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Il Conservatore è innanzitutto un rivoluzionario

Il Conservatore è un dominio, un blog, una persona, un politico o un intellettuale. Può essere tutto questo insieme.

Non abbiamo la presunzione di avere la risposta e neanche di fare la domanda opportuna ma, in questo spazio, puntiamo a dibattere sulle grandi tematiche del mondo conservatore, dalla vision politica all’eredità storica fino alle issues pensate su questo particolare frame politico.

Essere conservatori oggi vale sia nella vita personale come stile ma può anche essere trasposto su un retro-pensiero di matrice intellettuale, anti-conformista e purista nel genus. In tempi dove tutto è dettato dall’iper-liberismo, qualcosa da conservare si trova ancora. Suona come una domanda ma non lo è. Non somiglia neanche a una risposta. In mezzo, ci siamo noi.

Santi Cautela

Fondatore de Il Conservatore.it

L’embrione è mio e lo gestisco io?

Giunge notizia che il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, con un’ordinanza resa pubblica ieri, abbia riconosciuto ad una donna il diritto a farsi impiantare in utero gli embrioni fecondati e crioconservati in costanza di un matrimonio oggi finito, tant’è che l’ormai ex marito si era dichiarato contrario a che si procedesse a tale pratica, costringendola appunto a rivolgersi al giudice.

Sia chiaro, chi scrive comprende bene quanto grande possa essere il desiderio di un figlio e quanto possa essere doloroso non poterne avere, ma per comprendere qual è la vera posta in gioco in questioni del genere, così complesse dal punto di vista giuridico e bioetico, è necessario non farsi sopraffare dall’emotività.

Perché il problema in questo come in altri casi simili – frequenti anche all’estero e in numero maggiore laddove i limiti alla pratica della fecondazione assistita sono minori – non è la necessità di soddisfare il desiderio degli adulti di avere un bambino, oppure se chi ha messo a disposizione il proprio seme può o meno successivamente alla fecondazione revocare il consenso,  ma è piuttosto la tutela di quel bambino – di quella persona – in potenza, di quell’embrione, seppure ancora costituito da poche cellule, ma con scritto già nel suo DNA tutto ciò che potrà essere, che gode di un suo status giuridico ben preciso.

In tal senso in Italia la legge 40/2004 sulla procreazione medicalmente assistita, pur non essendo nel complesso una buona legge, poneva determinate regole e limiti. Peccato che proprio molte delle sue parti migliori siano state smantellate da interventi della Corte Costituzionale.

Nel caso specifico la sentenza 151/2009 della Consulta ha eliminato il limite di tre ovociti fecondabili e l’obbligo comunque di impiantare subito tutti gli ovociti fecondati, aprendo così alla possibilità di crioconservare gli embrioni.

Questo è il motivo per cui oggi ci troviamo a discutere di tale problema eticamente sensibile e volendo andare più a fondo nella questione dovremmo porci una domanda. Cosa fare e come trattare i tanti embrioni crioconservati e ormai abbandonati?

Luca Basilio Bucca

La consolidata alleanza tra l’Islam radicale e l’estrema sinistra minaccia la Francia

Un nuovo spettro si aggira per l’Europa: lo spettro dell’alleanza tra l’Islam radicale e l’estrema sinistra francese. Il virus pandemico del jihadismo è arrivato alla “quarta ondata” di violenza nei confronti della Francia. La prima fase ha riguardato l’Afghanistan e tutte le varie conseguenze in Algeria, Egitto, Bosnia, Cecenia; ma è stato un fallimento poiché non riuscirono a mobilitare le masse.

La seconda ondata jihadista leninista trova il suo apice nella giornata dell’11 settembre 2001, ma anche in quel caso fallì miseramente, portando soltanto altro caos in un Medio Oriente già martoriato.

La terza fase è quella del Daesh (o Isis). Al – Qā’ida non gode più di quel pugno di ferro consolidatosi con il leader saudita Osama bin Laden, ma proprio nell’ora più buia, emerge nella «terra dei due fiumi» un leader che è riuscito a imprimere una svolta epocale alla corrente jihadista, dando vita a un processo che ha portato lo «stato islamico nell’Iraq» (Isi) a dilagare tra Siria e Iraq e a dichiarare la rinascita del «califfato».

L’Isis ha utilizzato la gioventù jihadista per colpire l’Occidente con il jihad. Gli attacchi a Charlie Hebdo e al Bataclan sono l’emblema di questa stagione. Ma anche questo è stato un fallimento, perché i paesi occidentali – Francia in primis – hanno bombardato il Califfato facendolo arretrare di parecchi kilometri rispetto alla sua posizione finale di massima espansione.

