi, Carlo Lizzani, Riccardo Lombardo, Nanni Loy, Giancarlo Majorinno, Piero Malvezzi, Mauro Mancia, Manlio Maradei, Dacia Maraini, Carlo Mazzarella, Achille e Fabio Mauri, Lorenza Mazzetti, Paolo Mieli, Paolo Milano, Enrico Mistretta, Giuliano Montaldo, Maria Monti, Alberto Moravia, Cesare Musatti, Toni Negri, Riccardo Nobile, Luigi Nobile, Enzo Paci, Giancarlo Pajetta, Salvatore Palladino, Ivo Paladia, Ferruccio Parri, Pier Paolo Pasolini, Elio Petri, Paola Pitagora, Fernanda Pivano, Giò Pomodoro, Gillo Pontecorvo, Paolo Portoghesi, Domenico Porzio, Folco Quilici ,Giovanni Raboni, Franca Rame, Carlo e Vittorio Ripa di Meana, Angelo Maria Ripellino, Claudio Risè, Nelo Risi, Carlo  Piero Rognoni, Lalla Romano, Carlo Rossella, Marisa Rusconi, Salvatore Samperi, Natalino Sapegno, Eugenio Scalfari, Mario Soldati, Mario Spinella, Paolo Spriano, Paolo Squiteri, Paolo Taviani, Massimo Teodori, Oliviero Toscani,Ernesto e Renato Treccani, Bruno Trentin, Umberto Terracini, Tiziano Terzani, Giuseppe Turani, Bernardo Valli, Saverio Vertone, Lucio Villari, Corrado Vivanti, Livio Zanetti, Marco Zanuso, Cesare Zavattini, Giorgio Zecchi, Bruno Zevi, Giovan Battista Zorzoli.

Nessuno ricorda più il Natale di Roma

Sarò categorico. I romani, ma più in generale gli italiani, hanno dimenticato una delle celebrazioni più importanti della storia: il Natale di Roma. Il 21 aprile, data fissata da Varrone grazie ai calcoli astrologici di Lucio Taruzio, mi trovavo ai Fori con un carico di malinconia sulle spalle che mi stava quasi asfissiando. Centinaia di migliaia di turisti marciavano lungo il centro del mondo senza che nessuno ricordasse loro il genetliaco dell’Urbe.

Per potermi togliere il groppone, quasi come se avessi ingurgitato un’intera tavolata di pietanze, ho deciso di ripercorrere le principali mete di Roma dalla fondazione in poi. Lungo i 25 chilometri percorsi (per gli amanti del pedometro all’incirca 32.000 passi) sono riuscito a scorgere sì e no una rievocazione storica all’interno del Circo Massimo tenuta da uomini e donne che tengono ben salde nel loro cuore le tradizioni che ci hanno originato.

Per il resto? Assolutamente niente. Gli autobus romani proseguivano le loro folli corse come se nulla fosse. I Fori non hanno ospitato alcuna manifestazione, magari una parata. Vi era soltanto qualche gratuità sparsa qui e lì. Come se il Natale di Roma fosse soltanto un impiccio per pochi appassionati tra i quali il sottoscritto. Un paese che dimentica il suo compleanno è destinato alla barbarie.

Non che sia tanto lontano da esse, ma forse c’è ancora un baluardo: l’Eur, nonostante il traffico sulla Cristoforo Colombo, riecheggiava trionfante. L’alba del nuovo impero che non fu.

Addio Donna Assunta, grazie per questo secolo di lotta

Donna Assunta! Che brutto scherzo ci avete tirato? Non è certamente tipico del vostro savoir faire. Cento anni di garbo severo e gentile, di esperienza, di cultura, di combattimenti col pugnale tra i denti. Quando ieri mattina ho letto del triste annuncio dato da vostra figlia Giuliana sulla vostra pagina Facebook non ho potuto trattenere la commozione.

