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Il Conservatore è innanzitutto un rivoluzionario

Il Conservatore è un dominio, un blog, una persona, un politico o un intellettuale. Può essere tutto questo insieme.

Non abbiamo la presunzione di avere la risposta e neanche di fare la domanda opportuna ma, in questo spazio, puntiamo a dibattere sulle grandi tematiche del mondo conservatore, dalla vision politica all’eredità storica fino alle issues pensate su questo particolare frame politico.

Essere conservatori oggi vale sia nella vita personale come stile ma può anche essere trasposto su un retro-pensiero di matrice intellettuale, anti-conformista e purista nel genus. In tempi dove tutto è dettato dall’iper-liberismo, qualcosa da conservare si trova ancora. Suona come una domanda ma non lo è. Non somiglia neanche a una risposta. In mezzo, ci siamo noi.

Santi Cautela

Fondatore de Il Conservatore.it

Quirinale: la scacchiera sul tavolo dei partiti

Scatta il countdown per l’elezione del prossimo Capo dello Stato. Da lunedì 24 gennaio, infatti, i 1009 Grandi elettori saranno chiamati a scegliere il successore di Sergio Mattarella. Nei primi tre scrutini per essere eletti occorrerà il quorum dei due terzi dei componenti l’Assemblea, vale a dire 673 voti, dal quarto, poi, sarà sufficiente la maggioranza assoluta, ovvero 505 voti. Grande è il fermento nelle segretarie dei partiti e tanti sono i nomi dei papabili nuovi inquilini del Quirinale. Dal Presidente del Consiglio in carica Mario Draghi a Silvio Berlusconi, candidato (almeno per il momento) del centrodestra unito, da Giuliano Amato a Pier Ferdinando Casini, da Marta Cartabia fino al Presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati. 


Il nome del prossimo inquilino non rappresenta tuttavia l’unica incognita che aleggia dalle parti del Quirinale. Sulla votazione incombe infatti lo spauracchio Covid, con il dilagare dei contagi che potrebbe comportare l’assenza di un non indifferente numero di grandi elettori, i quali potrebbero, loro malgrado, trovarsi impossibilitati nel prendere parte alle operazioni di voto. 
Invero, difficilmente si potrebbe verificare il venir meno del numero legale, condizione che andrebbe inevitabilmente ad inficiare l’elezione del nuovo Capo dello Stato. Molto più realistica è invece l’eventualità in cui dovesse registrarsi un focolaio del virus all’interno di uno o più gruppi parlamentari. Il che, finirebbe col determinare un palese sbilanciamento della par condicio della rappresentanza politica, con la conseguenza di non conferire al nuovo Presidente una piena e condivisa legittimazione. 


Per scongiurare il rischio di ‘delegittimare’ agli occhi del cittadino la prima carica dello Stato, andrebbero pertanto individuate delle modalità utili eventualmente a consentire anche ai soggetti positivi o in isolamento di votare. Una possibilità attuabile potrebbe consistere nel ricorso al voto elettronico. Uno strumento teoricamente in grado di garantire la partecipazione al voto anche a quei soggetti altrimenti impossibilitati, il cui utilizzo, tuttavia, appare alquanto inverosimile. Neppure in pieno lockdown, infatti, il nostro Parlamento ha fatto ricorso al voto a distanza, ed è altamente improbabile che si opti per detta modalità per la scelta della prima carica dello Stato.
Un’ipotesi più percorribile, ed altresì giuridicamente realizzabile (suggerita peraltro da diversi eminenti studiosi costituzionalisti), prevederebbe invece l’eventualità di scaglionare nel tempo il voto. Nello specifico caso dell’elezione del Capo dello Stato, il Parlamento non sarebbe considerabile alla stregua di un organo di discussione, bensì di un seggio elettorale. Ciò, dunque, consentirebbe di differire nel tempo la votazione di modo da poter organizzare le sedute adottando tutte le dovute cautele necessarie a limitare il rischio di assembramenti ed al contempo, permettere, attraverso apposite sessioni riservate, anche ai grandi elettori in quarantena di esprimere la propria preferenza. 