Adesso abbiamo una nuova fase, la quarta di questo “virus pandemico” del jihadismo che si è insinuato sempre di più nel sistema immunitario della cultura universitaria francese creando un nuovo fenomeno: quello dell’islamo-gauchismo, l’alleanza tra l’Islam radicale e l’estrema sinistra. Il culmine? La decapitazione del professore Samuel Paty. E siamo soltanto all’inizio.

Non soffermatevi troppo nella lettura degli articoli del Washington Post o del quotidiano di Molinari, piuttosto fatevi un giro nelle banlieu di Parigi o tra le vie di Marsiglia o Lione. Lì non ci saranno gli esperti a spiegarvi che l’islamo-gauchismo è un fenomeno creato ad hoc dall’estrema destra. Buon viaggio per quando si potrà.

No, Netflix non può riscrivere la storia per rabbonire la gioventù di oggi

La pericolosa deriva della pantoclastia odierna non consiste esclusivamente nell’abbattimento delle statue di figure storiche come quella di Colombo o di Hume, poiché essa prosegue – guastando con i suoi tentacoli velenosi – anche la visione della storia nella sua interezza. La pantoclastia odierna si serve di numerosi strumenti: dalla volontà di rivalsa del movimento terrorista BLM ai canali di propaganda del globalismo come Netflix.

È emblematico il caso di Bridgerton, la serie tv che ha scatenato i critici e ha fatto storcere il naso agli esperti. Al giorno d’oggi è sempre più complesso ritrovarsi per commentare, ad esempio, le ricerche della professoressa Renata Ago; dunque si opta per una somministrazione intensiva e solitaria di serie tv dal dubbio gusto, le quali manipolano abilmente la concezione storica delle menti meno preparate.

Bridgerton è un’accozzaglia di cliché che trasmettono la visione americana dell’aristocrazia britannica di fine XIX secolo. I film contemporanei stanno manipolando gli eventi del passato per riflettere le istanze dei giorni nostri. Non esiste niente di più pericoloso e fuorviante della “fake history“, altro che fake news. Basti pensare ad un’altra serie tv come Downtown Abbey, nella quale la protagonista – una contessa – teme per la vita dei suoi servi e si preoccupa delle loro istanze. Praticamente una distorsione del sistema sociale dell’Ottocento.

Tutto ha avuto inizio col femminismo. Nelle serie tv che spopolano e vincono di tutto grazie a delle giurie composte da non si sa quali critici, le protagoniste sono principalmente paladine della giustizia e dell’uguaglianza con un tocco sensuale. Fino a qui si potrebbe anche andare avanti poiché non vi è alcunché di profondamente sbagliato.

Il problema si presenta nel momento in cui, questo nuovo e becero femminismo, riscrive – falsificando – la storia. È il caso della serie su Caterina la Grande, la quale viene presentata in salsa pop agli spettatori e i fatti storici vengono totalmente riscritti creando una Russia che in realtà non è mai esistita. Ritornando a Bridgerton, il caso si fa ancora più scabroso.

All’interno della serie, le persone di colore vengono elevate ai vertici della società, dato che Re Giorgio III si è innamorato di una di loro. Si tratta della Regina Charlotte che è nera nel mondo immaginario di Bridgerton, ma ci viene fatto credere che lo sia stata anche nel mondo reale. In realtà Carlotta di Meclemburgo – Strelitz era fulva e quasi diafana!

Il passato viene distorto per farlo entrare in sintonia con l’ossessione moderna con la diversità. Netflix conosce il suo potere e lo esercita, senza scrupoli, su milioni e milioni di utenti. La storia si impara inconsciamente con la somministrazione quotidiana delle serie tv “a sfondo storico”. La finzione diventa il fatto. Netflix fa leva sul pressappochismo dei giovani quando affrontano lo studio della storia.

J.R.R. Tolkien scrisse: “Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare”.


Dobbiamo insegnare ai nostri figli, ai nostri giovani a non omologarsi. Dobbiamo insegnargli a non dare nulla per scontato, a porre quesiti, ad essere vigili ed attenti. Dobbiamo dare loro in dono i nostri comportamenti, i nostri piccoli gesti quotidiani. Dobbiamo instillare in loro il seme del libero pensiero, che diventa vivo nella libera azione. Non possiamo lasciargli solo macerie.

Non possiamo estirpare tutte le erbe maligne del mondo, ma possiamo regalare loro un piccolo appezzamento di terreno fertile dove far germogliare i frutti che oggi abbiamo seminato. Dove l’humus delle nostre idee nutra ancora la speranza di credere in un futuro migliore di questo oscuro presente.

L’attualità di Joseph de Maistre a 200 anni dalla morte

Il 26 febbraio 1821 moriva a Torino il conte Joseph de Maistre, nato 67 anni prima a Chambéry, in Savoia.