È salito in cielo un pezzo della nostra storia. Calabrese doc, profondamente innamorata del suo secondo marito Giorgio, Donna Assunta dovette subire il triste destino di sopravvivere al suo amato per oltre trent’anni. Dotata di uno spirito leonino e di un’eleganza d’antan, Assunta Almirante è entrata subito nel cuore di tantissime persone. La sua passione per i nostri ideali l’ha condotta in giro per tutta Italia insieme all’apostolo delle idee che professava.

“Centrodestra? No, cento destre…”. L’aveva vista lunga Donna Assunta sul triste destino della Destra italiana. Una Destra che ha perso ogni connotato teorizzato da Romualdi e che si è gettata a capofitto tra le braccia del liberalismo. È riuscita a sopravvivere anche al tradimento più becero, ovvero quello di Democrazia Nazionale, il quale tolse persone e numeri al MSI.

Un secolo di dedizione assoluta. Una vita spesa donandosi per noi e i nostri padri: “i maledetti da Dio”. Grazie Donna Assunta. Un’altra stella nel nostro splendido firmamento.

La tirannide della maggioranza ci condurrà alla guerra

La tirannide della maggioranza è facilmente riassumibile in una semplice parola, magari più potabile: democrazia. L’abbiamo vista in una fase di costante crescita in questi ultimi anni e non sappiamo sino a quali vette essa potrà arrivare. Tocqueville ha spesso utilizzato la locuzione “tirannide della maggioranza”, con la quale si riferiva alla democrazia nascente nella prima metà dell’Ottocento.

Defunta la sacralità del modello politico durato da Augusto fino a Nicola II, con tutte le sue enormi varianti, ecco spuntare l’edera infestante della democrazia.

Cos’è, infatti, una maggioranza presa collettivamente, se non un individuo che ha opinioni e più spesso interessi contrari a quelli di un altro individuo che si chiama minoranza? Ora, se ammettete che un uomo, investito di un potere assoluto, può abusarne contro i suoi avversari, perché non ammettete la stessa cosa per una maggioranza? Gli uomini, riunendosi, hanno forse cambiato carattere? Diventando più forti, sono forse diventati più pazienti di fronte agli ostacoli? (…) un potere onnipotente, che io rifiuto a uno solo dei miei simili, non l’accorderei mai a parecchi (…)

Alexis de Tocqueville, “Democrazia in America”

La tirannide della maggioranza, tutta ammantata da una sorta di cappa che ne protegge gli attori, gode di uno scudo mediatico pressoché inviolabile. Ne fanno quotidianamente le spese Capuozzo e Orsini, per fare un esempio. Il dissenso o più privatamente il disaccordo devono esistere e avere un ruolo alla pari. Nel nostro Paese, purtroppo, non è così.

Il pensiero è definitivamente omologato, la libertà d’espressione non esiste più. Anzi, essa nella sua essenza-assenza riveste ancora un ruolo di primo piano: quello di far credere che esista un contraddittorio. Nulla di più falso.

Quando negli Stati Uniti, un uomo o un partito subisce un’ingiustizia, a chi volete che si rivolga? All’opinione pubblica? È essa che forma la maggioranza e la serve come uno strumento passivo; alla forza pubblica? La forza pubblica non è altro che la maggioranza sotto le armi; alla giuria? La giuria è la maggioranza investita del diritto di pronunciare sentenze: i giudici stessi, in certi Stati, sono eletti dalla maggioranza (…) In America, la maggioranza traccia un cerchio formidabile intorno al pensiero (…)

Cresce il collettivismo delle idee, si consolida e imputridisce l’atmosfera rendendola asfittica. Più crescono le premesse prima di elaborare un pensiero, più diminuiscono le possibilità di cambiare le correnti dell’opinione pubblica. Ci risiamo dunque con le etichette, come se la pandemia non ci avesse insegnato nulla. La tirannide insegna anche che i motti possono essere modificabili: dal “Ein Volk, ein Reich, ein Führer” siamo passati a “più popoli, un Paese martoriato, un Drago”.