Ad ogni modo, quali che siano gli strumenti adottati, è ormai appurato che anche per la scelta del tredicesimo Presidente della Repubblica Italiana bisognerà fare i conti con la grande

SALVATORE DI BARTOLO

La vecchia e oscura polemica sul berlusconismo, come uscirne

Il centrodestra esercita oggi un diritto maggioritario nel Paese. Si tratta infatti della forza che, sondaggi alla mano, ha la maggioranza dei consensi. E a ben vedere anche alla Camera se si viaggiasse uniti.

L’operazione di demistificazione di Silvio Berlusconi a opera della sinistra è la solita smacchiatura del giaguaro a cui, strategicamente, la parte politica in questione non riesce a prescindere. Berlusconi sembra ancora una volta essere l’unico collante dell’offerta politica rossa. Sia chiaro, nel centrodestra ci sarebbero nomi probabilmente meno divisivi e più “austeri” sulla carta. Il centrodestra ha però tutto il diritto, per strategie e accordi interni, di fare il suo nome di cartello. La squadra, sceglie chi mettere in campo. Non è un dibattito pubblico che riguarda la sinistra che tra l’altro, ha ben altre rogne a cui dedicarsi per il suo futuro.

Chi scrive è stato un sostenitore “moderato” di Silvio Berlusconi, non sono mai stato un fan, sia chiaro. Ma poteva anche essere un nome diverso. Il giudizio sul candidato lo da la squadra, non l’antagonista. Se Allegri mette in campo Bernardeschi titolare, non può di certo opporsi Inzaghi dalle fila dell’Inter. Per una questione di garbo istituzionale e di rispetto per la democrazia dei partiti. Di recente però la sinistra ci ha abituato a una democrazia a senso unitario, quella, l’unica ammessa nel cortile progressista: la loro. Berlusconi ha il pedigree per fare il Presidente della Repubblica? Per certi versi sì. E’ stato Presidente del Consiglio in più fasi, anche delicate, protagonista dell’ultima grande parentesi di politica estera attiva del nostro Paese. Campione di consenso e di svolte che hanno svecchiato il Paese, nel bene o nel male basterebbe questo per ammetterlo alla corte dei papabili.

Ci sono motivi ostativi, sia chiaro. E’ stato un personaggio fortemente divisivo, gli strascichi giudiziari gettano comunque un velo di “antipatia” verso una parte del Paese, e questo a prescindere dalle condanne, il mito dell’imprenditore-fai-da-te non è esattamente il massimo della “istituzionalità” in senso costituzionale. Berlusconi è una parte di questo Paese e ne incarna le desinenze, con pregi e difetti. E come parte di un Paese democratico rientra nel paniere dei potenziali candidati.

Il dibattito non può solo essere sull’incazzatura che genera a sinistra altrimenti passerà un messaggio molto pericoloso. Una parte politica genera influenza indiretta sull’altra, determinando così una spirale che porterà inesorabilmente ad avere nuovamente un Presidente della Repubblica scelto solo e sempre da una parte, in maniera diretta o indiretta, implicita o esplicita. Non possiamo permettercelo dopo quello che è successo durante la pandemia. Abbiamo riscoperto questo ruolo che prima balenava solo per i discorsi a rete unificata una volta l’anno. C’è il peso delle scelte. C’è il peso di una grande parte del Paese che deve ritrovarsi nella sua figura. E Berlusconi, piaccia o non piaccia, è e sarà un grande pezzo di questo Paese Italia e della sua storia recente. La Costituzione non prevede che lo si ami o lo si odi. Serve altro. E quell’altro basta.

Quirinale, il giurista Lucarella: “Con adeguate misure sicuro il voto in presenza. Il prossimo sarà un Presidente inedito”

Lunedì 24 gennaio si apriranno ufficialmente i giochi per l’elezione del prossimo Capo dello Stato. A meno di dieci giorni dall’inizio delle votazioni molti restano ancora gli interrogativi da fugare, a cominciare dal nome del successore di Sergio Mattarella. Sul voto per il Colle, incombe poi anche la grande incognita Covid, che potrebbe finire col comportare effetti tutt’altro che trascurabili. 