Di formazione giuridica, orientò i suoi studi anche verso l’ambito teologico e filosofico, ricoprì vari incarichi pubblici nel Regno di Sardegna, tra i quali quello di ambasciatore del re Vittorio Emanuele I presso la corte dello zar Alessandro I e successivamente quello di ministro reggente la Gran Cancelleria.

Autore prolifico, fu tra i padri e tra i più eminenti rappresentanti del pensiero cattolico controrivoluzionario.

Furono suoi estimatori, tra gli altri, il beato Antonio Rosmini, Charles Augustin de Sainte-Beuve, Charles Baudelaire e San Giovanni Bosco che ne “La storia d’Italia raccontata alla gioventù” così lo descrive: «in mezzo alla moltitudine delle sue occupazioni trovò tempo di scrivere molte opere di sublime erudizione, che lo fecero chiamare il santo padre della filosofia. Amava la patria e la religione; e mentre le sue fatiche tendevano a beneficare altrui, con i suoi scritti faceva una costante opposizione ai principii della moderna falsa filosofia. […] È celebre tra le altre l’opera del de Maistre intitolata: Serate di Pietroburgo, nella quale per maniera di ameni trattenimenti svolge parecchie importanti questioni, in cui si nota una morale pura e religiosa, l’amore dell’ordine, della giustizia, grande elevatezza di pensieri e maschia eloquenza».

Le sue riflessioni risultano quanto mai attuali ancora ai nostri giorni.

Si pensi alla sua opera “Du Pape” del 1819, nella quale – con anticipo rispetto alla definizione dell’infallibilità da parte del Concilio Ecumenico Vaticano I -approfondisce il tema relativo al primato del Papa, affermando la necessità di seguirlo non solo nel suo magistero straordinario ma anche in quello ordinario.

Non meno utile per comprendere i tempi che stiamo vivendo è la sua critica alla modernità e all’Illuminismo e l’analisi del processo storico di decadimento dell’Occidente, di cui la Rivoluzione Francese era nella sua epoca solo l’ultima espressione di un percorso di allontanamento dal cristianesimo e di attacco all’autorità divina, che aveva avuto il suo inizio con la crisi della Cristianità medievale e si era manifestato inizialmente con la rivoluzione protestante.

A queste prime due tappe – protestantesimo e illuminismo – sarebbero poi seguite la rivoluzione socialcomunista e la rivoluzione culturale e sessuale del sessantotto, così come evidenziarono successivamente altri autori controrivoluzionari partendo dagli assunti demestriani.

Al processo rivoluzionario de Maistre oppone la Contro-Rivoluzione che, precisa nei suoi scritti, deve essere «non una Rivoluzione di segno contrario, ma il contrario della Rivoluzione», al fine non di ristabilire lo stato di cose precedente alla Rivoluzione ma, come lui stesso scrive in una lettera, di condurre alla «rettifica dello stato in cui siamo caduti».

Controverso invece rimane il suo rapporto con la massoneria, alla quale aderì e mai abiurò pur essendosene allontanato nell’ultima fase della sua vita. Sul punto – senza  addentrarci nelle motivazioni formali e ideali che gli fecero ritenere non valide, rispetto alle logge da lui frequentate, le condanne già all’epoca espresse dalla Chiesa – a distanza di due secoli dalla sua morte, anche alla luce dei successivi eventi storici e dei documenti magisteriali, che hanno permesso un maggiore studio e approfondimento della questione, si può affermare senza tema di smentita l’incompatibilità tra cattolicesimo e massoneria.

Ad ogni modo, Joseph de Maistre rimane ancora oggi autore fondamentale per comprendere le cause profonde della crisi dell’Europa e dell’Occidente e per potere approntare ogni azione necessaria affinché dalle macerie attuali possa edificarsi una nuova civiltà.

Certo, l’impresa è ardua, probabilmente appariva già assai difficile allo stesso de Maistre, che qualche tempo prima di morire affermava di stare finendo e andando via insieme all’Europa, ma altrove, in uno scambio epistolare con Louis de Bonald, altro pensatore controrivoluzionario, riferendosi alla situazione francese scriveva: «gli elementi di tutte le Costituzioni sono gli uomini; non vi sono per caso più uomini in Francia?».

Questo dev’essere dunque lo spirito di chi non vuole arrendersi all’attuale decadimento rivoluzionario: conquistare le persone una alla volta, e di persona in persona ricostruire relazioni, ambienti, comunità e rimettere i popoli sulla giusta rotta.     