Nel frattempo scivoliamo lentamente verso una guerra continentale che devasterà l’Europa e ci condurrà verso l’ennesima spartizione territoriale del nostro continente. La Cina gongola al pari di molti prezzolati nei salotti televisivi nostrani. Come faceva Battiato, bisogna respingere questa falsa democrazia intossicata da una cultura del karaoke che ormai sta contagiando anche le arti maggiori.

La vittoria di Orban in Ungheria, cresce il fronte conservatore

Viktor Orban ha ottenuto una netta vittoria alle elezioni politiche ungheresi, il suo partito Fidesz ha totalizzato il 54% di preferenze che corrispondono a ben 135 seggi parlamentari sui 199 disponibili. Questo ragguardevole risultato dimostra che la tematica sovranista e conservatrice non è di fatto affievolita come alcuni media mainstream e leader in salsa progressista invece decantavano – e auspicavano in cuor loro in maniera spudorata – alla viglia del voto ungherese.

Il popolo magiaro ha dimostrato ancora una volta all’Europa intera di non scendere a patti e compressi al ribasso con valori del tutto estranei alla loro millenaria cultura, in quanto tali -pseudo- valori sono frutto dell’invadente ed eccedente globalismo mondiale bollato e lodato da molti come una sorte di conditio sine qua non per essere presentabili dinanzi gli occhi dei grigi burocrati di Bruxelles.

Nonostante la larga coalizione politica anti-Fidesz, gli ungheresi scegliendo per la quarta volta consecutiva come premier Viktor Orban hanno nuovamente ribadito la loro totale indipendenza da alcuni diktat opprimenti da parte dell’Unione Europea, sottolineando la sovranità nazionale per quanto riguarda l’autonomia della loro Banca Centrale, la giusta crociata nei confronti delle ONG politicizzate e remunerate, gli eccessi della propaganda Lgbt+.

Questi sono solo alcuni contenuti che hanno reso Orban giustamente elogiato nella sua patria -perchè pone al primo posto gli interessi della sua nazione al grido di: prima l’Ungheria– e osteggiato da buona parte dei suoi omologhi europei, ciò dimostra che anche la celebre locuzione latina “nemo propheta in patria (sua)” può essere smentita dai fatti e non dalle chiacchiere.

A cura di Raffaele Schiavone

Ucraina: le superpotenze vogliono realmente la pace?

Mentre il bilancio dei morti, non soltanto militari, ma anche e soprattutto vittime civili ucraine, continua vertiginosamente a crescere giorno dopo giorno, il tavolo delle trattative per raggiungere la pace non sembra andare da nessuna parte. Perché? Chi ha realmente l’interesse a porre fine ad un conflitto che da oltre un mese dilania l’Ucraina? 

La posizione dei russi

La guerra è ancora ad un punto di stallo perché i russi non hanno ancora raggiunto quella posizione di forza che vorrebbero far valere al tavolo delle trattative. Gli accordi di pace, infatti, potrebbero realmente andare verso una svolta solo in presenza di qualcuno, la Russia nel caso specifico, che sia chiaramente in procinto di avere la meglio e quindi di imporre le proprie condizioni all’avversario sconfitto. In questa fase del conflitto l’armata russa non è ancora riuscita a centrare la posizione attesa alla vigilia, e pertanto persiste nella sua avanzata sperando in un cedimento della sin qui eroica resistenza ucraina, che potrebbe essere valutato, verosimilmente, allorquando i costi del conflitto non saranno più sostenibili per il popolo ucraino. 