Abbiamo voluto approfondire la questione con l’avvocato Angelo Lucarella. Giurista e Vice Presidente della Commissione Giustizia del Ministero dello Sviluppo Economico, Lucarella è anche Direttore del dipartimento di Studi politici, costituzionali e tributari della Federiciana Università popolare, saggista e analista per riviste nazionali ed internazionali in ambito politico e costituzionale.

Il prossimo 24 gennaio si apriranno i giochi per eleggere il successore di Sergio Mattarella. Sul voto incombe però l’incognita Covid che potrebbe comportare l’assenza di un non indifferente numero di grandi elettori. È concreto il rischio di inficiare l’elezione del nuovo Presidente? Non credo. Le regole stabilite consentiranno di svolgere le c.d. “chiame” in via contingentata e spalmando i turni di ingresso e uscita. Ad ogni modo l’elezione del Presidente della Repubblica è connotata da continuità; ciò significa che è importante rispettare i requisiti di elezione previsti dall’art. 83 della Costituzione (2/3 degli aventi diritto e maggioranza assoluta dalla quarta votazione in poi). Quindi il rischio è davvero minimo se non quasi inesistente.

Quand’anche dovesse essere raggiunto il numero legale, ma si registrasse un focolaio all’interno di un gruppo parlamentare, si avrebbe un evidente sbilanciamento della par condicio nella rappresentanza. In questo caso, il futuro Presidente rischierebbe in qualche modo di essere delegittimato? Eleggere un Presidente delegittimato sarebbe un non senso od un contro senso. Credo che con le misure di sicurezza e contingentamento sia davvero ridotto al minimo tale rischio. Ad ogni modo il virus è come lo conosciamo. Non si vede se c’è. Giusta la decisione di rendere obbligatorio il tampone il giorno del giuramento con la seduta comune al completo atteso che il green pass, per quanto utile sul fronte della protezione vaccinale, non è oggettivamente funzionale a garantire che non ci siano eventuali contagiati. Non lo dico io, ma è risaputo e assodato questo fatto.

Ritiene praticabile l’ipotesi di una votazione a distanza facendo ricorso al voto elettronico? Ammetto che non sono molto per i voti a distanza e telematici. Per cui meglio che sia il tutto contingentato e in piena sicurezza, ma in presenza. Quanto alla concreta praticabilità a poche ore dal voto la vedo difficile atteso anche il fatto che le regole per il voto sono state rilanciate da più agenzie di stampa. Poi tutto può cambiare se necessario.

Un pronostico per concludere. Chi sarà, secondo Angelo Lucarella, il prossimo Presidente della Repubblica Italiana? Non sono avvezzo ai pronostici. Se proprio devo, da mesi sostengo che la chiave di volta è nella traccia iniziata al Senato post voto del 4 marzo 2018. Potrò sbagliarmi, ma almeno mi consenta l’attenuante del fatto che non propongo nomi. E per un giurista vale, battute a parte. Di sicuro, questo sì, sarà un Presidente molto diverso dall’uscente che, a prescindere dai punti di vista, ha dato lustro al Paese. È riconosciuto anche sul piano sovranazionale. Non credo all’ipotesi del Mattarella bis, ma ad un inedito nella storia repubblicana. 

SALVATORE DI BARTOLO

Ecco la formula per Draghi al Quirinale: Cartabia premier e leader di partito nei ministeri chiave

Meno dieci. Parte il countdown per il fatidico lunedì 24 gennaio 2022, giorno in cui si apriranno le danze per il gran ballo del Quirinale che vedrà consegnare al Paese il successore di Sergio Mattarella. Si, perché sembra ormai appurato che il Presidente uscente non sia disponibile ad un eventuale secondo mandato, nemmeno se dovesse trattarsi di un incarico a tempo in stile Napolitano. Ed allora, via libera agli aspiranti successori al trono che resterà vacante tra poche ore. Da Silvio Berlusconi a Giuliano Amato, da Marta Cartabia Letizia Moratti, da Pier Ferdinando Casini fino al Presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati. Ma il grande favorito, inutile dirlo, è sempre lui, l’italiano più autorevole al mondo, il Presidente del Consiglio in carica Mario Draghi.