Luca Basilio Bucca

Speranza insiste con le chiusure, la Gelmini lo gela

Speranza ci riprova. Appena pochi giorni dopo l’ennesima doccia fredda riservata al settore del turismo invernale, illuso fino all’ultimo di una ripartenza salvo poi essere freddato giusto poche ore prima che ripartissero le funivie, adesso il ministro della Salute insiste nel riproporre il medesimo schema. L’ultima idea è stata quella di un’Italia monocolore tendente all’arancione, ovvero quanto di più vicino esista per bloccare il paese, tentando di riprodurre quel modello che ha fatto sì che negli ultimi mesi del 2020 l’Italia godesse contemporaneamente dell’infausto primato di decessi da Covid19 per numero di abitanti e del peggior risultato economico tra i paesi del G20 con un’inesorabile -9 per cento di Pil. 


La linea rigorista di Roberto Speranza fa emergere peraltro le prime divisioni ideologiche nel neonato governo Draghi. Nel Cdm di ieri, infatti, il ministro della Salute avrebbe dipinto un quadro molto fosco della situazione, specificando che non si tratta di creare allarmismi, quanto piuttosto della constatazione che prima che i vaccini abbiano un effetto tangibile, e che si diffondono le tre varianti (inglese, brasiliana e sudafricana) risulteranno indispensabili nuove restrizioni. 


Molto più morbida invece la linea di Maria Stella Gelmini, neoministro degli affari regionali al posto dell’uscente Francesco Boccia, che ha invece posto l’accento sul fatto che vi sia la necessità di un’adeguata e tempestiva risposta alla sofferenza di molti settori produttivi, oltre che di quello sanitario, prestando inoltre attenzione a non creare ulteriori scontri e divisioni all’interno di un paese già pesantemente segnato da un anno di restrizioni. Una linea, quella del ministro forzista, che fa registrare già una netta inversione di marcia rispetto alla linea dura del suo predecessore, evidenziando così il contrappeso all’interno del nuovo governo determinato dalla presenza nell’esecutivo di due dei tre partiti del centrodestra. 
Basterà la determinazione di Maria Stella Gelmini ad arginare la mai sopita necessità di rigore del ministro Speranza?

DI BARTOLO SALVATORE

Da Galli a Ricciardi, scricchiola l’impero dei virologi

I pazienti positivi alla variante inglese all’ospedale Sacco di Milano sono attualmente 6 su un totale di 50 casi. Le affermazioni circolate nelle scorse ore al momento attuale non rappresentano la reale situazione epidemiologica all’interno del presidio”. A precisarlo è l’Asst Fatebenefratelli Sacco dopo che nei giorni scorsi si era diffusamente parlato di reparti pieni di varianti del virus. 

La precisazione è arrivata all’indomani dell’allarme lanciato tramite alcune emittenti televisive nazionali direttamente dal primario dell’ospedale Sacco di Milano Massimo Galli, che nelle scorse ore aveva affermato: “Siamo tutti d’accordo che vorremmo riaprire tutto quello che si può aprire. Però oggi io mi ritrovo ad avere il reparto invaso da nuove varianti, e questo fa facilmente prevedere che a breve avremo problemi molto seri”
Il primario del Sacco è stato dunque sconfessato dalla stessa struttura che dirige dalla quale viene peraltro precisato che “la situazione è completamente sotto controllo, anzi addirittura inferiore alla media regionale”. 

Le allarmanti dichiarazioni di Galli erano arrivate appena poche ore dopo quelle di un altro noto scienziato, il professor Walter Ricciardi, consulente del Ministro della Salute Roberto Speranza, che, sempre nel corso di una trasmissione televisiva, si era lasciato andare parlando della necessità di un lockdown totale in tutta Italia per un periodo compreso tra le 2 alle 4 settimane, salvo poi essere travolto dalle critiche e sconfessato a sua volta da altri importanti membri del Comitato Tecnico Scientifico, tanto da arrivare a minacciare perfino le dimissioni da consulente del ministro Speranza. 

Ore difficili dunque per gli ormai celeberrimi virologi che, dopo un anno vissuto costantemente sotto i riflettori, con una presenza televisiva che supera di gran lunga anche quella dei principali leader politici e dichiarazioni perennemente contrastanti che spesso e volentieri non hanno fatto altro che contribuire ad acuire i timori dei cittadini, si trovano, probabilmente per la prima volta, ad essere pesantemente messi in discussione. 
L’avvento dell’era Draghi segnerà la fine della virolocrazia? 

DI BARTOLO SALVATORE

Dove sono le femministe quando viene offesa la Meloni?

L’Italia è il paese del doppiopesismo per eccellenza. Da un lato vi è la Boldrini che pontifica a destra e a manca sulla parità di genere, la quale viene bloccata sul nascere del suo solito tran tran dal “farisaico” del Presidente del Consiglio Draghi; dall’altro vi è il negazionista delle Foibe Eric Gobetti, il quale si è sentito libero di offendere, dandole della zocc***, Giorgia Meloni, la leader del partito Fratelli d’Italia.