Il piano degli Stati Uniti

Dopo il discorso tenuto a Varsavia da Joe Biden, in cui il Presidente americano non ha esitato ad alzare i toni dello scontro etichettando Putin come un assassino, e dichiarando apertamente: “quell’uomo deve andarsene dal governo della Russia”, è parsa evidente l’indisponibilità degli Stati Uniti a cercare una distensione con i russi. Quale sarebbe allora il piano degli Usa? Continuare ad oltranza le ostilità, garantendo assistenza con mezzi economici e militari agli ucraini al fine di prolungare un conflitto che, secondo i piani statunitensi, nel lungo periodo tenderà a logorare economicamente e militarmente la Russia fino a dissanguarla, favorendo così il crollo del regime di Putin. In questa chiave può essere interpretata la mancanza di un reale sforzo diplomatico degli Usa per raggiungere un cessate il fuoco. E ciò, con buona pace dell’Unione europea, che rischia seriamente di doversi accollare i principali costi del protrarsi delle ostilità, confermando, anche in questa occasione, tutte le proprie debolezze strutturali e la manifesta subalternità all’alleato statunitense. 

Il ruolo della Cina

Chiamatisi fuori gli Usa (almeno al momento) dal ruolo di mediatore nel conflitto, potrebbe essere la Cina a prendere il loro posto. I cinesi, infatti, potrebbero avere interesse a cercare una mediazione per raggiungere un accordo tra le parti e mantenere in vita il modello di globalizzazione economica che gli ha consentito di prosperare in questi decenni fino ad arrivare ad insidiare il ruolo di prima potenza economica mondiale agli Stati Uniti. Con lo scoppio della guerra russo-ucraina, la Cina potrebbe adesso cogliere la ghiotta opportunità di accreditarsi al ruolo di superpotenza in grado di fungere da risolutore del conflitto e dimostrare al mondo di poter interpretare il ruolo giocato fino ad ora dagli americani. Potrebbe quindi consumarsi sul terreno ucraino il tentativo della Cina di sostituire (non solo economicamente ma anche geopoliticamente) gli Usa sfilandogli il ruolo di prima superpotenza mondiale. Laddove invece i cinesi dovessero mettere da parte le proprie ambizioni geopolitiche e mantenere comodamente l’ambiguità dimostrata sino ad ora, mancherebbe sulla scena un vero mediatore, con il rischio che la durata del conflitto possa potrarsi ancora a lungo. 

SALVATORE DI BARTOLO 

Lo schiaffo ai perbenisti, Will Smith e il coraggio di un uomo che ama sua moglie

Uno schiaffo può dividere il mondo. E’ quello che è avvenuto questa notte a Los Angeles, pochi minuti prima che l’attore Will Smith vincesse il suo primo Oscar come miglior attore protagonista. L’interprete di “King Richard” (grande film sulla famiglia) non ha digerito una battuta infelice del conduttore, Chris Rock, rivolta alla moglie Jade Pinkett-Smith. E in effetti Rock ha fatto un paragone improprio con G.I. giocando con il nome della signora Smith, riferendosi al soldato “rasato” molto celebre negli States. Il riferimento è stato alla capigliatura rasata della donna “costretta” a mascherare la sua condizione di perdita di capelli dovuta ad alopecia. Will Smith si è quindi alzato e ha tirato un ceffone al conduttore. Durante la diretta il volto della moglie è subito parso irrigidito dopo la battutaccia di Rock e Smith, che poi si è scusato, non si è trattenuto.

I soliti perbenisti del guanto dell’etichetta borghese hanno parlato di gesto incivile e barbaro. Will Smith, da sempre vicino alla comunità nera e ai giovani, ha parlato di un gesto folle dettato dall’immenso amore per la moglie che si sarà sentita, immaginiamo, umiliata da quella battuta in mondo visione. Noi però troviamo il gesto di Smith, nella sua passione e carnalità, un gesto di cesura rispetto a chi continua a fare body shaming “facendola franca”. E questa volta senza neanche curarsi del dietro-le-quinte.