In carica, appunto. Il nodo da sciogliere per spianare la strada cbe porta al Quirinale all’ex numero uno della Bce sta proprio qui. Chi potrebbe prendere il suo a Palazzo Chigi? Ed anche in questo caso si sprecano i nomi: da Luigi Di Maio Giancarlo Giorgetti, da Paolo Gentiloni al delfino di Draghi, l’attuale Ministro dell’Economia Daniele Franco, da Stefano Patuanelli fino a Marta Cartabia, nome valido per tutte le stagioni.

Oltre al nome del prossimo Presidente del Consiglio dovrà poi essere individuata la formula utile per garantire stabilità ad un esecutivo con una maggioranza così eterogenea per di più nell’anno che porterà alla scadenza dell’attuale Legislatura. Tenere insieme Salvini, Letta, Renzi Conte è infatti impresa assai ardua per chiunque. A meno che non ti chiami Mario Draghi, ovviamente. Quindi, andrà necessariamente individuata una formula che possa tenere al sicuro l’esecutivo dagli inevitabili scossoni pre-elettorali. Una formula che potrebbe già essere stata individuata che secondo gli ultimi rumors prevederebbe l’ingresso nella compagine governativa dei leader di partito, che andrebbero ad occupare i ministeri chiave, con un premier super partes, presumibilmente un tecnico, probabilmente la solita Marta Cartabia.

Mario Draghi al Quirinale, Marta Cartabia a Palazzo Chigi, i leader di partito ad occupare i principali dicasteri. Ipotesi concreta o mera suggestione? A breve lo scopriremo.

SALVATORE DI BARTOLO

La politica internazionale di Papa Francesco per il 2022

Come consuetudine anche quest’anno, il 10 gennaio 2022, Papa Francesco ha incontrato e tenuto un discorso ai Membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede per lo scambio degli auguri per il nuovo anno.

L’occasione è sempre propizia per il Santo Padre per trattare vari argomenti di politica internazionale.

Ovviamente il primo tema trattato ha riguardato la pandemia, sottolineando la necessità, accanto all’utilizzo dei vaccini, di sviluppare cure e misure preventive adeguate e rilevando la necessità di una “comunicazione trasparente delle problematiche e delle misure idonee ad affrontarle” e i limiti di una “carenza di fermezza decisionale e di chiarezza comunicativa”.

Proprio sull’accesso alle cure e ai vaccini il Papa richiama la comunità internazionale a porre l’attenzione alle enormi disparità di trattamento tra le aree ricche del mondo e quelle più povere, questione che evidentemente non riguarda solo il covid-19.

Passando poi ad osservare il problema dei migranti, con molto equilibrio, riconosce la “difficoltà che alcuni Stati incontrano di fronte a flussi ingenti”, l’utilizzo dei migranti come “arma di ricatto politico” e la diversità di caratteristiche dei flussi migratori nelle varie aree del mondo.

Proprio la gestione dei flussi migratori, come anche la pandemia e il cambiamento climatico, hanno inoltre reso manifesti la “maggiore interconnessione dei problemi” a fronte di “una più ampia frammentazione delle soluzioni”, la crisi di fiducia che ha colpito la diplomazia multilaterale e “il deficit di efficacia di molte organizzazioni internazionali”.

Restando alle organizzazioni internazionali, Francesco denuncia anche la presenza di “agende sempre più dettate da un pensiero che rinnega i fondamenti naturali dell’umanità e le radici culturali che costituiscono l’identità di molti popoli” espressione della “colonizzazione ideologica, che non lascia spazio alla libertà di espressione e che oggi assume sempre più la forma di quella cancel culture, che invade tanti ambiti e istituzioni pubbliche” finendo per elaborare “un pensiero unico – pericoloso – costretto a rinnegare la storia, o peggio ancora a riscriverla in base a categorie contemporanee, mentre ogni situazione storica va interpretata secondo l’ermeneutica dell’epoca, non l’ermeneutica di oggi”.     