Gobetti è stato osannato durante la Giornata del Ricordo da numerose testate giornalistiche su carta e online, una su tutte Fanpage.it . Sì, proprio Fanpage.it, quel sito che tanto ci ammorba giornalmente sul bodyshaming, sui diritti LGBT (e tante altre consonanti) e scrive con gli asterischi per “non offendere“. Ma Gobetti è il paladino dell’ANPI, dei compagni Falce&Martello e della ‘Sinistrissima’ italiana in generale, dunque è intoccabile!

Giustizia è stata fatta con Friedman che si era reso protagonista di varie e reiterate offese nei confronti di Melania Trump, difatti è stato buttato fuori dalla Rai. Ma nel caso Gobetti è tutto più difficile. Purtroppo per i media mainstream è arrivata un’altra bella gatta da pelare. Lo storico più in voga del momento, insieme al medievalista Barbero, si è lasciato scappare quel suddetto commento infelice nei confronti della leader del partito “di San Giorgio“.

Ordunque, come si può risolvere tale indecorosa faccenda? Semplice! Basta far scorrere un po’ di acqua sotto i ponti, magari insistendo sul fatto che Gobetti ha ricevuto numerose critiche e offese da chi, purtroppo, ha appena visto la sua dignità e quella dei suoi parenti infoibati schiacciata sotto lo stivale di una storiografia a senso unico. Successivamente si incanaleranno tutte le critiche verso l’unica politica rimasta coerente con i suoi ideali per smontarla definitivamente.

Si continueranno ad utilizzare le solite etichette: “leader dei fascisti“; “genitore 1, genitore 2” ecc. soltanto per deviare l’attenzione delle masse belanti. Ma l’offesa alla donna e al leader politico rimarranno scolpite ad imperitura memoria. Dove sono le femministe che si svegliano già adirate contro il patriarcato (probabilmente se lo sognano anche la notte)? Dove sono le paladine (e i paladini) dei diritti uguali per tutti?

Quando venne offesa la Botteri, storica giornalista anti-Trump famosa per le sue false percentuali bulgare a favore della Clinton, un intero Paese si erse a sua difesa. Adesso che è stata colpita la Meloni, soltanto una piccola parte si è destata dal sonno della dissidenza: quella dei suoi seguaci. Il doppiopesismo italico è ascrivibile a uno dei paradigmi popolari che più ci ha resi famosi nel mondo: pizza, pasta e mandolino.

Anzi, proviamo a correggerlo già da adesso: pizza, pasta, paraculo e mandolino.

Vaccini, Tovaglieri (Lega): “Contratti secretati, l’UE supina alle Big Pharma”

Mentre nel nostro paese ormai da settimane tengono banco le polemiche relative ai ritardi nelle consegne dei vaccini anticovid da parte della case farmaceutiche, contro le quali peraltro si sono più volte prospettate azioni legali da parte di governo e regioni, ancora molti restano gli interrogativi che gravitano attorno ai contratti sottoscritti tra l‘Unione Europea e le suddette case farmaceutiche relativamente la produzione e la distribuzione dei vaccini. 
Proviamo a fornire delle risposte ai tanti dubbi che attanagliano milioni di cittadini italiani ed europei, con una donna impegnata in prima persona in sede Ue per tutelare gli interessi italiani, l’eurodeputato della Lega Isabella Tovaglieri. 

Laureata in giurisprudenza, Isabella Tovaglieri inizia giovanissima l’attività politica con l’elezione al consiglio comunale della sua città, Busto Arsizio, di cui in seguito sarà anche assessore e vicesindaco.
Nel 2019, a soli 31 anni, si candida all’europarlamento con la Lega risultando eletta con più di 32 mila preferenze. Attualmente è membro della commissione ITRE (Industria, Ricerca ed Energia), della Commissione FEMM (diritti della donna) e della Commissione IMCO (Mercato interno e protezione dei consumatori). Con grande impegno e determinazione l’onorevole Tovaglieri si batte nelle aule di Bruxelles e Strasburgo per un’Europa diversa, che ponga al centro i cittadini. 

Recentemente Lei ha dichiarato che la Commissione Europea ha secretato gli accordi con le case farmaceutiche inerenti la produzione e la distribuzione dei vaccini. Perché secondo Lei si è deciso di secretarli? Quando gli europarlamentari hanno chiesto alla Commissione di visionare i contratti sui vaccini, le case farmaceutiche hanno dapprima opposto una forte resistenza, poi, di fronte ai pressanti richiami al diritto alla trasparenza e all’informazione, sancito anche dal Trattato sul funzionamento dell’UE, hanno dovuto acconsentire alla pubblicazione degli accordi, riservandosi però di secretarne i passaggi più significativi. La Commissione non ha protestato per la censura esercitata dalle Big Pharma perché anche Bruxelles non ha interesse a divulgare le condizioni vessatorie che ha accettato supinamente, senza far valere in modo adeguato il suo peso di potenza politico-economica mondiale nelle trattative sulle maxi-forniture dei vaccini.