La signora Smith avrà sofferto per la sua condizione, vivrà un disagio reale e non sarà sicuramente facile trovare la sicurezza di farsi fotografare nel suo look forzato. Eppure, con una sola battuta, Chris Rock ha stoccato questo percorso mettendolo in ridicolo. Will Smith è quindi quell’eroe che in un metaverso al contrario che parte dai film per arrivare alla realtà – finalmente – pone giustizia all’ingiustizia con, diciamolo, un gesto fisico, violento ma non meno letale di quelle parole.

L’eroe trova il coraggio di abbattere ogni barriera dettata dal politically correct e, per difendere la sua amata, umilia a sua volta il comico imbecille. Non una semplice prova di mascolinità ma un grande gesto di amore, forse folle ma incredibilmente vero e denso di significati valoriali. Primi tra tutti, il senso di famiglia e l’amore incondizionato per la donna che si ha a fianco. Mi sarei personalmente indignato se non avesse fatto nulla… Dietro quello schiaffo c’è la voglia di un uomo di difendere la sua famiglia. Dietro la polemica, invece, l’assoluta verità che spesso, a fare bullismo, si finisce per diventarne vittima. Un Oscar al coraggio, un Oscar alla famiglia Smith.

‘Prima l’Italia’: nasce in Sicilia il nuovo centrodestra con Salvini leader e senza Fdi

La federazione politica di centrodestra non è più soltanto un’idea. Dopo mesi di ipotesi, trattative, conferme e smentite, il progetto federativo diviene finalmente realtà. A lanciarlo ci ha pensato il segretario della Lega Matteo Salvini, che a margine del comitato federale del Carroccio ha annunciato la nascita di ‘Prima l’Italia’, il cui esordio elettorale dovrebbe avvenire in Sicilia. Anzi, a Palermo, a voler essere più precisi.

Nel prossimo mese di giugno nel capoluogo siciliano si voterà per scegliere il successore di Leoluca Orlando, ed è proprio in occasione delle amministrative palermitane che dovrebbe tenersi a battesimo il disegno politico di Salvini. Un progetto che andrebbe poi a replicarsi su più larga scala alle elezioni regionali d’autunno, in cui lo stesso Matteo Salvini vorrebbe lanciare la candidatura di Nino Minardo, attuale segretario della Lega siciliana e designato dal leader leghista a diventare il successore di Nello Musumeci alla presidenza della Regione Siciliana.

Un complessa operazione elettorale quella orchestrata dal numero uno della Lega, e già ‘benedetta’ da Silvio Berlusconi, che punta a ridisegnare il perimetro del centrodestra accogliendo al suo interno anche autonomisti siciliani, centristi e movimenti civici, con l’obiettivo dichiarato di costruire un modello il più moderato ed inclusivo possibile. Ed è proprio nell’ottica di superare le resistenze ideologiche di parte dell’elettorato siciliano nei confronti della Lega, che Matteo Salvini avrebbe deciso di puntare sul nuovo simbolo elettorale da presentare già dalle prossime amministrative.

Una svolta moderata, quindi, quella che ha voluto imprimere Matteo Salvini alla Lega siciliana, che ha già peraltro incassato il favore, oltre che dei già citati autonomisti siciliani, anche del segretario dell’Udc Lorenzo Cesa e del luogotenente di Berlusconi in Sicilia Gianfranco Micicchè. Un disegno da cui invece resterebbero esclusi Fratelli d’Italia ed il Presidente della Regione Siciliana in carica Nello Musumeci, che dunque si troverebbero marginalizzati a destra e ‘trombati’ dai loro stessi alleati.

La ‘svolta moderata’ di Matteo Salvini tenderebbe altresì a determinare delle inevitabili ripercussioni anche a livello nazionale, sancendo un definitivo allontanamento del partito di Giorgia Meloni dagli (ormai quasi ex) alleati di coalizione, come peraltro recentemente confermato dall’attuale capogruppo alla Camera dei deputati di Fdi, Francesco Lollobrigida, che ha dichiarato senza mezzi termini che tale decisione comporterà ‘conseguenze altrove in Italia’, etichettando altresì il disegno salviniano come ‘un centrino’ piuttosto che una federazione di centrodestra.