Per questo motivo richiama l’importanza di “alcuni valori permanenti”, in particolare “il diritto alla vita, dal concepimento sino alla fine naturale, e il diritto alla libertà religiosa”.

Per quanto riguarda la custodia del creato, invece, il pontefice valuta i risultati raggiunti  dalla COP26 di Glasgow  “deboli rispetto alla consistenza del problema”.

Non manca poi di ricordare le aree di maggiore conflittualità – Siria, Yemen, Israele e Palestina, Libia, Sahel, Sudan, Ucraina, Caucaso, Balcani, Myanmar – e ribadisce la condanna della corsa agli armamenti e della produzione di armi nucleari.

Cita infine il suo recente messaggio per la 55.ma giornata mondiale della pace, celebrata l’1 gennaio 2022, richiamando due punti – l’educazione e il lavoro – e soffermandosi sul pericolo che i moderni strumenti di comunicazione  “sostituiscano i veri rapporti umani, a livello interpersonale, familiare, sociale e internazionale” e sulla necessità di “sviluppare nuovi servizi e imprese, adattare quelli già esistenti, aumentare l’accesso al lavoro dignitoso e adoperarsi per il rispetto dei diritti umani e di livelli adeguati di retribuzione e protezione sociale”.

Qui il discorso integrale.

Luca Basilio Bucca

L’infamia della non-curanza, l’amore per la propria Terra

Vandalizzare e imbrattare un patrimonio comune come quello della Scala dei Turchi è sinonimo di come e quanto l’uomo di oggi sia sporco di infamia e cattiveria. Coloro che hanno compiuto tale atto sono affetti di gravi forme di egoismo, megalomania e ignoranza. Al di là della volontà di manifestare un dissenso nei confronti di qualcosa, il gesto compiuto ha lacerato il cuore tutti, compreso quello di questi “geni maledetti”. Si tratta dunque dell’ennesima dimostrazione di come l’essere manca di responsabilità e di come necessitiamo di riformulare e rivalutare il valore di questo sostantivo ormai sconosciuto. Continuare a vivere nella non-curanza, infatti, spianerà la strada ad una lenta demolizione della società.

Di questa vicenda, però, dobbiamo tenere in considerazione e dar valore a chi il buon senso lo ha. Mentre la piaga dei cinquantenni sta lì a “scrollare” con il dito e lo sguardo fisso nel nulla gli innumerevoli video contenenti fake news, un gruppo di ragazzi ha indossato i vestiti più belli che possono esistere, quelli dell’umiltà, della volontà e del coraggio: come dei guerrieri son saliti in cima a con tanta pazienza e forza si son messi a pulire il danno compiuto da chi  questi panni non li ha mai indossati. Lo hanno fatto in silenzio. Lo fanno senza che nessuno vada a ringraziarli. Il loro è un gesto nato dal cuore perché amano la propria terra e vogliono che venga amata nella stessa maniera.

Questi ragazzi hanno dato noi una grande lezione quella del rispetto e di responsabilità: per sè, per l’altro e per ciò che di più inestimabile esiste: la natura.

Tolkien e la Tradizione: le nostre armi contro gli orchi contemporanei

Stamane mi pervadono diversi pensieri, molti dei quali mi portano a temere un’ulteriore discesa verso il basso, diretta al putrido, nel bel mezzo delle anime perdute congelate nel Cocito. Un tempo stimavo Galimberti, filosofo dalle teorie apprezzabili, poi però ha deciso di mettere in salvo la pellaccia e le nuove pubblicazioni omaggiando a destra e a manca slinguazzate ai deretani della finanza di fronte a due guitti del nuovo regime terapeutico come Parenzo e De Gregorio.

Auspica che sia soltanto “uno a decidere” mettendo da parte le idee e “le bandierine dei partiti“. Vuole l’autoritarismo degli spicci il Galimberti. Il controllo totale dei corpi e l’annichilamento delle anime…al diavolo la filosofia intesa come saggezza dell’amore…questo è uno sproloquio d’odio! Ma alle massette cosa dovrebbe importare delle parolacce di un filosofo?