Voi eurodeputati avete avuto modo di prendere visione di tali contratti? 
Fino alla metà di gennaio nessuno aveva potuto leggere i contratti sottoscritti la scorsa estate, nonostante le reiterate richieste di accesso agli atti avanzate da molti eurodeputati. Poi le resistenze delle case farmaceutiche hanno iniziato a sgretolarsi con la decisione di CureVac di concedere alla Commissione la possibilità di far visionare il proprio contratto ad alcuni europarlamentari, che però sono stati ammessi a leggere il documento in una stanza chiusa, controllati a vista dalle guardie, impossibilitati a fotografare o a prendere appunti. Modalità inaccettabili e incompatibili con i nostri valori democratici, ma soprattutto inutili, visto che i contenuti più importanti dell’accordo con CureVac erano stati cancellati. Dopo questo increscioso episodio, criticato anche dai media, la Commissione europea ha pubblicato, questa volta on line, i contratti con AstraZeneca e Sanofi-GSK, purtroppo anch’essi pieni di censure e omissis. Di fatto oggi né gli europarlamentari, né l’opinione pubblica, né il mondo scientifico possono accedere alle informazioni chiave degli accordi che riguardano la produzione dei sieri, i tempi di distribuzione, i costi, gli indennizzi e molto altro. 

Ritiene che tale condotta della Commissione Europea abbia in qualche modo leso i diritti dei cittadini europei? 
I cittadini europei non sono stati rispettati nel loro diritto a una completa e trasparente informazione, strategica per la riuscita della campagna di immunizzazione di massa, che richiede la fiducia e la collaborazione delle persone, oltre che dei governi e delle istituzioni sanitarie. Non dimentichiamo, infine, che sono i cittadini a pagare i vaccini e hanno quindi il sacrosanto diritto a essere prima informati adeguatamente, poi immunizzati nel più breve tempo possibile. 

Esistono nei suddetti contratti delle penali in capo alle case farmaceutiche previste nel caso in cui il vaccino dovesse determinare degli effetti collaterali? 
Nei contratti che ho visionato, i paragrafi riservati alla responsabilità legale e finanziaria per gli eventuali effetti collaterali del siero, sono parzialmente cancellati, e questo rende impossibile sapere cosa prevedano esattamente gli accordi con le case farmaceutiche su questo argomento particolarmente sensibile. È inammissibile che i cittadini, prima di vaccinarsi, non sappiano come saranno eventualmente indennizzati e da chi: se dall’Unione, dai singoli Stati o dai produttori.

La Germania si è assicurata la fornitura di 30 milioni di dosi di vaccini attraverso un accordo bilaterale con la Biontech. Ritiene che i tedeschi con questa mossa abbiano violato gli accordi europei?
L’acquisto centralizzato dei vaccini da parte dell’Unione Europea, e la promessa di un’equa distribuzione tra tutti i Paesi membri, ci aveva fatto sperare che l’Europa fosse capace di una solidarietà e di un’unità reali e operative. Invece la corsa della Germania all’accaparramento di 30 milioni di dosi aggiuntive rispetto a quelle prenotate dall’UE, ci ha fatto sorgere qualche dubbio e molte preoccupazioni. I dubbi riguardano l’atteggiamento di Berlino, che ha rotto il fronte della tanto invocata solidarietà europea, come già accaduto in passato, per garantire ai suoi cittadini una copertura vaccinale maggiore e in tempi più rapidi rispetto al resto dell’Europa, con lo scopo evidente di uscire per prima dalla pandemia e, di conseguenza, dalla crisi economica e sociale, rafforzando il suo ruolo di potenza leader all’interno dell’UE. Le preoccupazioni riguardano invece le uguali possibilità di accesso di tutti gli altri Paesi membri alle dosi promesse dalla Commissione europea, che purtroppo stanno arrivando molto a rilento. Sull’iniziativa della Germania ho depositato un’interrogazione alla Commissione europea affinché ci dica se Berlino ha agito correttamente o, al contrario, se ha infranto gli accordi comunitari. In Europa non ci possono essere due pesi e due misure su un diritto fondamentale come quello alla salute. 