Ciò che si prospetta è dunque una vera e propria rivoluzione nel centrodestra, con la formazione di un nuovo modello politico molto diverso da quello che abbiamo imparato a conoscere in questi ultimi anni. Una ‘federazione moderata’, in grado di fare sintesi ed accogliere al suo interno le diverse sensibilità politiche, ivi comprese quelle più orientate al centro, senza Fdi e con il segretario della Lega Matteo Salvini pronto a guidare la nuova coalizione con la benedizione di Silvio Berlusconi, che qualche giorno fa (in occasione del suo matrimonio simbolico con la deputata forzista Marta Fascina) ha già consegnato l’investitura a Salvini definendolo “l’unico vero leader in Italia”.

Il nuovo centrodestra è dunque già realtà: con Matteo Salvini sempre più leader, Giorgia Meloni sempre più isolata a destra, e la Sicilia pronta a confermarsi ancora una volta laboratorio politico nazionale.

SALVATORE DI BARTOLO

A lezione dai maestri: la crisi della democrazia spiegata da Bassani

Nel tabellino dell’arbitro a fine partita risultano soltanto i marcatori e non gli assistman. Eppure dovrebbero comparire entrambi perché il merito del gol va diviso in egual modo. Mentre scrivo queste parole ripenso all’assist di Rui Costa a Shevchenko per il gol contro il Real Madrid in una partita di Coppa Campioni del 26 novembre 2002. Un ricordo sicuramente piacevole per il prof. Bassani. Perché ho deciso di fare questa introduzione sull’incontro avvenuto ieri?

Perché senza l’assist del prof. Caroniti ciò non sarebbe accaduto. Mi assumo la responsabilità di questa dichiarazione e procedo. Caroniti ha avuto la giusta intuizione affinché si ricominciasse a respirare negli ambienti accademici quella ventata di libertà e di libero pensiero che mancano da tempo immemore. Chi meglio di Marco Bassani dunque?

Nel seminterrato della facoltà di Scienze politiche, quasi come i cristiani ai tempi delle persecuzioni, il Professore della Statale di Milano ha principiato in modo lapidario, affermando che ci troviamo davanti ad una: “Gravissima crisi della democrazia”. Niente di nuovo dal fronte occidentale direbbe qualcuno, ma è il percorso tracciato da Bassani che innova e accende il lume della ragione.

Con un rapido accenno alla Constitutio Antoniniana e la constatazione che la cittadinanza concessa a tutti ha rappresentato l’inizio della fine per l’Impero, Bassani ha catapultato gli studenti nel XXI secolo parlando dell’equilibrio ormai saltato della pax americana. Un cammino lungo quasi duemila anni che esprime una netta condanna nei confronti del dispotismo.

L’impostazione di Bassani è puramente liberale e ciò si denota soprattutto dal suo discorso sulla tecnocrazia. L’aneddoto sul profondo mutamento del livello di sicurezza negli aeroporti dopo l’11 settembre è uno dei temi centrali del pensiero liberale italiano, il quale è stato spesso ripreso anche da Porro nelle sue pubblicazioni. Parlando di tecnocrazia, la mente si getta a capofitto nel presente che stiamo vivendo.

Bassani definisce questo periodo come i giorni del “massimo trionfo dello Stato in sé e per sé, l’esaltazione della statualità”, dove un CTS può decidere le abitudini e il modo di vivere di sessanta milioni di persone e il mancato possesso di una tessera può eliminarti dalla vita sociale e lavorativa. E l’ebete euforia con la quale gli italiani tributano i meriti di queste riaperture fantocce al governo ci permette di dare conferma alle parole del Professore: “L’ideologia statale sta vincendo”.