Categoria vetusta, abbandonata a sé stessa secondo gli zombie. Buoni soltanto a divulgare la vulgata contemporanea, d’altronde i cittadini del nuovo regime rimangono tali anche da morti come gli orchi di Angband. Sempre fedeli al potere. E proprio oggi ricorre il 130esimo anniversario dalla nascita di Tolkien che fu ben più di uno scrittore. Soltanto da lui possiamo trarre l’energia necessaria per combattere le orde di orchi che minacciano la nostra già claudicante civiltà.

Diceva Tolkien che:

“La degenerazione della vera curiosità e dell’entusiasmo in un’economia pianificata, nella quale un’enorme quantità di tempo riservato alla ricerca viene insaccata in un budello più o meno standardizzato, e poi trasformata in salsicce dalla taglia e della forma prescritte dal nostro piccolo ricettario codificato”.

Se degli Hobbit stupidi ed accidiosi sono riusciti a sconfiggere Sauron, perché noi non possiamo capovolgere il corso di questa dannata storia? Un giorno torneremo a cavalcare Ombromanto come Gandalf verso Minas Tirith per prepararci alla battaglia dei Campi del Pelennor. Contro gli orchi dell’era contemporanea sorgeranno nuovi cavalieri. Cavalchiamo per la rovina e la fine del mondo…

Ecco come Omicron potrebbe spianare la strada di Mario Draghi verso il Quirinale

Omicron galoppa. E nei prossimi giorni la curva dei contagi dovrebbe ulteriormente crescere. Si prospetta un gennaio bollente con l’emergenza sanitaria che inevitabilmente avrà dei significativi risvolti in ogni ambito: dall’economia al lavoro, dall’istruzione alla politica. E quando si parla di politica, non può non passare in secondo piano l’ormai imminente corsa al Colle.

Il tema della successione di Sergio Mattarella diventa ogni giorno più intricato, ma a risolvere l’enigma e porre fine alle estenuanti trattative ed ai giochi di partito potrebbe pensarci proprio il Covid. Con ben oltre centomila contagi giornalieri ed un picco che potrebbe registrarsi proprio in prossimità con la scadenza del mandato di Mattarella, diventa assai improbabile pensare di poter giungere sino al quarto scrutinio. E ciò, avrebbe delle inevitabili ricadute anche sui papabili per l’elezione, Silvio Berlusconi in testa.

A questo punto non resterebbero che due strade da seguire: convincere Sergio Mattarella a prolungare di un anno il suo mandato allorquando scadrà anche la XVIII Legislatura con Mario Draghi libero di succedergli, oppure, laddove Mattarella dovesse declinare (molto probabile), lo stesso premier Draghi sarebbe l’unico in grado di essere eletto al primo scrutinio. Quindi, Mario Draghi Capo dello Stato con Marta Cartabia prima donna Presidente del Consiglio a guidare un esecutivo (in continuità e sotto la supervisione del neo Capo dello Stato) in grado di traghettare il Paese fuori dall’emergenza e dare attuazione al Pnrr.

Due le alternative possibili, dunque, ma un’unica certezza: nel 2022 o nel 2023 il dopo Mattarella si chiamerà in ogni caso Mario Draghi.

SALVATORE DI BARTOLO

Quirinale: tutti i nomi per la ‘corsa al Colle’

Mattarella, Draghi, Berlusconi, Amato, Casini, Cartabia e chi più ne ha più ne metta. Nelle ultime settimane è impazzato il totonomi per la corsa al Quirinale, e come ogni elezione di Capo dello Stato che si rispetti si sprecano i nomi dei potenziali papabili per la successione a Sergio Mattarella.

Da una parte c’è chi sembra volersi ‘autocandidare’ quale nuovo Presidente della Repubblica, vedi Silvio Berlusconi che secondo i ben informati da mesi lavora alla sua candidatura, o Mario Draghi, che proprio ieri nel corso della conferenza stampa di fine anno con i giornalisti non ha scartato l’ipotesi di una sua possibile ascesa al Colle, anzi, leggendo tra le righe, sembrerebbe proprio che l’attuale Presidente del Consiglio abbia voluto spalancare la finestra con vista Quirinale. C’è poi chi, come Mattarella, sembra proprio volersi sfilare da un possibile bis, prova ne sono le sue dichiarazioni ed ancor di più gli incontri delle ultime ore che stanno vedendo il Capo dello Stato porgere il saluto di commiato da Presidente della Repubblica in carica alle Istituzioni dello Stato.