Cosa chiedono gli eurodeputati della Lega al presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen? 
Chiediamo alla presidente della Commissione europea di fare finalmente chiarezza, presentandosi nell’aula di Strasburgo con tutti i contratti stipulati con le aziende farmaceutiche, integri e senza censure. Non basta, come ha fatto von der Leyen nei giorni scorsi, affermare che i vaccini arriveranno e che saranno sufficienti per immunizzare il 70% dei cittadini europei entro l’autunno. Bisogna poterlo dimostrare con i contratti alla mano. Su un tema così concreto, che riguarda la salute di 450 milioni di persone, la Commissione non può chiedere un atto di fede agli eurodeputati e a tutti gli europei che essi rappresentano. 

Cosa si sentirebbe di dire Isabella Tovaglieri ai cittadini italiani che si accingono a vaccinarsi nelle prossime settimane? 
Nonostante le reticenze della Commissione e delle Big Pharma, il vaccino resta al momento l’unica arma decisiva per battere il virus, salvare vite umane e uscire dalla crisi economica. È dunque di fondamentale importanza partecipare alla campagna di immunizzazione, affidandosi alle rassicurazioni fornite dai medici e dagli scienziati. Per parte sua, la Lega continuerà a vigilare in Europa affinché sia data una corretta e trasparente informazione ai cittadini e perché i vaccini siano distribuiti celermente e con equità in tutti gli Stati membri. 

DI BARTOLO SALVATORE

Mara Carfagna? E’ più preparata di Luigi Di Maio: quando i pregiudizi vengono da sinistra

Capita di assistere ai teatrini della propaganda radical chic che si sovrappone talvolta agli eco insostenibili del populismo italico secondo cui Mara Carfagna sarebbe la raccomandata di turno arrivata al potere. Eppure, il nuovo Ministro del governo Draghi ha più titoli di Di Maio – che resta Ministro degli Esteri nostro malgrado – e potrebbe anche finire là. Sui titoli, si sa, superare Luigi Di Maio è cosa facile. Ma uno che non azzecca i congiuntivi e cammina con il traduttore come può fare il Ministro degli Esteri e rappresentare un uomo che di credibilità estera ne ha tanta, ossia il neo Premier Mario Draghi?

Tornando ai nostri, la coerente Mara Carfagna, da sempre in politica con Berlusconi, già modella, laureata con lode in Giurisprudenza, 6mila preferenze a Napoli, deputata e già vice-presidente della Camera, autrice di un libro e fondatrice di un think tank molto seguito sul web (la Voce Libera), sarà la nuova Ministra per il Sud.

Nel 2008 Berlusconi la vuole come Ministro per le Pari Opportunità e si rende artefice fino al 2011 di diverse iniziative che raccolgono l’entusiasmo di molti anche oltre l’area moderata del centrodestra. La Carfagna ha iniziato a far politica nell’area conservatrice e divenendo poi sempre più liberale, è la politica che più di tutte ha dovuto lottare contro i pregiudizi e un sessismo al contrario – quello che va da sinistra a destra ma non può tornare indietro (vedi la Boschi) – e vanta un curriculum personale e politico di tutto rispetto.

Tra i suoi obiettivi più lungimiranti l’introduzione del reato di stalking e l’emendamento al ddl “Codice Rosso”, che introduce in Italia il reato di matrimonio forzato e l’istituzione di un fondo per le famiglie affidatarie di orfani di femminicidio.

Nell’Italia dei Di Maio e dei Casalino, forse qualcuno avrebbe da imparare.

Andrea Italiano | Guttuso: l’artista inghiottito dal vortice comunista

Qualche anno fa ho comprato, tramite un’asta su Ebay, un quadro, una natura morta, che il venditore mi spacciava come originale di Guttuso. Ingenuamente, o forse peggio che ingenuamente, l’ho comprato. E in effetti ciò che mi è arrivato per posta alla modica cifra di settantacinque euro, a dire delle foto -ma anche del quadro vero e proprio- aveva ed ha tutta l’apparenza di una natura morta di Guttuso.

Tranne che per la firma, che nel mio quadro è non “Guttuso” bensì “Guasto”. Ca va sans dire, sono stato buggerato. Tuttavia, questa fregatura ha aperto in me uno squarcio, come a dire che in fondo sono stato raggirato ma con destrezza, perché a parte la firma mi è stato venduto un quadro in tutto e per tutto “guttusiano”. Lo squarcio è: quanto è facile imitare (con successo) Guttuso? Rispondo senza remore: è molto facile. Perchè Guttuso, ad un certo punto della sua carriera, ha smesso di fare ricerca sul linguaggio artistico e ha imposto una “cifra”, la sua “cifra”.