Nell’ideologia statale domina il paradigma dell’obbligo politico. “Cosa può prendere lo Stato da voi?” ci domanda tra un’osservazione e un’altra. “Sangue o soldi” è la risposta. In questo preciso periodo sia il sangue sia i soldi. L’Italia – rammenta Bassani – ha una pressione fiscale del 75%. Roba da mille e una rivoluzione. Ma non in questo martoriato paese (volutamente minuscolo).

“Siamo dunque passati – continua Bassani – da un obbligo politico ad un obbligo fiscale”. D’altronde qual’è il sogno di ogni governatore odierno? Censire ogni transazione finanziaria eliminando il contante, un po’ come Pol Pot e il riso bollito come valuta. La sua lezione si conclude con un ricordo al suo maestro, più volte citato all’interno della discussione, Gianfranco Miglio, sul quale sarebbe più che necessaria un’intervista all’allievo.

Una ventata di libertà che nel mesto mondo accademico urgeva come l’aria.

Se dovessi dire il motivo profondo che mi fa ritenere le aree italiche essenzialmente fottute, così sintetizzerei: “Le popolazioni hanno dimostrato di non avere spirito di resistenza ai governi”. Questo è l’unico concime in grado far crescere la libertà.

Marco Bassani

Green pass fino al 30 aprile, Garavaglia: “Chiederò i danni a Speranza”

Nonostante il voto unanime si registra un fragoroso malcontento della Lega per quanto concerne le decisioni assunte dal governo sul Green pass. Il Consiglio dei Ministri a margine del quale si è votato su riaperture e stato d’emergenza è stato infatti sospeso dopo un’ora, e ripreso solo quindici minuti più tardi, in seguito alle veementi proteste dei ministri leghisti che avrebbero voluto eliminare definitivamente il Green pass per la ristorazione al chiuso.

Secondo quanto si apprende da fonti presenti al CdM, ad avanzare la richiesta per il Carroccio è stato il ministro del Turismo Massimo Garavaglia. Il ministro Garavaglia, in particolare, ha posto sotto la lente d’ingrandimento diverse incoerenze, su tutte la previsione del green pass al ristorante e non in albergo, chiedendo altresì di eliminare subito la certificazione verde per i ristoranti anche al chiuso. Richiesta tuttavia puntualmente rigettata, con il Dl Riaperture che alla fine è stato approvato così come previsto dalla bozza anticipata in giornata. 

Per quanto concerne il settore della ristorazione, la bozza in questione prevede che: “dall’1 al 30 aprile 2022, sull’intero territorio nazionale, sarà consentito esclusivamente ai soggetti in possesso della certificazioni verde Covid-19 da vaccinazione o guarigione (il cosiddetto green pass rafforzato) l’accesso ai servizi di ristorazione svolti al banco o al tavolo, al chiuso, da qualsiasi esercizio, ad eccezione dei servizi di ristorazione all’interno di alberghi e di altre strutture ricettive riservati esclusivamente ai clienti ivi alloggiati”. 

Amara la reazione di Massimo Garavaglia, che dichiara: “Scriverò a Roberto Speranza e gli chiederò ufficialmente di coprire, con il budget del suo ministero, gli emendamenti al decreto destinati agli indennizzi per le categorie dei ristoratori danneggiati“. Il ministro leghista del Turismo afferma poi: “Si tratta di almeno 500 milioni di euro di danni. Le regole costano, se hanno poco senso, costano ancora di più. Io stasera sono a Parigi, la gente è senza mascherina, si cena senza obblighi nei ristoranti. Logicamente i turisti scelgono in base a questo e non prenotano in Italia“. 

L’Italia sarà dunque l’unico Paese al mondo che durante le festività pasquali richiederà ancora Green Pass, e persino Super Green Pass, per i locali della ristorazione al chiuso. Un enorme danno tanto per il mancato arrivo di viaggiatori stranieri, che ovviamente preferiranno altre mete senza restrizioni, quanto per gli italiani stessi, che a queste condizioni presumibilmente opteranno per località estere per trascorrere le vacanze pasquali.

SALVATORE DI BARTOLO