Vi è poi chi viene continuamente tirato in ballo da giornalisti o leader di partito: da Giuliano Amato, nome buono per tutte le stagioni e già vicino al Colle nel 2015 allorquando venne silurato da Matteo Renzi, a Pier Ferdinando Casini il cui principale sponsor sarebbe proprio lo stesso Renzi. Si fa largo poi la suggestione della prima donna al Quirinale, ed anche in questo caso si sprecano i nomi: dall’attuale Ministro della Giustizia Marta Cartabia, profilo istituzionale molto gradito a Sergio Mattarella, al Presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, nome che potrebbe entrare in gioco laddove Silvio Berlusconi non dovesse trovare i numeri per una sua personale ascesa al Colle. Ed ancora, Letizia Moratti e Rosy Bindi, nomi più volte tirati in ballo dai vari schieramenti politici ma realisticamente molto distanti dal Quirinale.

Tanti i nomi, quindi, ma poche le certezze, per una ‘corsa al Colle’ che si fa ogni giorno più entusiasmante con l’approssimarsi della scadenza del mandato di Sergio Mattarella. E c’è da scommettere che tra una conferma, una smentita, un’autocandidatura ed un nome gettato nella mischia dai partiti ne vedremo delle belle anche nelle settimane a venire.

SALVATORE DI BARTOLO

Il compagno Montanari ha ideologizzato anche le latrine

Dal sinistro mondo della Sinistra emerge un nuovo mostro politico: il compagno Montanari che ideologizza le latrine. Bagni inclusivi, bagni binari, bagni per tutte le miscele e le mescolanze; l’importante è che le deiezioni siano politicamente corrette. Spruzzate arcobaleniche di qua e di là, latrine col pugno sinistro alzato, asciugamani rigorosamente rossi. Sic et simpliciter un tripudio di sterco.

Sono queste le battaglie dell’odierna Sinistra, la quale impera negli uffici dei Rettori di tutta Italia. Quasi novant’anni dopo l’epurazione staliniana, all’interno delle menti dei compagni nulla è cambiato: in fin dei conti si è passati dalle purghe alle toilette, dunque una conseguenza più che naturale dell’ennesima cloaca uscita dall’orifizio di questi personaggi.

Montanari lo conosciamo già, purtroppo. Il neo rettore dell’Università per Stranieri di Siena è già balzato “all’onore” delle cronache per il suo sproloquio sulle Foibe sulle colonne del Fatto Quotidiano: “La legge del 2004 che istituisce la Giornata del Ricordo (delle Foibe) a ridosso e in evidente opposizione a quella della Memoria (della Shoah) rappresenta il più clamoroso successo di questa falsificazione storica“.

Poi rincara la dose citando il “titino” Eric Gobetti, impareggiabile esempio di storico rigoroso: “La Giornata del Ricordo, come è stata concepita è il momento in cui la versione del neo fascismo italiano diventa la versione ufficiale dello Stato”. E dunque se ne esce con disdicevole amenità: “È una legge dei neofascisti. Secondo me andrebbe cancellata”.

Il problema di fondo non riguarda la lotta per i bagni uguali per tutti – che resta una immonda baggianata – ma la presenza di questi personaggi negli ambienti accademici italiani. L’indefesso antifascista ha appena sfornato il primo capolavoro del suo incarico monocratico. È con la libera minzione che si appianano le disuguaglianze.

Già immagino la ribellione degli sciacquoni contro i “fascio-intolleranti” che si annidano tra i bagni universitari. Sempre più lontani dal popolo, ma costantemente ad un passo dalla toilette: d’altronde dove potrebbero trovarsi se non lì vicino, vista l’altissima frequenza con la quale partoriscono le loro stronzate?