Dico, imitare una “cifra” non è molto difficile, specie oggi che tutti sanno cosa è una “cifra” e specie la sua che alla fine non è una “cifra” poi così difficile da imitare. Non starò qui a raccontare quale è la “cifra” guttusiana, dico solo che – per me- la novità dell’arte guttusiana si arresta a quel capolavoro che è la Crocifissione (oggi alla Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma, a suo tempo – 1942- vincitore di un premio fascistissimo come il Premio Cremona); dopodichè il pittore ripeterà in tutto e per tutto la stesse immagini (chiaramente con varianti), con gli stessi colori, le stesse posizioni dei personaggi, persino con le stesse espressioni degli astanti.

E considerando che Guttuso è nato a Bagheria nel 1911 e morto a Roma nel 1987, possiamo ben dire che il suo apice è stato attorno ai 30 anni e che per i restanti 47 anni non ha fatto altro che ripetere se stesso. Voi direte, come ha fatto – nonostante questo mio supposto immobilismo- a diventare (dopo la Seconda Guerra Mondiale, quindi durante i suoi 47 anni di supposto immobilismo) il più conosciuto e influente pittore italiano? Ve lo dico subito.

Guttuso si è iscritto al Partito Comunista Italiano e in cambio della sua aderenza totale alla propaganda (addirittura fu lui a disegnare quel famoso simbolo che fu usato fino al 1991) ha ricevuto commissioni, critiche positive, entusiastiche celebrazioni, acquisizioni museali, soprattutto è riuscito a stare sempre al centro del mercato italiano dell’arte, fino a diventare il “Picasso delle contesse”. Ha ricevuto tanto e tanto ha dovuto dare, innanzitutto la qualità della sua ricerca. Perché non ha avuto più bisogno di sperimentare e migliorarsi, in ogni caso il partito gli avrebbe assicurato fama e soldi. Insomma, è diventato il più importante pittore del secondo Novecento italiano ma poteva essere il più grande, se il grande vortice comunista non lo avesse inghiottito.

Guttuso è stato per ben due volte eletto senatore nelle file del PCI e non mancava occasione che non ricordasse come il comunismo fosse la salvezza del mondo. O per lo meno, un ricettacolo di santi e di eroi. Come ad esempio vediamo in quel megalodonte pittorico che è I funerali di Togliatti (al Mambo di Bologna), un superpippone celebrativo dei comunisti passati presenti e futuri, tutti – piattamente- dietro la salma del Migliore e tutti accomunati da espressioni dure e pure di eroi e santi. Nella città di Messina abbiamo un lavoro monumentale di Guttuso, la pittura sui pannelli montati sul soffitto del Teatro “Vittorio Emanuele”, rappresentate il tuffo del mitico Colapesce nelle acque dello Stretto.

E’ un lavoro imponente, realizzato tuttavia non tanto da Guttuso quanto da una serie di collaboratori parlanti il verbo guttusiano, e si vede. Infatti quello che abbiamo davanti ai nostri occhi (o sopra le nostre teste) è per lo più un lavoretto rinsecchito e inacidito, durissimo in alcuni punti, con tratti di pittura naife o dilettantesca, figlia di nessuna ricerca e di nessuna ricercatezza. Forse Guttuso si sarà riservato per sé la parte del mitico nuotatore; infatti sembra lo stesso corpo (capovolto) della donna nuda nella Crocifissione del 1942, ma il Colapesce messinese è del 1985: dico, quarantatre anni di solita solfa. Adesso vi mostro un altro punto dolente della produzione guttusiana: le donne dipinte.

Guttuso aveva una compagna (Mimise) e un’amante (Marta Marzotto) che era pure la sua modella. Ebbene, affascinato – come tutti- dai fianchi larghi e dai seni generosi della “contessa”, Guttuso trasse da questo tema e vendette migliaia di olii e di disegni, serigrafie ed incisioni, tanto che alla fine sono più i lavori “buttati lì”, volgari e senza grazia (sia interna che esterna), che le opere d’arte vere e proprie (ed infatti i falsi di questa “contessa” sono migliaia e pure a buon prezzo). Ma non tutto Guttuso è da squalificare, altrochè! I suoi ritratti “laici” e poetici, le sue nature morte (i peperoni, i meloni, i pesci, le brocche, le bottiglie, le arance, i pennelli, le stoffe adagiate sui tavoli, le pere, i limoni soprattutto) sono bellissime e sempre attuali, più sublimi di quelle di Morandi, con un colore che vibra e vive oltre la tela e oltre il tempo, come se svincolato dalla retorica delle figure “impegnate” il bagherese potesse essere davvero libero e davvero grande. Insomma, Renato Guttuso, poteva essere il più grande ma è stato solo il più influente artista del suo tempo: colpa del PCI. Per la serie, i tamburini (e potrei fare tanti altri nomi oltre a quello del Nostro) che razza disgraziata!

A cura di Andrea Italiano

Andrea Italiano